I miei due compagni mi condussero a fare una visita a un loro amico valdese, un signore sulla sessantina, dotto e amabile, padre d'una famiglia numerosa e studiosa, sparpagliata per l'Europa. In quei giorni, ce n'era a casa una buona parte; signorine e giovanetti, d'aspetto serio e simpatico. La casa mi parve che ritraesse qualche cosa del carattere della religione: una grande semplicità, le pareti bianche, una pulizia olandese, un ordine rigoroso: l'apparenza d'una casa in cui tutti dovessero levarsi prestissimo, e studiare, pregare e ricrearsi a quelle date ore, a regola d'orologio, come in un collegio. Parlavano tutti francese. I Valdesi colti parlan quasi sempre quella lingua fra loro. La introdussero nel paese, dicono, i pastori che vennero chiamati dalla Francia e da Ginevra dopo che la peste del 1630 ebbe portati via quasi tutti i pastori nativi delle valli; e aiutarono anche a diffonderla i giovani mandati a studiare di là dalle Alpi, e i libri religiosi, scritti in francese. Ora, peraltro, in quella predilezione del francese c'entra anche un po' di compiacenza, l'idea di parlare una lingua che tutti gli altri italiani vicini vorrebbero conoscere, e che essi conoscon meglio di tutti, e che è quindi, per loro, come un segno e un argomento di maggiore cultura. Ma si vanno italianando, lentamente, da parecchi anni. E intendo dire di lingua, perchè di cuore sono italianissimi, e non hanno punta simpatia, se così può dirsi, storica per la Francia; alla quale danno la parte maggiore di colpa nelle persecuzioni che ebbero a patire; non ostante che gli scrittori d'oltralpi s'ingegnino di persuaderli che i loro più funesti persecutori furono in ogni tempo gl'italiani. Certo, la quistione non è facile a risolvere. Ma questo è incontestabile, almeno: che la più terribile delle persecuzioni, quella per cui tutto il popolo valdese venne strappato dalle sue valli e disperso pel mondo, fu opera di Luigi XIV, e che gli orrori commessi in quell'anno dall'esercito del gran re nella valle di San Martino, stanno poco al di sotto delle famose stragi di Pasqua. Ma essi parlano di tutti quegli avvenimenti senz'ira, e quasi senza rancore, da vincitori che han perdonato; e perfino nei loro scritti storici, se qualche volta si lasciano sfuggire una parola violenta, non è quasi mai che una parola; alla quale segue subito l'espressione d'un sentimento di pietà e di benevolenza. Deriva anche questa moderazione dalla cultura, dalla conoscenza della storia, particolarmente, che è assai diffusa fra loro; per il che non cadono nell'errore di spinger troppo oltre le giuste recriminazioni, giudicando il passato con le idee del presente. Non c'è alcuno di essi che, nel giudicare le guerre atroci di cui furon vittime i loro padri nel sedicesimo secolo, non mostri d'aver chiaro in mente il concetto dello stato di quella Europa, divisa in due campi dalla religione, agitata furiosamente dal Papato, che andava riacquistando le antiche forze, insanguinata con egual furore da protestanti e da cattolici: il concetto, dico, della confusione di errori e di passioni di quel periodo di tempo, nel quale avevan color religioso tutte le guerre, e la teologia guidava la politica, ed era massima inconcussa in ogni Stato la necessità dell'unità religiosa, e che fosse fuor della legge chi era fuor della Chiesa, e che non si dovesse usare in materia di religione nè pietà nè misericordia. Perciò non si rifiutano di riconoscere, nemmeno nei più implacabili nemici di quegli anni, certe ragioni che valgono a scemare alquanto l'odiosità delle persecuzioni, o a spiegare almeno come le abbiano potute compiere, pure non essendo mostri di ferocia. Riguardo alla casa di Savoia, in particolar modo, mostrano una grande mitezza; la quale, per esser giusta, non è men generosa: pare che non ne ricordino che i benefizi. Rispetto ai primi duchi, lamentano l'ignoranza in cui eran tenuti, le favole calunniose con le quali venivano eccitati