Scendiamo alla stazione, usciamo nella piazza.... Dove diamine siamo? In Italia, o in una città di passo della Svizzera e del Reno? C'era pieno di gente. I due amici mi spiegarono: era la stagione in cui vengono a passar le vacanze dai loro parenti i molti valdesi che esercitano l'insegnamento in quasi tutte le parti d'Europa, e specialmente in Olanda e in Inghilterra. Erano anche i giorni nei quali si raduna a Torre Pellice il sinodo annuale, a cui intervengono, in segno di simpatia per “il popolo dei martiri„ rappresentanti di tutte le chiese evangeliche del mondo: una specie di piccolo concilio ecumenico, di parlamento ecclesiastico, composto però di ecclesiastici e di laici in parti quasi eguali, il quale tratta tutte le questioni relative alle leggi e ai regolamenti che reggon la chiesa valdese, e i suoi istituti di beneficenza e d'istruzione. Molta gente arrivava, molta aspettava. Era un rimescolìo di maestri, d'istitutrici, di istitutori, di famiglie, un ricambiarsi di strette di mano e d'abbracci, un mormorìo di saluti in francese, in inglese e in tedesco; poichè non son pochi anche i tedeschi e gl'inglesi che soggiornano là durante l'estate. C'erano anche dei valdesi venuti dalle stazioni delle varie provincie d'Italia, da Venezia, da Roma, da Napoli; parecchi personaggi del Sinodo, pastori, evangelisti laici, professori, ministri emeriti, e anziani e diaconi di tutte le valli, quasi tutti con quell'aspetto particolare d'austerità benevola, vestiti di abiti neri, coi capelli lunghi e ravviati, coi visi lisci e placidi, composti senza affettazione, e come serenamente pensierosi. Apparivano pure, qua e là, degli ecclesiastici stranieri, delle canizie biondeggianti, dei visi ascetici, d'una carnagione di altri paesi: ministri protestanti degli Stati Uniti forse, o d'Australia; un pastore di Livonia, si diceva che ci fosse, e dei membri della chiesa riformata del Capo di Buona Speranza. Era uno spettacolo curioso a vedersi, in quella borgata nascosta fra i monti, tutta quella gente così diversa d'aspetto, di modi, di linguaggio da quella che si vede in tutti i paesi vicini. Pareva di ritrovarsi in mezzo a una di quelle grandi carovane di viaggiatori, messe insieme dagli impresari di viaggi internazionali, la quale non fosse discesa a Torre Pellice che per far colezione, e dovesse ripartire fra pochi minuti per ripassare le Alpi e risparpagliarsi per l'Europa. Tutti s'avviavano verso il paese, a passo lento, discorrendo pacatamente; e in mezzo alle tube lucide e ai grandi cappelli patriarcali di feltro nero, si vedevano spuntare delle cuffiette bianche di contadine valdesi, delle lunghe penne di soldati delle compagnie alpine, dei veli azzurri di signore e di signori, armati di alti bastoni, raccolti a brigatelle, che s'apostrofavano in piemontese e in italiano; poichè a Torre Pellice è il quartier generale degli alpinisti della sezione dell'Alpi Cozie; e il bel quadro aveva da una parte, sull'orlo d'un prato, le macchiette indispensabili di due carabinieri, immobili, che parevano venuti là per tenere nei giusti limiti la libertà di coscienza. Un bel quadro, una mescolanza bizzarra di gravità e di gaiezza, di accademico e di campestre, di nostrano e d'esotico, in mezzo a quelle alte montagne, sui confini d'Italia, dentro al verde immenso e quieto d'una delle più gentili valli delle Alpi.
