Quel capo armonico di cugino, col suo naso rincagnato, trovava che il Consiglio “faceva troppo;„ che tutto quello spreco di “danaro pubblico„ sarebbe stato a mala pena giustificabile quando con Pinerolo e Savigliano fosse venuta anche Saluzzo; ma non si curava neanche più di stuzzicare la ragazza, tanto la vedeva da un pezzo indifferente ad ogni cosa che le potesse dire. Solamente, egli aveva adottato, per quando si parlava delle feste, un sorriso leggermente compassionevole, che cercava di mettere in vista. Evelina, a quando a quando, si sentiva dentro degli impeti di una gioia immensa. La proposta che uno dei venticinque aveva fatta, e che il Consiglio aveva approvata, di mandare incontro al Duca duecento bambini, — doeciento putti — con una bandiera ciascuno, i quali cantassero tutti insieme a mezza voce una canzone patriottica, in cui si sentisse un'eco sommessa di dolore per la morte di Margherita di Valois; quell'idea di mandare innanzi il canto dell'infanzia a consolare il dolore d'un eroe, le pareva divina; s'inteneriva a pensarci; avrebbe voluto pettinarli, lisciarli tutti lei quei ragazzi, metterli in fila e guidarli ella stessa incontro a Emanuele Filiberto. Non potendo fare altro, preparava un ampio parato azzurro da stendere sulla ringhiera del terrazzo, con le parole San Quintino trapunte in bianco, a grandi caratteri. Aveva ordinato del lauro tino per fare delle corone. Il terrazzo era al primo piano, all'angolo di via del Duomo, dove la via sbocca nella piazza, a sinistra di chi va verso San Donato: si sapeva che il Duca per andare fino alla via degli Orefici, dov'era il Palazzo degli Acaja, sarebbe passato di là; essa l'avrebbe visto da vicino, dunque; e ogni volta che questo pensiero le si affacciava improvvisamente, il sangue le dava un tuffo, la mente le si turbava; aveva bisogno di moversi, di spalancare le finestre, di sentire dello strepito, di discorrere, di cantare. E poi si rimetteva con più ardore al lavoro. Ma di quando in quando — molto sovente — una profonda tristezza le entrava tutt'a un tratto nell'anima, violentemente, come una mano brutale le afferrasse il cuore; e allora lasciava cadere il parato azzurro sul pavimento, e rimaneva con le mani inerte sulle ginocchia, e con gli occhi fissi alla parete, per molto tempo. Gli affari del Benavides erano accomodati; dopo l'entrata del duca sarebbe tornato in Catalogna; egli non rimaneva che per rivedere, dopo diciassette anni, il suo glorioso generale di San Quintino, forse per l'ultima volta; e il giorno dopo sarebbe partito, ed essa non l'avrebbe rivisto mai più, certamente. E allora tutto sarebbe finito. Tutto? Che cosa? Nulla. Un sogno. Nemmeno un sogno. Eppure si sentiva un nodo di pianto nell'anima. Egli era così nobile d'aspetto e di cuore, così rispettabile in quella sua tristezza austera per la morte di sua madre, e doveva nascondere dei così grandi tesori di bontà sotto quella compostezza taciturna, che dava tanta dignità alla sua bellezza! Come doveva essere profonda e generosa l'amicizia, in lui, e l'amore grande e gentile! E che dolci, ardenti, possenti parole gli dovevano sgorgare dal cuore, quando un impeto di passione e di tenerezza lo moveva! No, ella non avrebbe mai più incontrato nella vita un'anima così nobile e così bella. Ed egli partiva senza averle dato mai un segno d'affetto e d'amicizia. Era troppo povera cosa per lui. Eppure, l'avrebbe guardata con occhio assai diverso, l'avrebbe forse anche amata, a poco a poco, se non fosse stata di una condizione di tanto inferiore alla sua. Essa