contro i Valdesi, dipinti a loro come gente depravata, selvaggia, impaziente d'ogni legge. Rispetto agli altri, sanno come fossero istigati, forzati alla violenza da Francia, da Spagna, da Roma; come anche i più severi di essi fossero rampognati, accusati di mollezza colpevole, specialmente dai Papi; come lo stesso Emanuele Filiberto, sotto il quale infuriò quel famigerato conte della Trinità, ripugnasse dalla guerra che il legato pontificio gli predicava necessaria con minacce e con rimproveri amari, e come manifestasse poi, con fiere parole, alla Corte di Roma la sua disapprovazione per il modo di procedere del Sant'Uffizio che “invece di punire, disperava„ e che era più atto “a distruggere, che a edificare.„ Ricordano con gratitudine l'ammirazione e la pietà di Filippo di Savoia. Non ignorano infine, che Vittorio Amedeo II resistette quanto potè alle istigazioni di Luigi XIV prima di rompere quella deplorabile guerra del 1686; che lo irritò con cento ripulse e con ogni sorta di scappatoie; che non cedette se non minacciato; che dovette cedere perchè il Re lo teneva sotto i piedi, per mezzo di Pinerolo e di Casale e con un esercito accampato in val di Chisone. Con tutto questo, è vero, non si giustificano pienamente nè gli ultimi duchi nè i primi; poichè, se non altro, avrebbero potuto fare assai di più per render meno orribili le persecuzioni a cui furono in parte costretti. Ma è raro che un Valdese esprima risentitamente questo pensiero. Non era nella loro indole, — dicono, — non era nell'indole dei duchi quello spirito di persecuzione implacabile. La forza che trascinava alla crociata i grandi Stati cattolici, li travolgeva. La società onnipotente de propaganda fide li circuiva, li premeva, li aizzava, metteva loro la benda agli occhi e l'arma in pugno, li spingeva al sangue per disperazione. Dopo ogni persecuzione, infatti, sono come vinti dalla pietà, la generosità naturale del loro cuore ripiglia il di sopra, inclinano al perdono, accordano dei patti accettabili. Ma che vale? Il loro cattivo genio, il nemico dei Valdesi e di loro, che domina la nobiltà, la corte e la plebe, s'intromette, ristringe i patti, li nega, li viola, soffia nei rimasugli dell'incendio e fa divampare la fiamma. Senza dubbio, anche dalla parte dei Valdesi, sorsero qualche volta ostacoli alla pace e incentivi alla guerra. I loro predicatori non si restrinsero costantemente a difendere la causa propria, i ministri ugonotti venuti nelle valli fomentarono spesso la ribellione, predicando la costituzione d'una repubblica indipendente; e così gli uni che gli altri, con la propaganda del valdismo, seminarono la discordia religiosa nelle terre vicine, nè rispettarono sempre nei cattolici la libertà di culto che volevano in sè stessi rispettata. Ma sarebbe assurdo il fondarsi su questi argomenti per dire che la colpa delle immani barbarie commesse non deve cader tutta su quella inesorabile fazione papista, la quale non volle uscir mai dal dilemma della conversione o dello sterminio, e su quei generali senza dignità e senza cuore, che cercaron la gloria nelle carneficine per la rabbia di non poterla conseguire nelle vittorie. Questi hanno segnato d'infamia e rammentano con orrore i Valdesi.... Ma neppure contro questi si scagliano con quella eloquenza d'indignazione che pare dovrebbe essere irresistibile in loro: li giudicano invece e li condannano con un linguaggio severo e tranquillo di magistrati, con una specie di compostezza d'animo, che deriva pure in gran parte dalla loro indole forte, ma fredda, la quale si rivela massimamente in una mancanza d'impeto e di colore nelle loro scritture. È però facile riconoscere, anche sotto quel riserbo dignitoso, un sentimento profondo e vivo di alterezza, o come ora si dice, d'orgoglio nazionale; poichè nazione si possono chiamare veramente, sotto certi rispetti. Considerano sè medesimi come cristiani primitivi sopravvissuti nel nuovo mondo, e la propria religione