Evelina volle rispondere, ma i singhiozzi le chiudevan la gola. Arrivato in quel momento in fondo alla piazza, sul punto di sparire nel vicolo che conduce alla via Porta di Francia, Emanuele Filiberto voltò il cavallo verso la folla, si rizzò maestosamente sopra le staffe, e con un gesto vigoroso e superbo alzò tre volte in aria il suo berretto piumato. E quel poetico saluto parve ai due giovani un buon augurio ch'egli mandasse al loro nobile amore sbocciato sotto il sole della sua gloria, e parve alla moltitudine fremente un comando solenne ch'egli rivolgesse ai suoi sudditi presenti e alle generazioni avvenire, come se avesse voluto gridare con quell'atto: Le porte d'Italia son nostre! Emanuele Filiberto ve le affida! Difendetele!

LA GINEVRA ITALIANA

La prima gita a Torre Pellice me la fecero fare i carabinieri. Un giorno, passeggiando per Pinerolo, vidi un lungo cartellone variopinto del teatro delle marionette, con su scritto a caratteri cubitali: — Questa sera si rappresenta: Le gesta e avventure del famoso bandito Delpero da Canale arrestato dal vice brigadiere dei carabinieri Luigi Gamalero, attualmente in riposo a Torre Pellice. — Come! dissi fra me: il Gamalero è ancora vivo? Mi pareva che gli attori di quel dramma terribile, di cui fu protagonista il Delpero, e che terminò con sei impiccamenti solenni nella piazza maggiore della città di Bra, dovessero tutti esser morti e inceneriti da un pezzo. Sbagliavo, perchè non eran passati più di venticinque anni; ma gli avvenimenti che ci colpirono quand'eravamo ragazzi ci paiono quasi sempre più lontani del vero, forse per effetto di quella grande ebbrezza della prima gioventù che vi stese sopra i suoi fumi. Quel cartellone delle marionette mi richiamava alla memoria una delle commozioni più vive dei miei primi anni. Rividi la sala da desinare di casa mia, la famiglia a tavola, la cuoca che porgeva a mio padre la Gazzetta del popolo, arrivata allora, e poi tutta la scena: mio padre dà una scorsa al foglio, e grida: — Ah! l'hanno agguantato finalmente! — e noi tutti prorompiamo in una esclamazione di maraviglia e di gioia. Poi tutti zitti, immobili, a sentir la lettura d'una corrispondenza da Vigone, nella quale era raccontato l'arresto dell'assassino famoso, che da molti mesi atterriva e inorridiva il Piemonte; l'apparizione inaspettata dei carabinieri nell'osteria dove egli stava desinando con uno dei suoi, la lotta accanita, la resistenza furiosa del mostro, forte come un toro e svelto come una tigre, le varie vicende di quella mischia disperata che noi seguitammo con l'animo sollevato, quasi ansando, come se l'esito fosse ancora incerto; e finalmente il largo e profondo respiro dato da tutti all'intender quelle benedette parole: Si arrese. Dei carabinieri, non so come, m'era rimasto impresso il solo nome del Gamalero; e me lo ripetevo sovente, a voce alta, con gratitudine. Perchè era un pezzo, per dio Bacco, che noi ragazzi, facendo delle scappate in campagna, tremavamo di veder sbucare da una siepe o da un fosso lo spaventevole bandito, e scappavamo come il vento alla vista d'ogni faccia barbuta. Nessun altro masnadiero ci aveva mai ispirato tanto terrore e tanto ribrezzo. Era perchè il Delpero non aveva mai mostrato mai neppur uno di quei rari e istantanei sentimenti di mansuetudine che passan per l'animo anche ai malfattori più tristi, una di quelle qualità, per esempio, che avevan reso quasi simpatico, pur troppo, il famoso bersagliere Mottino: egli era un assassino tutto di un pezzo, una belva crudele e stupida, che uccideva inutilmente, e torturava prima di uccidere, e infieriva contro i cadaveri; uno sgozzatore di ragazzi, acceso di libidini orrende, perverso e feroce fin nel midollo delle ossa. L'avevano agguantato, dunque! Mentre noi leggevamo la notizia della sua cattura a Vigone, egli era già arrivato a Pinerolo, legato come un salame, in mezzo a uno squadrone di cavalleria. Tornavamo a respirare, potevamo rifare le nostre scampagnate col cuore tranquillo.... Di tutto questo mi ricordai lucidamente leggendo quel cartellone dei burattini. — Ah! è ancora vivo, e sta a due passi di qua, il Gamalero! Ebbene, lo andrò a trovare; e gli farò raccontare le sue gesta in mezzo a due bottiglie di Barolo vecchio.