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Infilammo la via principale, passando davanti a una fontana pubblica che fece erigere il re Carlo Alberto, in segno di gratitudine per l'accoglienza affettuosa che gli fecero i valdesi nel 1844. Il paese stretto e lunghissimo, è tutto pulito e lindo, che par fabbricato da pochi anni. Somiglia a un villaggio svizzero. Le casette colorite di fresco, i salici piangenti che sporgon fuori dai muri bassi dei giardini, le torrette bianche delle chiese evangeliche che spiccano sulla vegetazione bruna dei monti, e le viti fronzute che formano delle tende verdi sulle facciate delle case turchine e rosee, gli danno una grazia singolare; guastata un poco dai grandi casoni nudi e grigi dei molti opifici, fabbriche di tessuti la maggior parte, che empion la valle d'un brontolio cupo e affannoso. Non ci sono che quattromila abitanti, metà dei quali, a un di presso, cattolici, e quasi tutti operai. Ma il carattere generale della piccola città è vistosamente valdese. C'è quella nitidezza, quell'aria di semplicità quasi ingenua che si ritrova nei sermoni dei pastori delle valli. Quelle iscrizioni insolite nei nostri villaggi, come Circolo Letterario, Sala di Conferenze, Scuola normale, Pensionnat, che inalzano gli abitanti nella stima del visitatore, pare che nobilitino, in certo modo, anche l'aspetto materiale del paese, e gli aggiungano all'occhio qualche cosa d'originale. I vetri delle finestre tersissimi, le botteguccie anche più misere, ordinate e lucide, e non so che apparenza d'assestatezza in tutte le cose, mi ricordarono certi villaggi della Frisia e di Groninga. Le piccole strade erano animate; giravano molte cuffiette bianche; passavan dei signori, con delle palandrane scure, dei visi di professori, che leggevano le loro piccole gazzette locali, Le Témoin o l'Avvisatore alpino, m'immagino; delle frotte di bimbi, coi libri sotto il braccio, uscivan dalle scuole, allegri ma senza far chiasso, vestiti da povera gente, ma senza cenci. Non osservai nulla di diverso, nell'aspetto della gente del popolo e dei campagnuoli, dal tipo comune piemontese; ma so che dei naturalisti stanno studiando se non esistano nella famiglia valdese certi particolari caratteri fisici, per effetto del numero grandissimo di matrimonii fra consanguinei che vi seguon da secoli: essi ci diranno qualche cosa. Noi, in un breve giro, incontrammo parecchi ragazzi bellissimi, punto somiglianti a quelli che credeva di trovare tra gli eretici il duca Carlo II, con un occhio in mezzo alla fronte, e sei file di denti pelosi. Incontrammo anche una signorina valdese, alta e superba, una vera bellezza, una donnina del Michetti ingigantita, che avrebbe fatto cader la bolla della scomunica dalle mani di Torquemada. E fu questa la sola vista che turbò un momento, per noi, la quiete serena di Torre Pellice. C'era in ogni parte un'operosità tranquilla, e come un buon odore di vita ordinata e raccolta; l'apparenza d'un paese in cui non fosse mai stato commesso un delitto, nè seguito un tumulto o una sventura pubblica, e dove i carabinieri stessero in villeggiatura.... A proposito: la passeggiata pei dintorni, naturalmente, la riserbammo a più tardi: la nostra prima visita fu per il vice brigadiere Gamalero.
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Domandammo di lui all'albergo; ci dissero che faceva il garzone da un liquorista! Andammo dal liquorista. C'eran tre uomini seduti a una piccola tavola, in una piccola stanza, in mezzo ad una nidiata di bimbi. Dissi subito: — Dev'esser quello là; — non si poteva sbagliare. Egli ci portò il vermut. È veramente una figura da carabiniere piemontese dell'antica stampa; alto, membruto, d'aspetto grave, quasi cupo, con due grandi occhi scrutatori e i baffi grigi. È vicino ai settanta, ne dimostra dieci di meno: si capisce alla prima occhiata che doveva avere una forza erculea, e che l'ha conservata quasi tutta. Gli domandammo se voleva venire all'albergo dell'Orso a bere un bicchiere con noi, e a raccontarci il famoso arresto. Rispose di sì, senz'altro, come se fosse una cosa già convenuta, e fece subito un'uscita da vecchio carabiniere, abituato alle formalità del servizio. — Mi rincresce soltanto che non mi ricordo più del nome di battesimo di Delpero. — Io lo sapevo: Francesco; e anche il