come l'essenza stessa del cristianesimo; sono alteri di rappresentare il solo principio di protesta religiosa che abbia attraversato vittoriosamente i terrori del medio evo, di essere stati quasi i padri spirituali della riforma, oggetto per secoli d'ammirazione e di affetto in ogni angolo della terra dove battesse un cuore protestante; alteri delle loro sventure e delle loro battaglie eroiche, di quella “gloriosa rientrata,„ principalmente, e di quella miracolosa difesa della Balsiglia, paragonabili davvero l'una e l'altra alle più grandi cose dei tempi antichi; alteri anche del presente; della floridezza, della istruzione, della operosità, della virtù del loro popolo, a cui il mondo protestante ha decretato il titolo glorioso di “Israele delle Alpi.„ Della virtù, dell'onestà sopra tutto, poichè, sebbene riconoscano essi pure di non essere più i Valdesi d'una volta, e ammettano che anche nelle valli, come dice uno dei loro scrittori viventi: “entrarono il lusso, il libertinaggio, la calunnia, la lite, il gioco, la crapula,„ hanno per fermo nondimeno, e non lo tacciono, che “il loro grado di moralità sia superiore a quello di tutte le altre popolazioni italiane.„ E veramente il giudizio della maggior parte di coloro che li conoscono da vicino, non discorda dal giudizio loro. Io interrogai anche pochi giorni fa un dottorino veneziano, un giovinotto allegro che visse molto tempo nelle valli. — Che cosa le pare? È davvero un popolo più morale degli altri il popolo valdese? — Con mia grande meraviglia, egli si rannuvolò. — Ah! — esclamò poi con tristezza, — pur troppo! — E domandato della ragione di quel pur troppo, mi raccontò una storia pietosa. Era innamorato d'una valdese, maritata, di umile condizione; ma bellina! ma cara! una delle più belle bocche che abbiano mai addentato un frutto proibito. E un giorno, trovandosi solo con lei, non all'aperto, la pregava, la scongiurava; e quella, che aveva simpatia per lui, resisteva, torcendo il viso, ma senza violenza, quasi con rammarico, cercando di acquietarlo con le buone parole, e pareva che non la dovesse durare più un pezzo; quando tutt'a un tratto s'alzò, corse in un canto, tornò con una Bibbia aperta, e gli disse: — Legga qui... e poi qui — con un accento commovente di preghiera, come se avesse voluto dire: — Mi rimetto alla sua coscienza, caro signore, abbia pietà dell'anima mia! — E il giovane lesse: Si un homme dort avec la femme d'un autre, l'un et l'autre mourra, l'homme adultère et la femme adultère.... Les enfants des adultères n'auront point une vie heureuse, et la race de la couche criminelle sera exterminée.... — E a quella lettura rimase lì, per servirmi della sua parola, come un asino; il quale suol dire d'allora in poi, come quel tal milanese dei Promessi Sposi: — Quelli che non credono che ci fossero untori... quelli che non credono alla moralità valdese, non lo vengano a contare a me, perchè le cose bisogna averle vedute....
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Uscimmo da quella casa che tramontava il sole, e la valle e i monti eran già bruni; eccetto il Vandalino, che aveva ancora sulla testa un cappuccio d'oro. Per far l'ora della partenza, entrammo in un caffè, a carezzare il collo di una negrina di Bricherasio, ornata di un piccolo turbante rosso, che le dava una grazia maravigliosa. Là mi fu presentato un proprietario valdese, sulla quarantina, alto e poderoso come un dragone, e d'aspetto grave, ma d'umore lepido; uno di quegli uomini coi quali si piglia famigliarità fin dalle prime parole. — Badi, — mi dissero all'orecchio i due amici, scherzando; — questo è un Valdese chauvin. — E infatti, tra un sorso e l'altro, essendo caduto il discorso sulla storia valdese, io fui meravigliato della cognizione che n'aveva, non profonda, ma minutissima e precisa oltre ogni credere. È vero che non è difficile ai valdesi il conoscere la loro storia, a cagione della sua stretta unità, e del breve spazio che