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Tre giorni dopo, infatti, una bella mattina dorata di settembre, mi trovavo sul treno di Torre Pellice, con due buoni amici pinerolesi (due editori, tanto per non perder l'abitudine); tutto contento di rivolare un'altra volta a traverso a quella vasta campagna così verde e così buona, coperta da una rete infinita di canali, di rigagnoli, di strade, di siepi, di file di alberi, e chiusa all'orizzonte da quelle grandi montagne di color celeste, così placidamente superbe. Ma non era passata una mezz'ora dalla partenza, che lo scopo della mia gita era mutato. C'erano dei viaggiatori, nel mio vagone, degli uomini maturi e dei vecchi, d'apparenza così tra il ceto signorile e il ceto medio, che avevano qualche cosa di singolare nel viso, nel vestire e nel contegno. Parlavan francese, e si capiva che non eran francesi, benchè si capisse pure che quella era la loro lingua abituale; erano italiani, e trovavo in loro non so che di diverso da tutti gli altri italiani, nelle linee del viso, nell'espressione degli occhi e della bocca, che so io? nella compostezza degli atteggiamenti, nell'intonazione tranquilla e quasi grave dei discorsi. Erano sbarbati la più parte, d'aspetto pensieroso, vestiti d'abiti oscuri; avevano le capigliature lunghe, dei cappelli bassi, di larga tesa, le cravatte nere; tutti puliti, austeri e semplici. M'ispirarono subito una viva curiosità. Io non avevo mai visto alcuno del loro popolo; poichè era evidente che appartenevano tutti ad una sola grande famiglia. N'avevo inteso molto parlare, peraltro, da varii mesi, perchè il loro nome si pronunzia assai sovente a Pinerolo, e con un sentimento di simpatia e di rispetto, anche dal popolo minuto; nella mente del quale esso risveglia un'idea confusa di grandi dolori e di grandi glorie passate. Avevo visto anche nella biblioteca di Pinerolo, sui margini di certi libri di storia, nei quali essi eran giudicati dall'autor cattolico con parole appassionate e ingiuriose, delle risposte sdegnose, scritte in furia a matita, delle sclamazioni ironiche e dei rimproveri amari, che rivelavano l'anima calda di lettori giovanetti, offesi nella loro fede; e m'era nato il desiderio di conoscerli e d'interrogarli. Ma confesso che sapevo assai poca cosa dei fatti loro. Per molti anni, da ragazzo, il loro nome non mi aveva chiamato alla mente altre immagini che lo strano emblema della loro fede: una candela che arde in mezzo a una corona di stelle, col motto Lux lucet in tenebris; e il ricordo d'un bel quadro d'artista piemontese, il quale rappresentava un gruppo d'uomini e di donne, sfuggiti alle persecuzioni dei savoiardi, e raccolti sulla cima rocciosa d'una montagna, pallidi di sfinimento e di terrore, sotto il raggio rosato dell'aurora. Poco tempo dopo, negli anni della nostra rivoluzione, la storia delle loro lotte gloriose contro il despotismo teocratico m'aveva acceso d'un entusiasmo pieno d'affetto. Poi avevo dimenticato. Ed ora mi ritrovavo, quasi all'impensata, in mezzo a loro e stavo per entrare nel loro paese, e, cosa che non prevedevo ancora, nella loro storia, nella quale il mio spirito e il mio cuore dovevano poi rimanere per molti mesi, come imprigionati dall'ammirazione. Al nascere di questi pensieri, naturalmente, il vice brigadiere Gamalero si ritirò in seconda