avrebbe saputo farsi amare, forse! Non si sentiva mica indegna di lui, dentro al cuore. Egli l'avrebbe dovuta indovinare. Come non l'aveva indovinata, come non gli era nato, in tanto tempo, un sentimento un po' più vivo che una benevolenza cortese? Qualche volta, ripensandoci, le pareva sì d'aver visto in certi momenti nel suo sguardo, d'aver sentito nella sua voce non so che d'insolito, un lampo, un tremito sfuggevole, come l'espressione involontaria e istantanea d'un sentimento d'amore. Ma come a fissare intensamente con lo sguardo i caratteri minuscoli d'una scrittura, si finisce con non veder più che il bianco della carta, così, mettendosi a meditare profondamente su quei piccolissimi segni, essa finiva con non trovarci più alcun valore, e con credere fermamente d'essersi ingannata. Ah! come avrebbe saputo amarlo, consolarlo, entrargli nell'anima, legare una per una alle fibre del proprio cuore tutte le fibre del suo! La ragione le si offuscava a pensare a una gioia, all'ebbrezza di essere amata, serrata contro quel giustacuore di seta, chiamata per nome nell'orecchio da quella voce profonda e morbida, carezzata da quella bella mano atletica di gentiluomo intemerato e di soldato valoroso. Ah! una così grande felicità non poteva essere per lei, lo capiva bene! Ed egli partiva, solo e malinconico, per un paese lontano, per ritornare alla casa abbandonata e triste, dove non c'era più sua madre a dargli il bentornato e a baciargli la fronte. Non sarebbe però stato solo lungo tempo. Non era un uomo da poter consumare la vita senza affetti. Una donna, cento donne l'avrebbero amato, adorato.... Ma non n'avrebbe amata che una sola, lui, Benavides, così nobile e così austero! E fissandosi in questo pensiero a malgrado proprio, essa vedeva una donna fra le braccia di lui, una spagnuola orgogliosa e vezzosa, una patrizia vestita di raso e scintillante di gemme, avviticchiata al suo collo, in una stanza splendida di marmi e di specchi; e la rivedeva accanto a lui, altiera e felice, in un ricco legno tirato da cavalli superbi, su per la Rambla di Barcellona; e abbandonata sulle sue ginocchia sotto la tenda verde d'una barca dorata lungo le sponde dell'Ebro; tutta vermiglia in viso, palpitante e pazza d'amore; e liberatasi da quell'immaginazione sfolgorante e dolorosa, e rivolto lo sguardo intorno per la propria casa, dove tutto esprimeva la povertà del suo stato e l'umiltà della sua nascita, che eran forse la sola cagione per cui una felicità immensa le era negata, provava un dolore più acuto, un avvilimento angoscioso, una pietà infinita di sè stessa, che le faceva abbandonare la fronte sulla spalliera della seggiola esclamando: — No, no, non basta la patria! — e scuotere desolatamente la testa, piangendo senza lacrime, come una creatura disperata. Ma poi, riscossa da un grido improvviso dell'orgoglio, balzò in piedi, si passò una mano sulla fronte, e disse a sè stessa: — Ho sognato. Non pensiamoci più. Coraggio! — E da quel momento si rigettò tutta nella sua prima passione, e si rimise a parlare con nuovo e più ardente entusiasmo al Benavides del suo principe adorato, sforzandosi di mostrare una grande allegrezza; stupita nondimeno e afflitta dentro, al vedere che il catalano non le rispondeva più come per l'addietro, e pareva sazio ed uggito di quei discorsi. — Ancora di Emanuele Filiberto? — le domandò una sera quasi in tuono di noia. Ed ella disse tra sè tristamente, quando fu uscito: — Egli s'annoia. Il suo pensiero e il suo cuore sono già lontani. È già separato da noi. Tutto è finito. Addio.

