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S'avvicinava al punto dove la via del Duomo sbocca nella piazza. Evelina, inchiodata, muta, affascinata, non aveva più staccato gli occhi da quella figura. Il corteo enorme e strano che veniva dietro in grande silenzio: il vescovo di Venza, grande elemosiniere, a cavallo, accanto al gran Cancelliere Conte di Stroppiana; il presidente del Senato di Torino, il grande scudiere, fiancheggiati e seguiti da ufficiali giganteschi degli arcieri, da vecchi ciambellani e da maggiordomi, da prelati, da curiali canuti, da paggi biondi e brillanti, da consiglieri e da sindaci di Pinerolo vestiti a lutto, da capitani della milizia, da staffieri armati di spade e di pugnali; una folla serrata, maestosa e lenta, dai larghi cappelli di feltro, dalle lunghe penne nere, dalle ampie casacche brune, di un aspetto austero e guerresco, come improntata della natura del suo principe, e che pareva venire piuttosto a una battaglia o a un giudizio solenne, che a una festa trionfale; questo nuovo e bellissimo spettacolo, dietro al quale si drizzava un'altra selva di lancie e di caschi imbiancati dalla neve, non attirò uno solo dei suoi sguardi. La grande e misteriosa figura del Duca incatenava a sè tutte le facoltà dell'anima sua. Nel punto che il baldacchino passava davanti al terrazzo, e che un nuovo scoppio spaventevole di grida faceva tremare la piazza e impallidire tutti i visi, la ragazza fu come presa da una vertigine d'entusiasmo e d'audacia, e alzata fuori della ringhiera la corona che era stata stretta fino allora nella sua mano come in una morsina d'acciaio, la gettò in aria d'un colpo, con uno slancio del braccio convulso, più forte che non volesse. Subito, restò pietrificata dal terrore. La corona, passando al disopra degli archibugieri, era caduta sul fianco del Duca, ed era rimasta infilata, dondolando, all'elsa ritorta della sua spada. Allora provò come il senso d'un sogno prodigioso. La folla applaudì a quel caso; il Duca, dato uno sguardo all'elsa, alzò il viso verso il terrazzo; il cavallo fece in quel punto un raddoppio; ed Evelina vide le sfolgoranti pupille azzurre di Emanuele Filiberto fisse per un momento nelle sue. Non fu che un momento, ma non ci resse: il corteo, la folla e le case le si confusero agli occhi, le ginocchia le mancarono, e cadde fra le braccia di sua madre.
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Subito, in furia, fu portata dentro, adagiata sopra una seggiola, spruzzata d'acqua; rinvenne immediatamente; si scosse, si vergognò, domandò perdono, sorrise, — fece cenno che tornassero tutti sul terrazzo e alle finestre; — tutti sparirono; — rimase sola. Allora seguì un rivolgimento nuovo, e pur naturale, nell'animo suo. Svanito l'ultimo resto della gioia che l'aveva soverchiata, fu presa quasi tutto a un tratto da un grande sgomento, come se quella commozione sublime fosse stata la fine d'un sogno, il giorno più felice, e l'ultimo giorno felice della sua vita; come se, appagato quel desiderio supremo che era stato il conforto e l'alimento di tutta la sua giovinezza, non le rimanesse più scopo di vivere; le parve d'essere precipitata da una grande altezza e di ritrovarsi in una grande solitudine; vide come al chiarore d'un lampo il suo avvenire vuoto e malinconico, una successione interminabile di giornate grigie e fredde, la madre morta, la casa solitaria, la sua cameretta povera e triste, e lei, seduta in un angolo, sola, invecchiata, senza famiglia, senza speranze, senza amore; e mentre già il cuore le si gonfiava d'un'amarezza immensa, e il pianto le stringeva alla gola, un nuovo pensiero doloroso, intollerabile, le attraversò improvvisamente quei pensieri: — il Benavides partiva fra poche ore. — Il presentimento della tristezza mortale del dì seguente, diede l'ultima stretta spietata al suo povero cuore: chinò il mento sul seno, si coperse il viso colle mani, e lasciò sgorgare, in silenzio, un'onda ardente di pianto.
In quel punto una voce strana, violenta, sgarbata, tremante di dolore e di sdegno, le gridò all'orecchio:
— Ma voi l'amate, dunque, il vostro Duca!
Evelina balzò in piedi, vide il Benavides pallido, con gli occhi ardenti, capì tutto, e un grido soffocato di amore pazzo e di gioia infinita le fuggì dalle viscere: — Enrico!
Era uno di quei gridi che rivelano in un punto la storia d'un'anima, e che non lasciano dubbi.
Il Benavides stette per un secondo attonito, come trasognato.
— Ah! cara! bella! nobile! adorata creatura! — le gridò poi, afferrandole e baciandole furiosamente le mani; — amor mio! Evelina mia! — Strappò in furia dal cappello l'anello d'oro di sua madre, lacerando i nastri e la penna, lo infilò convulsamente in un dito alla ragazza, la riafferrò per le mani, l'attirò con sè alla finestra dov'erano i bambini, e ribaciandole i polsi, le palme, le dita, ansando, con la voce interrotta, indicando col viso il Duca lontano: — Amalo... — disse sorridendo — amalo pure... lo ameremo insieme... perchè a te ha ridato la patria, e a me... ha dato il tuo cuore!