soprannome, Nerone: li avevo visti in sogno più d'una volta, scritti sulla parete, a caratteri rossi. Fummo maravigliati della sua voce: una voce profonda, poderosa, un po' tremula, la quale, a' suoi bei tempi, doveva gridare degli alto là da far accapponare la pelle ai cavalli. Due ore dopo era seduto a tavola con noi, e ci raccontava la sua vita, modestamente: figliuolo d'un capellaio d'Alessandria, soldato nella brigata Aosta dal 1835 al 1841, poi carabiniere; promosso vicebrigadiere, non so in qual anno, dopo un arresto rischioso fatto a Torre Pellice, e servizi resi durante il colèra, a Villafranca. Al tempo del Delpero, era di stazione a Vigone. Il bandito era cercato da varii mesi, furiosamente, da tutte le parti. Da ultimo aveva ancora ucciso a tradimento due carabinieri, di notte, sulla via di Pollenzo, e cercava di assassinare il delegato di sicurezza pubblica di Pinerolo, certo Francia, al quale aveva già dato molti anni prima una stilettata mortale, per cui l'avevan mandato in galera; donde era fuggito freddando un guardiano. Il Gamalero faceva continue perlustrazioni, faticose e inutili, nei boschi di Vigone, dove si credeva che il Delpero s'aggirasse con la sua banda. Una sera che ritornava stanco morto da una di queste corse, gli dicono che il brigadiere, uscito poco prima dalla caserma, cerca di lui. Egli va difilato all'osteria dell'Orso marino, dove gli pareva più probabile di trovarlo. C'era infatti, con un altro carabiniere: li aveva mandati a chiamare l'ostessa perchè eran capitate all'osteria due “brutte facce.„ Il Gamalero entra nella stanza grande. A sinistra della porta d'entrata, all'estremità d'una lunga tavola, c'erano i due avventori sospetti, seduti l'uno in faccia all'altro, che avevano smesso di mangiare. Il brigadiere, ritto davanti a loro, col carabiniere accanto, — un mingherlino, un po' tonto, — li interrogava. Un po' più in là, a un'altra tavola, stava cenando un altro avventore, un negoziante di bovi, corpulento, che osservava con curiosità quella scena. — Appena entrato, disse il Gamalero, appena vidi la faccia di quello seduto di fronte alla porta, dissi subito tra me: — Quello è Delpero. — Era un giovine sui ventisei anni, d'alta statura, coi capelli neri e la barba nera, d'una pallidezza di morto. Il Gamalero s'andò a piantare alle spalle di lui, vicinissimo, senza fiatare; e il brigadiere gli fece un cenno col viso: — Occhio alle mani dell'amico. — Intanto continuava a interrogare. Richiesti delle carte, gli avevan presentato un passaporto e un certificato patentemente falsi: i connotati non corrispondevano, le firme eran tutte della stessa mano. L'uno si faceva passare per un mercante d'agrumi, l'altro per un negoziante di vino. Il brigadiere incalzava con le interrogazioni, e osservava intanto che una tasca della giacchetta del più grande presentava un rilievo singolare. — Datemi di nuovo il passaporto, — gli disse, — e alzatevi, che riconosca un'altra volta la statura. — To'! — gridò allora il Delpero cacciando fuori con rapidità fulminea una pistola, e puntandola al cuore del brigadiere. Ma nel punto stesso il Gamalero gli vibrava un formidabile pugno nel viso, che lo buttava a terra. Il brigadiere e il carabiniere s'avventano sul caduto; il Gamalero salta sull'altro, lo afferra pel collo, e lo porta via di peso, sbatacchiandolo attraverso alla stanza.... Qui bisognò ridere per forza a sentire come il Gamalero, interrompendosi, accennò di volo, senza ridere, la sveltezza prodigiosa, la velocità sovrumana con cui il grosso negoziante di bovi, al veder la mala parata, non fuggì, ma volò, svanì per la finestra. La lotta fu tremenda. Il Delpero, armato d'altre due pistole e d'un coltello, lottava per salvarsi dalla forca; la disperazione gli dava una forza formidabile, la rabbia l'aveva mutato in una belva, si scontorceva, ruggiva, picchiava, si