***

Venne finalmente quel sospiratissimo primo dell'anno. Partito da Torino, col suo grande corteo, il 31 dicembre, il Duca doveva pernottare a Vigone ed entrare in Pinerolo il primo di gennaio, avanti mezzogiorno. Spalancando le finestre la mattina presto, Evelina gettò un'esclamazione di dolore e di dispetto: la piazza San Donato, i tetti, i rilievi delle case, tutto era bianco, e nevicava ancora, radamente. Ma l'aria era mite. La città rumoreggiava. Il Consiglio, le milizie, tutti i personaggi del ricevimento e una grande folla erano già usciti di Porta Torino. La piazza San Donato si riempiva di gente a poco a poco; le finestre s'andavano ornando di arazzi e di ghirlande di verzura e di fiori. Il tratto più trionfale dell'entrata del principe sarebbe stato certamente là, davanti alla vecchia chiesa del Santo protettore di Pinerolo, nel cuore della città antica. In pochi minuti la ragazza levò la neve dalla ringhiera, distese con le mani un po' tremanti il suo bel parato azzurro, ordinò sopra un tavolino le sue quattro grosse corone di lauro tino, poi si andò a infilare il suo bel mantelletto di panno oscuro senza maniche, che le copriva la nuca col suo ampio bavero diritto, e si mise un mazzetto di semprevive nei capelli. Il notaro comparve poco dopo, con la barba fatta, e con un paio di calze nuove ben tese, che mettevano in bella mostra le sue gambe muscolose di alpigiano. Molti parenti, invitati, dovevano arrivare da un momento all'altro. A tutte le finestre delle case di rimpetto apparivano e sparivano visi di signore, di uomini e di ragazzi, sovreccitati, incuranti del freddo: ogni famiglia aveva in casa una frotta di parenti e di amici. Sopra le porte, sul davanti dei terrazzi e sotto i davanzali, a tutte le altezze, si vedevano degli stemmi di Savoia sormontati dalla corona, coi due cavalli e i due leoni: delle iscrizioni, dei quadri con la divisa assunta da Emanuele Filiberto giovanetto: un braccio nudo che stringeva una spada, col motto: Spoliatis arma superunt; altre sue divise d'altri tempi: l'elefante in mezzo all'armento di pecore: Infestus infestis; un gran cartellone con su scritto: Pugnando restituit rem; una corona civica col motto: Instar omnium; altri avevano esposto in mezzo a rami di mirto e di cipresso lo stemma di Margherita di Valois, la losanga azzurra coi tre gigli d'oro, e certe sue figure simboliche predilette, come i due serpenti attorcigliati a un ramo d'olivo, con motti sapienti e pietosi, che tutti sapevano. La folla ch'era andata sempre crescendo, riempiva or tutta la piazza, e le strade vicine, del Duomo, del Corpo di guardia, del Miranetto. Un colpo di cannone avrebbe annunciato l'apparizione del Duca al Belvedere; di là egli sarebbe arrivato in tre quarti d'ora a Porta Torino. Una ondata di zie e di cugine aveva empito la casa del notaro. Oltre al terrazzo, le finestre erano tre: una fu assegnata ai ragazzi: da tutte si vedeva obbliquamente il punto dove il corteo sarebbe apparso e quello dove sarebbe sparito. Un ronzìo diffuso e crescente si spandeva per l'aria. La folla, aperta a stento da due file di archibugieri, si rimescolava. Erano cittadini di Pinerolo, abitanti dei villaggi, gente venuta fin da Perosa, da Cavour e da Saluzzo, montanari discesi dalle Alpi, ravvolti in mantelli sbrendolati, con le berrettine nere sotto i cappellacci a larga tesa, con lunghi bastoni nel pugno, alpigiane infagottate in casacconi da uomini, coi ragazzi per mano. E avevano tutti davanti alla mente una sola immagine, quella figura quasi favolosa di Emanuele Filiberto, che nessuno aveva mai visto, di cui tutti parlavano da tanti anni, e che ciascuno si rappresentava a modo suo, gigantesco, spaurevole, sorridente come un padre, superbo come un nume, coperto d'oro, irto di ferro, fantasticamente vestito ed armato. I cuori battevano per la febbre dell'aspettazione. E batteva più di tutti quello di Evelina. Ma un pensiero l'atterriva quasi: il sospetto che il Benavides non venisse. Doveva partire la mattina dopo. Essa avrebbe dato il sangue per rivederlo ancora una volta. Una scampanellata improvvisa la fece tremare da capo a piedi. La folla degl'invitati s'aperse, inchinandosi; il Benavides venne innanzi, grande e elegantissimo, con una ruga diritta sulla fronte. Evelina diventò bianca: era l'ultima volta che lo vedeva! Ma subito fece uno sforzo violento per riafferrarsi con tutta l'anima alla gioia dell'aspettazione del suo principe, e si vinse. Accesa nel viso, coll'occhio scintillante, colle mani febbrili, andava e veniva, raggiustando le corone, contando i minuti, apostrofando ora l'uno ora l'altro con la voce commossa; ed era bella e superba. — Tu devi esser felice, Evelina! — le dissero le cugine, ammirandola, e facendosele intorno con tutti gli altri. E allora essa si sentì come sollevata da terra da un soffio irresistibile di entusiasmo, e trasfondendo in poche parole fiammeggianti, e nel linguaggio di una passione sola, tutta la forza delle due passioni che la divoravano, rispose: — Sì, sono felice, perchè è stato il sogno della mia infanzia e della mia gioventù questo giorno! perchè sarei morta per provare questa gioia! Dio mio! Ci ha restituito la patria e l'onore, ed è il più valoroso e il più nobile principe che abbia mai stretto una spada colui che aspettiamo! È Emanuele Filiberto, grande, buono, glorioso! È il nostro sovrano, il nostro liberatore, il nostro.... — Un colpo di cannone le soffocò la parola in bocca, e la costrinse a cercare la spalliera della seggiola. Emanuele Filiberto era al Belvedere.