linea. Non desiderai più di arrivare a Torre Pellice che per veder la capitale di quel popolo così singolare e ammirevole. E intanto avrei voluto attaccar conversazione con qualcuno dei presenti. Ma il loro contegno non era punto incoraggiante. Due parevano assorti nei proprii pensieri, altri discorrevano a voce bassa d'una Scuola latina, che è nel villaggio di Pomaretto, posto all'imboccatura della valle di San Martino. Uno, che pareva un ecclesiastico, leggeva un piccolissimo giornale religioso, che si stampa a Pinerolo, intitolato Le Témoin. La sola persona a cui avrei potuto rivolger la parola era una signora sui quarant'anni, seduta davanti a me, vestita di nero, pallidissima, con un bimbo sulle ginocchia; una bella donna che pareva afflitta da una sventura recente, e guardava le montagne; ma con un aspetto che rivelava un animo così profondamente addolorato, e così forte, nello stesso tempo, contro il dolore presente, e così coraggiosamente risoluto ad affrontare i dolori avvenire, che la riverenza mi ricacciava indietro tutte le interrogazioni, anche le più gentili, che mi venivano alle labbra. Stavo non di meno per rivolgerle una domanda sul suo bambino, con quella timidezza con cui si dirige la parola a uno straniero in un paese straniero, quando il fischio della macchina a vapore annunciò che eravamo arrivati a Bricherasio....

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È un bel modellino di piccola città campagnuola, che fa i conti delle sue rendite, beatamente, ai piedi d'una collinetta da giardino, coronata d'una chiesetta candida, in mezzo a una benedizione di frutteti e di vigneti, tutti bianchi d'ombrellifere, che metton fame e sete a guardarli. — Gran bella cosa la proprietà agricola! — avrebbe esclamato il Prudhomme, affacciandosi al finestrino.... — migliore forse della proprietà letteraria. — Tutto spira un'aria d'abbondanza là attorno, e di vita grassa e contenta; l'aria d'un paese in cui non ora soltanto, ma da tempo immemorabile regni una pace da Bengodi, non stata mai turbata fuorchè dalle schioppettate dei cacciatori di quaglie.... Ma è un puro inganno di quel bel verde impostore, che dà l'aspetto innocente a ogni luogo. Dov'è ora la chiesetta bianca, ci fu per secoli un castellaccio; intorno alla cittadina graziosa girava una rude cintura di bastioni; e dal tempo che vi apriva la testa a mazzate la soldataglia dei feudatarii fino al giorno in cui il marchese di Parella vi vendicò il carnaio di Cavour, macellando il presidio francese venuto da Pinerolo, anche qui corse sangue sopra sangue, e s'ammontarono ossa su ossa. La strada ferrata passa appunto a sinistra dell'altura dove piantò il suo quartier generale Carlo Emanuele I, nel 1594, quando strinse d'assedio Bricherasio, difeso dai francesi, con quel suo poderoso e strano esercito composto di piemontesi e di svizzeri, di borgognoni e di spagnuoli, di milizie di Pinerolo e di Barge, e di milanesi, accampati tutt'intorno, lungo le rive del Chiamona e del Pellice. L'accampamento del duca occupava lo spazio coperto ora da un ricco vigneto: era come un piccolo castello di tela e di legno, formato da alti padiglioni conici, congiunti fra loro, con una piazzetta nel mezzo; e gli s'alzavano accanto da una parte le tende del Conte di Marino e di don Amedeo di Savoia, e dall'altra, altre innumerevoli