Il Benavides, frattanto, andava pigliando a poco a poco una secreta compiacenza a far vibrare con la sua parola quella bell'anima, così giovanilmente innamorata delle cose grandi. Senz'avvedersene egli si preparava prima certe frasi e certe immagini che gli parevano più efficaci a dilettarla e a farle battere il cuore. Una contrazione quasi di pianto infantile, leggerissima e dolcissima, che le era passata sul viso una sera che egli descriveva l'atto regalmente gentile con cui Emanuele Filiberto aveva carezzata la fronte del conte di Siegelberg ferito a morte, gli era rimasta impressa nell'animo per varii giorni. Come mai era nata quella bell'anima in quella casa così umile, fra quella gente mediocre, in mezzo a una città dominata dagli stranieri, dove nulla era accaduto da tanti anni che potesse scuotere e innalzare gli spiriti? La sua stessa figura non riportava in nulla nè il padre nè la madre, e contrastava in mille modi con tutta la gente e con tutte le cose che aveva d'intorno. Quella era veramente una nobiltà pura e legittima, stampatale nell'anima e sulla fronte da Dio. Certo, egli non sentiva punto amore per lei. Solamente la sua voce gli cagionava un'illusione singolare: lo accompagnava alle volte giù per la scala, lo seguitava per la via, gli si faceva sentire ora come un'eco lontana, ora come una nota staccata che gli suonava tutt'a un tratto nell'orecchio, e non di rado pareva che gli empisse per qualche minuto tutta la stanza come la vibrazione prolungata ed eguale d'una corda sonora. E allora gli sembrava che, rivedendola, avrebbe sentito il bisogno di sorriderle e di parlarle con una cortesia più familiare e più affettuosa di quella che aveva usato fino allora con lei. Ma quando poi si ritrovava con la famiglia, al vedersi circondato di un così profondo rispetto, considerato quasi come una creatura d'un'altra razza, al punto che non avrebbero osato uscire dal discorso solito per timore di parergli troppo entranti, allora si richiudeva in sè, imponendosi maggior riserbo di prima, e rimproverandosi quasi il desiderio che aveva provato di fare un passo innanzi in quell'amicizia. Una sera, per altro, la signorina gli raccomandò la sua Pinerolo con una grazia così affettuosa e timida, con parole così caramente ingenue, ch'egli dovette fare uno sforzo per non risponderle con lo stesso tuono di voce. — Vostra Signoria, — gli disse la ragazza con un sorriso, incrociando a più riprese le dita delle sue belle mani, — dovrebbe persuadere il suo grande Re a restituire Asti e Santhià al duca e allora la Francia ci renderebbe Savigliano e Pinerolo, e noi ritorneremmo piemontesi. Mi pare che lo dovrebbe comprendere il re Filippo che non ci sarà mai pace fin che il Piemonte sarà così diviso e esposto a tutti i pericoli. Vostra Signoria può dire che tocca al re di Francia a fare il primo passo, intendo bene. Ma continuando così.... Non sarebbe naturale che lo facesse il più forte, che ha meno da temere, il primo passo? Quando il Piemonte fosse tutto unito, ora che è con la Spagna, sarebbe anche più sicura la Lombardia, non è vero? mentre la Francia, fin che ha Pinerolo, può scendere nello Stato di Milano quando le piace, con molti soldati. Ah signore! Io non sono che una povera ragazza; ma darei tutto il mio sangue per sentir sonare a Pinerolo le trombe delle nostre milizie, e veder inalberare sul castello la nostra bella bandiera, che non ho mai veduta... vederla una sola volta! un momento solo! Dio buono! — E stette un momento con le mani giunte, guardando verso la piazza, con gli occhi umidi, in un atteggiamento da strappare i baci. Il Benavides tardò un minuto a rispondere. Poi con un accento benevolo, come d'un fratello: — Tutto vi sarà reso, señorita, — rispose. La señorita poteva andar sicura che i negoziati per la liberazione di Pinerolo erano in buone mani. Ella doveva sapere che Emanuele Filiberto chiamava Pinerolo e Savigliano: le chiavi della mia casa, e le aveva in cima d'ogni suo pensiero. La restituzione non poteva tardare. Carlo IX, malato, lacerato dai rimorsi, sputava sangue da molto tempo, sarebbe morto fra pochi mesi; e il suo successore, il re di Polonia, avrebbe trovata la Francia in un tale stato, avrebbe veduto così chiaramente l'impossibilità di tentare nulla di utile per molti anni di qua dalle Alpi, che per levarsi l'inquietudine e la spesa dell'occupazione, e amicarsi il Duca di Savoia, gli avrebbe rese le due città spontaneamente. — Caterina dei Medici — concluse — sarà la prima a consigliarglielo, per levare l'armi di mano ai propri nemici. E allora, signorina, ella sentirà sonare in piazza San Donato le trombe delle milizie ducali... senza bisogno di dare su preciosa sangre. Il cuore mi dice che ciò accadrà assai prima che ella non creda. Io non sarò più qui; ma ne godrò con tutta l'anima anche da lontano. — Detto appena questo, rimase meravigliato del senso improvviso come di solitudine triste che il suono delle ultime sue parole gli aveva svegliato nel cuore; e quella sera la signorina sentì come un'oppressura all'animo, una voglia di piangere senza sapere di che, una tristezza grande che la fece stare seduta sul suo letto per lungo tempo, col gomito appoggiato sopra il guanciale, e la mano tuffata nei capelli biondi.