***

Tutti corsero alle finestre per veder l'effetto prodotto nella folla da quell'annunzio. Il Benavides rimase in disparte. Egli aveva inteso le parole e visto l'atto di Evelina. Aveva la mente annebbiata e il sangue sottosopra. Era una di quelle potenti e chiuse nature catalane in cui la passione brucia per molto tempo nascosta come una lunghissima miccia restia, e poi scoppia improvvisamente come una mina. L'impallidire della ragazza al suo arrivo, aggiunto ad altre manifestazioni leggerissime che egli andava rintracciando nella sua memoria, e rimeditando da qualche giorno, gli aveva tolto a tutta prima quasi ogni dubbio sopra una verità ch'egli desiderava ora impetuosamente. Ma quella sua commozione straordinaria, quella sua esaltazione quasi vaneggiante per il Duca di Savoia, lo turbava, lo sgomentava, ricacciandogli nell'animo il sospetto che tutti gl'indizi d'una seconda passione ch'egli aveva creduto di scorgere in lei non fossero veramente che indizi mal compresi della prima. Egli sapeva che quelle ammirazioni entusiastiche per un principe glorioso crescevano qualche volta fino al più ardente amore, nell'anima delle fanciulle. Questo pensiero gli faceva salire delle ondate di foco al cervello. Egli si sentiva nel cuore e nella testa una di quelle tempeste oscure di sentimenti e di idee che precedono le grandi risoluzioni della vita. Seguitava coll'occhio fisso tutti i passi e tutti i gesti di Evelina. Non le era mai parsa, e non era mai stata infatti così ardentemente bella e viva, e riboccante di gioventù, di tenerezza, di forza, di grazia, giù dalle sue grandi treccie d'oro, per la lunga vita flessibile, fino ai piccoli piedi che si contraevano e fremevano come due mani. Ogni suo movimento, ogni suono della sua voce gli faceva balzar dal cuore una piena di parole appassionate, umidi, dolci, imperiose, che l'avrebbe soffocato s'egli l'avesse lasciata arrivare alle labbra. La guardava, l'inseguiva, e la vedeva confusamente a una grandissima lontananza, in una sala splendida di marmi e di specchi della sua casa di Gerona, serrata contro il suo petto, e avviticchiata al suo collo; e poi seduta accanto a lui, altiera e felice, in un ricco legno, tirato da cavalli superbi, giù per la Rambla di Barcellona; e poi abbandonata sulle sue ginocchia sotto la tenda vermiglia d'una barca dorata lungo le sponde dell'Ebro, pallida e stanca d'amore. E l'amava, la voleva, le avrebbe inchiodato la bocca sul cuore per suggere e trasfondere nella propria la sua anima bella. Non sapeva più comprendere come avesse potuto non curarla per tanto tempo, come avesse lasciato crescere, fomentato in lei quell'entusiasmo ardente per il Duca, invece di mettersi in mezzo subito, di separarla dal suo idolo, di farsi amare, di dirle brutalmente che voleva esser amato. Ed ora una smania lo invadeva di riguadagnare precipitosamente il tempo perduto, di conquistarla prima dell'arrivo del principe, di cacciarle dall'anima il suo rivale con una parola fulminea, tirandola in un canto, e bruciandole il viso con un bacio. Ah forse era troppo tardi!