tende e padiglioni bianchi, gialli e scarlatti, e baracche imbandierate, una città guerresca improvvisata, dove stavan la corte, la nobiltà, un visibilio d'alti uffiziali di Piemonte e di Spagna; e alla estremità opposta, Pietro di Padilla, generale dell'esercito di Filippo II. Lo spettacolo doveva esser vivo e splendido, se si pensa chi era il direttore di scena. Ora, nel luogo in cui s'alzavano i padiglioni ducali, su quello stesso tratto di terreno dove passeggiava a passi concitati, nelle notti insonni, quel grandioso capitan di ventura, stendendo col pensiero i tentacoli smisurati della sua ambizione dalla Macedonia alla Provenza, dal trono del Papa al trono di Boemia, dalla corona di Spagna alla corona di Francia, e meditando le vaste cabale e le giravolte astute e i colpi d'audacia che meravigliavan l'Europa; in quel breve spazio quadrato dove egli intratteneva con la conversazione rapida e scintillante i pomposi generali dei due eserciti, e divisava acquisti di quadri del Vasari e del Veronese, e poetava forse, e sognava la gloria immortale, impotente quasi a contenere nel piccolo corpo difettoso la piena tumultuante delle passioni; in quello stesso punto il vignaiuolo avido e astuto quanto il principe savoiardo, ma più cauto, stilla pacatamente la maniera di fare al padrone ciò che il principe avrebbe voluto fare all'Europa, e conta sulle dita i miriagrammi d'uva e le brente di vino che potrà buffare onestamente, ignaro affatto delle glorie storiche della sua vigna, e fin del nome di Carlo Emanuele. Così, con l'ignoranza, il contadino si vendica dei gloriosi devastatori della campagna. Poichè gliel'avevan conciata bene, tra assediati ed assedianti, a giudicarne da un disegno di quel tempo, fatto sul luogo dal Caracca, e inciso dal Fornaseri, a Turino. È un curioso quadro che rappresenta mirabilmente il castello, i bastioni di Bricherasio e tutta la campagna circostante, nel trentasettesimo giorno dell'assedio, e nel momento dell'ultimo assalto. Gli assediati son sulle mura; grandi masse di cavalleria spagnuola e piemontese ondeggiano tutt'intorno, lungo gli accampamenti e le trincee; tutte le batterie, dai lunghi cannoni, lampeggiano; le baracche dei vivandieri, una piccola città, posta sulla riva del Chiamona, fumano per apparecchiare il pasto della vittoria; in ogni parte del campo caracollano e galoppano uffiziali e carabinieri; tutto s'agita, freme, ribolle, s'avanza; già due colonne di spagnuoli e una di piemontesi e di borgognoni hanno assalito la cinta in tre punti, hanno superato il fosso, hanno invase le breccie; una è già dentro le mura; i difensori resistono ancora, ma vacillano; le grida di Viva el Rey e Viva il duca arrivano all'orecchio dei cittadini tremanti nelle loro case; altri pochi minuti e i tre torrenti umani, infranta l'ultima resistenza, irromperanno nelle strade strepitando e urlando: — La ciudad es nuestra! I souma sì! Abajo las armas! Viva Bricheras! Döerve le porte! e convergeranno tumultuariamente verso la piazza.... Nella quale troveranno la bella statua del generale Brignone, il bravo soldato di Palestro, che è ritto là in mezzo al suo caro paese nativo, in quell'atteggiamento austero e quasi doloroso in cui lo vidi sulla via di Villafranca, il giorno della battaglia di Custoza, durante la ritirata lenta o muta dei suoi granatieri.