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Qualche cosa per aria c'era, in fatti, di quei giorni. Non era un mistero per nessuno che parecchi negoziatori fidati del Duca avevano fatto più volte in pochi mesi il viaggio da Torino a Parigi, e che tra la Corte ducale e il Governo di Madrid si trattava daccapo, con alacrità insolita, la vecchia quistione della resa della città. Gli stessi ufficiali francesi del presidio, fra i quali il Benavides aveva dei conoscenti, parlavano non della restituzione, ma della “concessione graziosa„ di Pinerolo, come d'un fatto facilmente prossimo; e non se ne dolevano, perchè neanche a loro era gradevole lo stare così sull'ala, in una città di confine, coll'incertezza del domani, in mezzo a gente che sospirava palesemente la loro partenza. La città si animava: i giovani e le donne, in special modo, si rallegravano. Ma i vecchi dondolavano il capo, increduli. Anche nel 1562, al tempo della convenzione di Fossano, s'era sperato; e la speranza durava da dodici anni. — È inutile, — dicevano; — noi siamo nati sotto un cattivo pianeta: Pinerolo verrà alla coda; ha da passarle davanti fin l'ultimo villaggio del Monferrato. — Sarebbe stato tempo nondimeno, per l'anima di San Donato! In quei trentotto anni di dominazione straniera, quel povero paese, trattato come territorio militare, soggetto a mille danni, trascurato dal Governo in tutto quello che non riguardava la difesa, minacciato di giorno in giorno dalla guerra, era caduto in una grande miseria. Molti edifizi di Pinerolo erano stati distrutti per ristringere la cerchia dei bastioni. La popolazione della campagna era scemata. Le industrie e le arti erano a terra. L'inquietudine, l'incertezza d'ogni cosa disamorava la gente dal lavoro, distoglieva le famiglie dal risparmio, scoraggiava i privati facoltosi da ogni impresa utile, e l'infelicità del paese era sentita anche più dolorosamente da tutti per effetto del confronto che si faceva con le altre provincie del Piemonte, le quali s'andavano rialzando rapidamente sotto l'amministrazione saggia e vigorosa del Duca di Savoia. Oltrechè, — i cittadini colti lo vedevano, — quella dominazione francese nè violenta nè mite, quell'aspettazione continuamente delusa, quel tirare avanti così alla stracca una vita ambigua e bastarda nè di francesi nè d'italiani, snaturava il carattere del popolo, sfibrava la sua virilità e corrompeva la sua coscienza. In altri pochi anni di quello stato tutto sarebbe infracidito. E ad ogni nuovo barlume di speranza, la città fremeva di desiderio e d'impazienza. Ma questa volta pure, passato il primo fremito, i giorni succedevano ai giorni, e nulla accadeva. Ad ogni arrivo di corriere da Torino o dalla Francia, si aspettava per ventiquattr'ore il grande annunzio; ad ogni radunata straordinaria del Consiglio dei Cento, si sperava la lettura d'un messaggio solenne del Re o del Duca; i consiglieri, dice il cronista “per tutti li luoghi dove passauano ueniuano con molta anzietà dimandati se fossero buone nouelle gionte di Torino per la restituttione della città.„ Ma nulla era giunto. E quel grullo cascamorto d'un cugino ne faceva un gran chiasso in odio a Emanuele Filiberto. Egli perdurava nella sua beata illusione di non avere altri rivali che il Duca. Veramente, una vaghissima idea gli era lampeggiata dentro alle tenebre del cranio che il nobile catalano c'entrasse anche per qualche cosa; ma l'idea d'avere un rivale di quella fatta, presente, parlante e sfolgorante, col quale ogni lotta sarebbe stata impossibile, gli metteva un tale sgomento nel cuore, ch'egli l'aveva scacciata subito, bruscamente, come un'immaginazione insensata; e continuava a tirare di punta e di taglio contro il vincitore di San Quintino. — Con le armi, — diceva all'Evelina — s'ha da riconquistar Pinerolo, con le armi, come fanno i grandi capitani, e non con i negoziati e con le chiacchiere. Ha fatto un bel pezzo di lavoro, in dodici anni, il gran Duca! Ci troviamo nelle peste peggio di prima. — Evelina, — soggiungeva poi a bassa voce, con enfasi; — io sarei più grande di lui se mi amaste! — Ma rimaneva tutto stupito al vedere che la cugina non aveva sentito nè la puntura, nè la carezza. Da due giorni era distratta e taciturna, aveva come l'ombra d'un pensiero doloroso sulla fronte bianca, e i suoi begli occhi celesti parevano gonfi di pianto. Il buon notaio Lombriasco, due sere innanzi, stando a tavola a desinare, aveva esclamato improvvisamente: — Sia lodato il cielo! Sono finalmente arrivate quelle benedette carte da Gerona e da Parigi. Tutto sarà finito tra pochi giorni. E il nostro illustrissimo e amatissimo don Enrique de Benavides y Zeballos se ne potrà tornare alla sua Catalogna.... carico di quattrini.