***

Intanto, giù nella piazza, il fermento cresceva; le voci s'alzavano, la folla ondeggiava; a ogni finestra s'alzavano cinque, sette, otto visi, gli uni sugli altri; c'era gente sul tetto della chiesa e sui comignoli delle case; pareva che gli edifizi vivessero e parlassero, e in tutte le vie circostanti fluttuavano dei fiumi neri. Il notaio andava e veniva per le stanze, come brillo, battendo le mani sulla spalla, ora all'uno, ora all'altro, e gridando: — Padre della patria!... Padre della patria vorrà esser chiamato il nostro grande, il nostro gloriosissimo Duca Emanuele Filiberto! Pater patriae! Pa-dre-del-la-pa-tria! — E per la contentezza della sua trovata voleva batter la mano, come al solito, sulla testa di ferro del nipote; ma lo risparmiò, vedendo che anche lui, quel bestione, pareva finalmente commosso. Le campane empivano l'aria di una romba continua e assordante; la gran voce della folla entrava e risonava in tutti i recessi della casa. All'improvviso il rumore si chetò e una notizia corse. Il corteo era alla porta di Torino. Tutti si gettarono alle finestre. Evelina in mezzo al padre e alla madre, sul terrazzo; il Benavides dietro; gli altri schiacciati contro il muro. Passarono altri pochi minuti. Tutti i visi erano rivolti verso il fondo di via del Duomo. Evelina si sentiva saltare il cuore fino alla fontanella della gola. Nella piazza si taceva. S'udì un suono strano, un mormorio armonioso come di voci argentine che cantassero sommessamente una musica festosa e triste ad un tempo; il suono si alzò, avvicinandosi; e un'onda di bambini, duecento ragazzi puliti e ravviati, ciascuno con una bandiera nel pugno, empirono la via, stretti e seri, biancheggianti di neve, cantando, accompagnati dalla folla con un bisbiglio lungo di parole liete e carezzevoli; e dietro a loro, come un canneto di lancie, le guardie ducali a cavallo, ferrate e gravi, coi caschi punteggiati di fiocchi bianchi, salutate dalla folla con uno scoppio di grida. Immobile come una statua, con tutto il busto fuor della ringhiera, Evelina aspettò ancora un momento, con gli occhi fissi in fondo alla via; poi diede un tremito, e trattenne un grido.

Era Lui.

In mezzo alla bianchezza della neve, sotto un alto baldacchino di seta nera, sostenuto da sei signori vestiti a bruno, e seguito da un grande corteo, — veniva innanzi lentamente — immobile sopra un enorme cavallo bianco ingualdrappato a lutto — un cavaliere pallido, bello, impassibile come un simulacro —, tutto nero dalle piume ricurve del berretto ai larghi calzoni alla fiamminga, — vestito d'un giustacuore di velluto, su cui brillava il collare dell'Annunziata, in mezzo alle rivolte d'una grande casacca oscura, che lasciava uscire l'elsa ritorta e argentata della spada; — una figura poderosa e nobile di guerriero e di pensatore, — semplice ad un tempo e magnifica, — piena di una grande maestà e d'una grande tristezza, — che non era, e pareva colossale, — che riuniva non so che di gentile e qualche cosa di terribile; e che avanzandosi così mutamente sul tappeto candido della piazza, come una forma leggerissima che non toccasse la terra, diffondeva intorno a sè un senso di stupore e di mistero — e dava l'immagine d'un'apparizione più che umana.

La moltitudine tacque, infatti, per un momento come sopraffatta da un sentimento di maraviglia e di timore: poi ruppe tutta insieme in un grido altissimo interminabile frenetico, in uno scoppio formidabile di entusiasmo e di gioia, tendendo furiosamente le sue mille braccia dalla piazza, dai portici, dalle finestre; e una pioggia di fiori e di corone cadde sul baldacchino, sui cavalli, sui gentiluomini, sulle guardie, sulla neve, costringendo il corteo a fermarsi come una carovana sorpresa da un uragano; ed Emanuele Filiberto rimase immobile per alcuni momenti ad aspettare la fine del grido. Tutti gli sguardi si confissero nel suo viso. Egli non diede altro segno di commozione che un istantaneo dilatamento degli occhi. Poi si rimise in cammino.