rotolava sul pavimento, abbracciato ai due carabinieri, fra le panche rovesciate e le stoviglie spezzate, scalciando e addentando, facendo degli sforzi di dannato per afferrare l'altre armi. Il Gamalero voleva correre in aiuto ai due compagni, ma non attentandosi ad abbandonare il suo prigioniero, gli andava torcendo la cravatta, e allentandola a vicenda, quando lo vedeva annerire; gli dava un po' di fiato, di tanto in tanto, per dirla con le sue parole, lo stretto necessario per vivere, come si fa con la chiavetta d'un becco di gas, che non si vuol nè spegnere nè tenere acceso. Il momento era terribile. C'era da temere che gli altri della banda fossero appostati là attorno; se accorrevano, tutto era perduto. Una persona s'affacciò alla porta: fu creduto un bandito; disparve subito; era un fratello dell'oste, mezzo scemo. Bisognava finirla. Il Gamalero, con una mano sola, stringendo il laccio più forte, strascinò il suo impiccato verso gli altri tre, afferrò un braccio all'assassino, gli fece cascar dal pugno la pistola, lo inchiodò a terra per la gola; e allora s'arrese, finalmente, e fu ammanettato. Subito accorsero guardie municipali e guardie nazionali. Il Delpero ansò per molto tempo. Le sue prime parole furono di rammarico perchè gli fosse mancato il colpo alla pistola. — Se non mi mancava, — disse con uno sguardo torvo al brigadiere, — a quest'ora lei sarebbe già in compagnia degli altri due. — Poi diede in smanie da forsennato, si dibattè, urlò che voleva morire, tentò di spaccarsi il capo contro il muro. In fine, si quetò, e fu portato alla caserma dei carabinieri, tra un urlìo orrendo della folla.... Ma io l'ho sciupato miseramente il racconto del Gamalero. È difficile farsi un'idea dell'eloquenza, disordinata, ma calda, gagliarda, scolpita, con la quale egli ci fece veder quella scena, e sentir quasi gli aneliti, i colpi, lo sgretolìo dei denti, le grida soffocate dei lottatori. A lui stesso pareva di ritrovarcisi, e gestiva, raccoltamente, ma con tale vigore, che quando torceva il pugno noccoluto per render l'atto con cui aveva serrato la strozza al suo fantoccio, mi pareva di sentirmi il colletto troppo stretto, e me lo sarei sbottonato con piacere. E tirò innanzi per un pezzo. Ci raccontò tutti gli altri avvenimenti della sua vita militare, dei quali non fu mica il più notevole l'arresto del Delpero: combattimenti sanguinosi con disertori, corpo a corpo, nelle tenebre, dentro a fossi della campagna; inseguimenti disperati d'assassini per stradoni solitarii, al lume della luna; lotte contro folle ammutinate, due contro cento, con la certezza della morte; il salvamento fatto da lui in una città dell'Emilia, d'un quadro del Guercino, sorprendendo con uno stratagemma astuto, di notte, i ladri che lo trafugavano; tante avventure e così strane e drammatiche, da far pensare perchè mai certi matti affamati di commozioni, che trovan la vita noiosa, non vadano ad arrolarsi nella “benemerita arma.„ Per la prima mezz'ora, parlò piemontese; poi, a poco a poco, si mise a parlare italiano, malgrado le nostre preghiere, quasi forzato da non so che capriccio fonico della memoria; un italiano stranissimo, tutto intessuto di frasi da rapporto e di parole vernacole italianate con una desinenza in i; ma che non ci facevan ridere, nè sorridere, perchè eran l'espressione ingenua e rozza di quello che aveva d'italiano nell'anima, un'eco della gran voce della patria unita, ch'egli era arrivato in tempo a sentire negli ultimi anni della sua vita di soldato. E s'accalorava parlando, senza mai perdere, peraltro, una certa ritenutezza severa d'aspetto e di modi: ci spiegava certi segreti del suo mestiere, certe prescrizioni che faceva ai carabinieri novizii, per esempio, per arrivar addosso a dei malfattori, di notte, per una via di campagna: andar per un pezzo a passi