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Ma ecco, l'una dopo l'altra, come colpi di cannone, la notizia della morte di Carlo IX, il messaggio di Caterina de' Medici alla Corte di Savoia, il viaggio di Emanuele Filiberto a Venezia e la novità più meravigliosa di tutte: la venuta di Enrico III, nuovo re di Francia, a Torino. La signorina si riscosse tutta a quegli avvenimenti, e si riaccese della passione antica, rifacendosi per qualche tempo più rosea, più gaia e più alteramente bella di prima. Il re di Francia a Torino! Ah! non occorreva altro. Se Enrico III — diceva — vive tre giorni soli col duca Emanuele Filiberto, è impossibile che non gli renda Pinerolo! È impossibile che non rimanga ammaliato, soggiogato da lui! Gli darà tutto quello che vorrà, ne sono certa come della luce del sole! — Ed ecco un'altra notizia inaspettata: il duca di Savoia che accompagni la re di Francia a Lione con cinquemila fanti e quattrocento cavalli. Era un'idea luminosa, da grande cavaliere e da grande politico; di quelle cose che pensava e faceva egli solo, l'ardito e profondo Emanuele Filiberto. Senonchè, a interrompere bruscamente l'allegrezza suscitata da quegli avvenimenti, venne pochi giorni dopo l'annunzio della malattia grave di Margherita di Valois e del principino. Tutti ne furono atterriti. Se quell'unico figliuolo del duca moriva, il Piemonte toccava di diritto ai principi di Savoia Nemours, mezzi francesi, per non dir francesi dalla testa ai piedi; e la Spagna non lo avrebbe mai consentito. — Il che vorrebbe dire, — esclamava il notaro, con calore, — che noi cadremmo dalla Francia nella Spagna (e guardava intorno, se ci fosse l'ombra del Benavides), dalla padella nella brace, dall'inferno alla dannazione! Ma c'è proprio piovuto la sperpetua, dunque, su questa povera Pinerolo! — E si piantava con le braccia incrociate davanti alla figliuola che teneva il mento sul petto. Il principino guarì, come Dio volle; ma la gioia pubblica fu soffocata immediatamente dalla notizia della morte della Duchessa. E la ragazza ne fu afflitta sinceramente. Si seppe che nessuno del seguito del Duca a Lione aveva avuto il coraggio di annunciargli subito quella sventura, e che quando l'aveva intesa, n'era rimasto fulminato. — Dio lo vuol provare in tutte le maniere, — diceva la signorina; — ma egli avrà forza di vincere il dolore; egli è nato per essere grande nei trionfi e nella sventura. — Intanto, la notizia che Emanuele Filiberto, ritornandosene da Lione, avesse lasciato i suoi cinquemila soldati al re di Francia, era venuta a rinfiammare ancora le speranze già vivissime dei pinerolesi. Ma quel benedetto notaro Lombriasco era proprio un ambasciatore male ispirato. La stessa sera, anzi nello stesso punto che annunziava in casa quell'atto cavalleresco e sagace del Duca di Savoia, dava pure, stropicciandosi le mani, il “felicissimo„ annunzio che la lite del Benavides con la famiglia Mortier o Mornier era finita, e che il suo nobile cliente aveva disdetto per la metà del mese il quartierino di via Porta di Francia.
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La settimana seguente, sull'imbrunire d'un giorno triste di dicembre, nevicava; la stanza da desinare del notaro era mal rischiarata da un'alta lucerna posta nel mezzo d'un tavolino intorno al quale la signora e la ragazza facevano delle nappe da tenda; e il Benavides, seduto un poco in disparte, aspettava da qualche minuto il signor Lombriasco, guardando attentamente Evelina, che da parecchio tempo gli pareva mutata. Tutti e tre stentavano singolarmente, quella sera, a trovar materia di discorso, e parole; e tacevano di tratto in tratto per alcuni momenti, durante i quali non si sentiva nella stanza che il fruscio leggiero dei grandi stivali di daino del catalano, non statuariamente immobile come sempre.
All'improvviso, si spalancò la porta, e apparve il notaro ansante, con una notizia solenne sul viso.
— Pinerolo è resa al Duca! — urlò alzando le braccia. Evelina gettò un grido dall'anima e gli saltò al collo d'un balzo.
— E il Duca.... — soggiunse il padre col fiato grosso, mettendo le mani sulle spalle della figliuola, e parlandole nel viso: — Il Duca....