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Passato Bricherasio, s'apre con maestà graziosa la bella valle del Pellice, dai due lati della quale s'alzano il Vandalino, superbo e triste, e la Gran Guglia, e i monti di Angrogna, e il Frioland, una varietà maravigliosa di cime cinerine che sorgono dietro alle alture verdi, di cime azzurre che si drizzano sopra le cinerine, di punte bianche che fan capolino sopra le azzurre, fino al confine di Francia; e tutt'intorno, dalle rive del torrente affollate di pioppi, su per le falde coperte di gelsi e d'alberi fruttiferi, vigneti sopra vigneti, e campi biondi su campi biondi, divisi da macchie di castagni, e boschi di pini e di faggi più alti, e ville, fattorie, chiesuole, capanne a tutte le altezze, come nelle vicinanze d'una città grande; e su tutta questa bellezza una gran pace. Sulla cima d'un bel poggio, da una parte della via ferrata, s'alza in mezzo ai castagni il castello severo di Bibiana; dall'altra luccicano al sole i tetti di San Giovanni; in faccia, salta fuori dai boschetti del Pellice il campanile bianco di Luserna. Intanto il treno corre in mezzo a palazzine eleganti, a giardini fioriti, a grandi mucchi e a lunghissime file di lastre di gneiss, cavate dai monti vicini, tra un martellare sonoro di operai, che si spande pei campi come un coro di voci argentine; e la valle si restringe, i monti si innalzano, la campagna.... Un momento.... Non si passa mica di là come si passa per qualunque altra stretta di montagne. Mette conto di arrestare per un momento il pensiero, in quel passo. Noi stiamo per entrare, siamo già entrati anzi, in una regione famosa e gloriosa, in una piccola Svizzera italiana, che ha là vicino, in Torre Pellice, la sua Ginevra, in mezzo a un popolo singolare, che forma come una nazione a parte nel seno della nostra nazione, raccolto quasi tutto e accampato in una vasta fortezza quadrilatera di montagne dirupate e boscose, compresa tra l'alta valle del Po, la frontiera del Delfinato e la valle di Susa. Questo popolo ha una storia propria, la cui origine si perde nell'oscurità del medio evo, una fede sua, una sua letteratura, un suo dialetto, un particolare organamento religioso democratico, che appartiene a lui solo, un'assemblea libera che tratta e decide dei suoi interessi più delicati, delle istituzioni speciali, fondate in parte e sostenute dalla liberalità di gente d'ogni nazione. Non occupa, e scarsamente, che tre valli, di cui una piccolissima, e otto valloni; e ha corrispondenze e stazioni in tutte le parti d'Italia, e colonie in Germania e in America, e vanta amicizie di popoli e di principi, ospita visitatori riverenti e devoti di tutti i paesi, manda soldati e divulgatori della sua fede in tutti i continenti. Fra abitanti del piano e montanari non furon mai più, o molto di più di ventimila, divisi in quindici parrocchie: eppure ebbero le vicende e la forza d'un grande popolo; ebbero i loro eserciti, i loro generali, i loro eroi, i loro martiri; trattarono molte volte da pari a pari con lo Stato cento volte più grande a cui appartenevano: sostennero trenta guerre, quali contro il Piemonte, quali contro la Francia, più d'una contro i due Stati riuniti; tennero testa per quasi un anno alla potenza di Luigi XIV. Come il popolo musulmano, sostennero urti di crociate fanatiche; furono strappati tutti insieme dalle loro terre come il popolo ebreo; si riconquistarono la patria come il popolo iberico. Dispersi, uccisi, distrutti quasi tutti come una razza infetta di cui si volesse purgare la terra, ripullularono più numerosi e più ostinati. Infine stancarono con la costanza invitta gli oppressori, si fecero invocare da loro nei pericoli, combatterono valorosamente per la causa comune, strapparono ai secolari nemici l'ammirazione e la gratitudine, li costrinsero a dar loro la libertà per cui lottavano da secoli, a vergognarsi del passato, e a festeggiare quella concessione come un bene e una gloria di tutti. E nonostante le mille persecuzioni, e le guerre spietate, e i lunghi esilii, che avrebbero dovuto spezzare intorno a loro ogni legame, e soffocare nel loro animo ogni altro affetto fuor che l'amore dei propri monti e l'orgoglio della propria storia, essi si mantennero sempre italiani nel cuore, e come furono del vecchio Piemonte, sono ancora una delle provincie più nobilmente patriottiche della nuova Italia. Onore ai valdesi, dunque! Eccoci a Ginevra... Voglio dire a Torre Pellice. Vediamo un po' questo illustre minuzzolo di capitale.

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