lunghissimi, tra il passo accelerato e la corsa, in punta di piedi, nel mezzo della via, dov'è più alta la polvere; poi, a breve distanza, spiccare una corsa precipitosa, la quale ottien quasi sempre l'effetto di “far perder la testa„ ai bricconi, che rimangon lì, intontiti e immobili, senza neanche l'idea della resistenza; e diceva questo a voce bassa e concitata, fissando nel muro i suoi assassini immaginarii, con l'occhio scintillante, come se li vedesse davvero. Poi riferiva gl'interrogatorii imperiosi, che faceva agli arrestati, per confonderli; con una tale efficacia di espressione li ripeteva, che a un certo punto del racconto, sentendomi una sua mano sul ginocchio, e vedendo i suoi grandi occhi fissi nei miei, mentre mi domandava viso a viso, con quel vocione: — E i mezzi di sussistenza? — rimasi un momento imbarazzato, e quasi lì lì per rispondergli, timidamente: — Ma.... non so.... m'ingegno.... — Parlava a cuore aperto, facendo comprendere, senza esprimerli, tutti i suoi sentimenti più intimi, vedere tutto il fondo della sua semplice natura: e non si può dire la rettitudine d'animo, l'abborrimento profondo del delitto, lo sdegno superbo della viltà, il nobile concetto del proprio ufficio, il forte e netto sentimento del dovere e dell'onore, che si rivelava dalle sue parole, dal suo accento, dal suo viso. Non pareva un semplice carabiniere che parlasse, in certi momenti, ma un giudice, che so io? uno di quegli austeri monaci antichi, incolti, ai quali la fede illuminava l'intelletto; tanto il suo parlare era grave, nonostante la scorrettezza, e sensato, fermo, dettato da una coscienza onesta, e da un cuore forte, sano e generoso. E non un'ombra di vanteria nel suo discorso: si sarebbe giurato sulla verità assoluta d'ogni parola; non un lampo di compiacenza vanitosa nel suo viso, benchè mi vedesse pigliar delle note mentre parlava. — Signori, comandano altro? — domandò quand'ebbe finito, come avrebbe detto ai suoi superiori dopo una relazione di servizio. E dataci una forte stretta di mano, se n'andò senza cerimonie, serio come sempre, quasi triste, verso la sua botteguccia.
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Quando uscimmo, la valle era tutta piena di sole, il paese faceva la sua siesta, mezzo insonnito, dentro al suo grande letto verde, sotto la vigilanza guerriera del Vandalino, la sentinella gigantesca delle valli, la quale da qualunque parte ci trovassimo, pareva che ci s'alzasse sopra il capo. Quello, e tutti gli altri monti circostanti, così ridenti alle falde, si fanno terribili di forme e di memorie, innalzandosi. Nei loro fianchi s'aprono caverne spaventevoli, covi antichi di saraceni, e poi ricetto di valdesi cercati a morte, convertite in stanze di tortura e in sepolcri. Ma la vegetazione è così folta, florida, allegra, che le memorie sinistre dei luoghi vi rimangono sotto soffocate. Per un buon tratto, camminando, non vedemmo altro che verde e azzurro. Il terreno saliva dolcemente. Quasi senza avvedercene, ci trovammo sopra un bel poggio, al confluente del Pellice con l'Angrogna, dove sorgeva la torre famosa, che diede nome al paese, e un castello disputato per lungo tempo tra Francia e Savoia, e più volte rovinato e rifatto; con la storia del quale è legata in gran parte la storia del popolo valdese. Ora non ne rimangon che pochi ruderi, quasi nascosti dalle piante. Di là si vede, sotto, tutto Torre Pellice, e i due torrenti, e più lontano, Luserna, e a destra e a sinistra, monti dietro a monti, e poi la pianura infinita: tutto così bello e felice quando splende un sole d'oro nel mezzo d'un cielo di zaffiro, ripulito da una buona arietta di settembre. Eppure quello è uno dei più sciagurati e dei più sinistri luoghi del mondo; il luogo dove risedettero, trincierarono i loro reggimenti, ordirono le loro trame, e diedero i loro ordini terribili quei governatori di nefanda memoria, quel conte della Trinità, quel Castrocaro, quel marchese di Pianezza, quel conte di Bagnolo, al suono del cui nome par di sentire confusa un'eco lontana di grida di raccapriccio e d'angoscia. L'enorme macchina di tortura che per centinaia d'anni spremette sangue, oro e disperazione dal popolo valdese, era piantata là, su quel poggio così gentile. Di là partivano, a grosse colonne, quegli eserciti feroci, composti in parte di soldati regolari, in parte di volontari, di campagnuoli fanatici, d'irlandesi banditi dal Cromwell, di saccheggiatori e di scampaforche, che i governatori sguinzagliavan nelle valli come branchi di mastini a fare le vendette del Dio dell'Inquisizione. E là riparavano, ritornando dalle spedizioni contro Villar, Bobbio, Comba, Taillaret, Rorà, Pra del Torno, cacciandosi innanzi il loro bottino vivente, famiglie cariche di masserizie, seguite dal bestiame delle proprie terre, pastori incatenati come ladroni, giovani colle orecchie strappate a furia di morsi, vecchi coperti di lividure, donne insanguinate pazze di terrore, che vedevan già con l'immaginazione le tanaglie e le ruote del Sant'Uffizio, e si stringevan contro i fianchi le teste dei fanciulli sfiniti dalla fatica e soffocati dai singhiozzi. Là intorno, sopra le cime di quei bei monti, seguirono quelle fughe tragiche di popolazioni d'interi villaggi, avvertite in tempo dell'assalto imminente, erranti per le nevi, al lume delle stelle, gli uomini coi ragazzi assiderati sopra le spalle, le donne coi bimbi moribondi nelle culle, striscianti nell'ombra delle rupi, al fischio delle palle degl'insecutori, mentre giù nella valle si alzavano le fiamme delle loro case e gli urli dei loro fratelli sgozzati. Là, per quei sentieri, lungo i due torrenti, passarono, nelle giornate memorande della grande espulsione, diretti alla pianura, per esser dispersi pei conventi e per le galere, per andare a morire a mucchi, pigiati come bestie da macello, divorati dalla fame e dai pidocchi, nei fossati delle cittadelle e nelle prigioni immonde, passarono in file sterminate, a centinaia, a migliaia, i mariti separati dalle mogli, i parenti divisi dai figliuoli, poveri, signori, vecchi, donne, infermi, feriti, legati a due a due, e coppia a coppia, con lunghissime corde, fiancheggiati dai soci della propaganda fide che tentavan di strappare i bimbi alle madri, spinti innanzi a calci e a nerbate, coperti di scherni, di maledizioni e di sputi, come una turba di schiavi infami destinati alle fiere di un circo. E di là, infine, proprio dalla cima di quel poggio, fu dato il segnale di quelle stragi di Pasqua, di quella Saint-Barthélemy dei Valdesi, che strappò un grido d'orrore al mondo, e quei versi terribili al Milton; e dopo la quale degli uffiziali onorati buttaron la spada con disprezzo ai piedi del loro generale; là in quel tratto della valle e per tutto lo spazio che s'abbraccia di lassù con lo sguardo, famiglie intere, snidate dai nascondigli, raggiunte e accerchiate per le vie e per i campi, furon palleggiate sulle punte delle spade e delle alabarde; centinaia di sventurati fatti perire con quei supplizi inauditi, inventati dalle immaginazioni stravolte di carnefici pazzi e briachi, con quelle agonie eterne, la cui sola idea ci oscura la ragione; uomini e donne d'ogni età, sotto gli occhi dei loro più cari, scaraventati giù dai precipizii scannati, scorticati, sbranati, ridotti lentamente un carname informe che urlava ancora, e i bambini sfracellati contro le roccie, in cospetto delle madri mutilate, a cui schizzavan le cervella negli occhi.... Oh! Maledizione! Dolore! Vergogna eterna! Esecrabili memorie che inferociscono il cuore, che destano, con l'immaginazione della vendetta, anche nell'anima dei miti, la sete di sangue che era nell'anima dei carnefici!... Ma un altro sentimento tien dietro subito all'indignazione: uno scoramento triste, un disprezzo infinito della bestia umana, che fu capace allora di commettere quegli orrori in nome della religione, che li commise più tardi in nome della libertà, che li commetterà forse domani in nome dell'eguaglianza; che è capace ancora, dopo sei secoli, di ricordarli senza ribrezzo e senza rossore, di scusarli, di giustificarli, di gloriarsene. Non ci è che un conforto a quel pensiero, ed è il considerare che quelle atrocità obbrobriose furono inutili a chi le commise, e duplicarono la forza di chi le patì. Non foss'anche stato il sentimento profondo della propria fede, sarebbe bastato l'orrore, l'odio che dovevan provare contro i macellatori, a mantener i valdesi eroicamente immobili nella loro ostinazione; la carne, le viscere loro, oltre che la coscienza, dovevano abborrire anche dalla sola idea d'una simulata conversione; dovevano nascere con l'istinto della resistenza disperata nel sangue i nipoti di quei martoriati. Che gigantesco orgoglio si saran sentiti nell'anima di fronte ai propri nemici! E come si capisce che dovessero amare disperatamente il loro paese, e amarsi tra loro, legati com'erano gli uni agli altri da quelle tremende memorie, dall'odio mostruoso che li circondava, e dall'immensa pietà delle sventure comuni!
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Dì lassù, guardando nel paese col canocchiale, vidi a una cantonata un cartellone di teatro che annunziava la rappresentazione del Ventaglio del Goldoni. Non potevo trovare migliore pretesto per rompere il filo delle riflessioni tristi. Ma la prima volta che si va tra i Valdesi, è difficile sprigionare il pensiero dal loro maraviglioso passato. Quelle tre date terribili: 1561, 1655, 1686, che sono come le tre piaghe sanguinanti della loro storia, mi pareva di vederle scritte nei muri, incise negli alberi, tracciate sulle vie, segnate per aria, e che avessero quasi il senso d'un rimprovero e d'un avvertimento: — Raccogliti, ricorda, medita! Non è questo un luogo dove tu debba far faccia da ridere, figlio dei persecutori! — Che volete? Qualche cosa sulla coscienza, un minimo che, leggerissimo, me lo sentivo anch'io; tanto che i saluti e gli sguardi benevoli che ci rivolgevano i campagnuoli, incontrandoci, mentre scendevamo, mi sembravano quasi una gentilezza immeritata. Insomma, tutta quella gente avrebbe bene avuto un po' di diritto di darci quattro tanagliatine tra la spalla e il gomito, delicatissime, s'intende, per pura formalità di contraccambio. Tutti i putti che vedevo seduti davanti agli usci delle case, mi ricordavano quei cinquanta poveri bimbi dei Valdesi fuggiaschi da Pragelato, trovati morti gelati nella neve, gli uni nelle loro cune, gli altri fra le braccia delle madri irrigidite, lassù, sui monti della valle di San Martino, nella quaresima del 1440. Una ragazza bionda e graziosa, sui quattordici anni, che entrava in casa con un gran pane sotto il braccio, mi fece pensare a quella piccola eroina, che sorpresa dai soldati del conte della Trinità in una caverna, dove s'era rifugiata con l'avolo centenario, e visto trucidare il suo vecchio, spiccò un salto per scampare alle braccia degli uccisori, e rotolò morta sformata in fondo a un burrone. Una coppia matrimoniale, un po' più in là, un ometto sulla cinquantina, un po' curvo, che dava il braccio a una signora malata, di aspetto risoluto insieme e amorevole, mi richiamò alla mente quell'infelice Mathurin, e quella sua brava e buona Giovanna che volle morire con lui, nel 1560, legata alla stessa trave, sulla medesima catasta di legna, in faccia all'inquisitore generale e al prevosto generale di giustizia, nella piazza maggiore di Carignano. Quella stessa campagna così fiorente, la vedevo nuda in qualche momento, devastata, sparsa di rovine affumicate e di vestigia turpi d'accampamenti, come doveva offrirsi allo sguardo quando vi seguivano i casi maravigliosi che la resero celebre. Casi meravigliosi, infatti, anche per la mescolanza incredibile che presentavano di solenne, di bizzarro, di tragico, e a volte di ridicolo dall'una parte e dall'altra. Che strana cosa, quei brillanti aiutanti di campo che entravan di carriera nei villaggi, a intimare: — O alla messa fra ventiquattr'ore, o la morte! — e che riportavano al generale quelle risposte: — Meglio mille volte la morte che la messa! — E quei legati delle due parti che, nelle interruzioni dei combattimenti, si radunavano, ancora neri di polvere e stravolti, a disputare sul sacramento del battesimo, sulla supremazia del Papa e sulla transustanziazione! Strani, degni del pennello di un grande umorista, quegli sgomberi forzati dei conventi, quei monaci portati via sulle spalle dalle donne in mezzo alle grida festose del popolo: io li vedevo, per quelle strade, beccheggiare al di sopra delle teste della folla, come barconi sopra un'acqua agitata, e mi pareva che non fossero mica spaventati, alcuni di quei fratoni, di sentirsi di sotto le spalle rotonde di due robuste eretiche di venticinque anni, e che nell'appoggiar le mani sulle teste per non cadere, andassero palpando le grosse trecce con un'aria sorniona, sorridendo tra le palpebre semichiuse. E quelle sfide clamorose a disputare sul culto delle immagini e sulla presenza di Gesù Cristo nell'ostia, che si slanciavano da un paese all'altro, per lettera, monaci, gesuiti e pastori, chiamandosi a vicenda ignoranti, bestemmiatori, donnaioli e dannati; quelle scene tumultuose, quando i due avversari convenivan nelle chiese, l'uno seguito dai suoi Valdesi, l'altro da un codazzo di gentiluomini, di frati, di sagrestani e di bifolchi, in presenza d'un governator militare cattolico, che avrebbe dato fuoco a tutt'e due; e lì fiumi di chiacchiere, e grida, e gesticolamenti d'energumeni, e chi sa che birberie di cavilli, che scambietti d'arzigogoli da bastonate, e quante volte il santo randello sarà accorso in aiuto delle cattive ragioni! — Ma l'immagine che mi vidi più viva dinanzi per tutto quel giorno, che mi pesava quasi sull'animo come il ricordo d'un sogno spaventoso, come l'espressione di tutti i terrori e di tutti gli orrori della storia valdese, son quei convogli che passarono molte volte per quelle strade, nei secoli scorsi, quelle commissioni che venivan da Torino per estirpar l'eresia, in qualunque modo, con la persuasione, con le minacce e con la morte. Ah! no, studiate pure: voi non riuscirete a rappresentarvi alla mente un quadro più lugubre e più tremendo.... Il presidente del parlamento di Torino, dei consiglieri, dei membri del tribunale dell'inquisizione, una frotta di domenicani, di gesuiti, di arcieri di giustizia, e un seguito di contadini infanatichiti, armati di coltelli, e di predatori vagabondi raccattati per viaggio, e i frati cappuccini, e i birri, e il boia.... Raffigurateveli per una via di villaggio, di notte, che passano lentamente, fra le case mute, al chiarore delle torcie resinose che gettan per le finestre nelle stanze un riflesso delle fiamme del rogo; immaginate quel miscuglio di cappucci, di caschi, di pugnali, di crocifissi, di corde, quel rumore di catene e di tonache, quelle faccie barbute, quelle braccia in croce, quel mormorìo di preghiere, quelle fiamme fumose e quell'ombre sui muri.... Ah! l'orribile cosa! In pieno giorno, in mezzo a quel bel verde e sotto quel bel cielo, la scellerata visione mi strappava un grido muto dall'anima: — Via, larve nefande, spauracchi abbominevoli del passato!.... — e svanivano; ma per riassalirmi ad un altro svolto di strada, come uno stormo di upupe, che uscissero improvvisamente da un cimitero.
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