abbraccia. Ma quello faceva saltar sulle punte delle dita i pastori, i martiri, i sinodi, i combattimenti, le date soprattutto, come un cronologista di professione. Poichè era un chauvin, volli provare a stuzzicarlo un poco, ed egli s'accalorò, senza smettere lo scherzo, ma pure senza ridere mai, e dando alla discussione una forma curiosissima, come se si parlasse di fatti del giorno innanzi, ed io fossi ai suoi occhi il papismo incarnato. Io accennavo alla parte dei torti che avevan pure avuto i Valdesi, servendomi dello stesso suo modo di parlare. — Ma scusi, — gli dicevo, — lei mi saccheggia tutte le borgate della pianura, lei m'incendia i conventi, lei mi macella le pattuglie piemontesi colte alla sprovvista, lei mi passa ottocento irlandesi a fil di spada a San Secondo.... — Sta bene, — egli rispondeva, — ma quando, non avendo io fatto nulla ancora di tutto questo, lei mi svaligia la casa, m'ammazza i figliuoli, mi fa arrostire la moglie, apre la pancia ai miei fratelli per cacciarvi dentro dei gatti vivi.... — Un carabiniere ingenuo ci avrebbe messo le mani addosso a tutti e due. Io era ben d'accordo con lui, in fondo. E mentre tirava innanzi a ragionare, credendo che non fossi persuaso, non gli badavo, e andavo pensando che egli poteva essere nipote d'una di quelle sante sventurate che morirono di stento tra le nevi del Moncenisio, in quel tremendo inverno della cacciata, o discendente d'uno di quegli eroici vincitori di Salabertran, che, stremati dalle fatiche, furon ripresi prigionieri sui fianchi dello Sci, al momento di rientrare nella patria, riguadagnata a prezzo di tanti dolori e di tanti rischi.... Poveri e grandi Valdesi! E lui continuava a discutere, e non sapeva che gli avrei concesso dieci conventi e ottocento irlandesi di più, tanto il pensiero di quella sua possibile genealogia me lo rendeva simpatico e mi disponeva ad assentirgli ogni cosa. Ma come cioncava! Delle fiancate di Campiglione, Dio lo conservi, che se n'avessero ingollato la metà i campioni assiderati del bravo Arnaud, là sopra i monti bianchi di val San Martino, i francesi avrebbero lasciato trecento morti di più fra le rocce. — Bah! — concluse poi, guardandomi, dopo aver sbacchiato e fatto sonare la lingua, da buon bevitore soddisfatto, — son tutte cose passate; non si ricomincierà più, non è vero? — Per parte mia, — gli risposi, — glie lo do per sicuro; non sono mai stato inclinato alle carneficine; domandi pure informazioni. — Però, — soggiunse il più giovane dei miei compagni, — se tornando qui a violar la libertà di coscienza, si potesse sperare di esser portati via, come quei frati di Villar, da due paia di spalle.... a scelta! — Allora, finalmente, il valdese si mise a ridere. E sur cela, sopra quelle spalle, ci separammo amichevolmente; noi per ripartire per Pinerolo, e lui per andare a trincare in un altro luogo.
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Era notte. Tutti quegli opifici, con le loro lunghe file di finestre illuminate, parevano tanti edifizi in foco, come quelle case di cartone che ci metton dentro un lume i bambini. Nel paese c'era quel brulichìo di ragazzi che annunzia l'ora d'andare a letto. Passando davanti al liquorista, rivedemmo a traverso ai vetri della finestra il profilo minaccioso del Gamalero. Nella piazza c'era un poco di passeggiata. Mi fece senso, a primo aspetto, dopo tutta quella fantasmagoria di guerre feroci di valdesi e di papisti, il veder passeggiare là un prete, giovane ed elegante, che si dondolava con una certa grazia di zerbinotto, guardando le signore; e mi parve che avesse una disinvoltura un po' studiata, come un ufficiale parlamentario in un accampamento nemico. Alla stazione c'eran tre o quattro famiglie valdesi; qualche bel visetto: due o tre signorine, che avrebbero fatto bene a portar sempre la Bibbia in tasca, come strumento di difesa. Credevamo di fare il viaggio soli, quando al momento della partenza, salirono nel nostro vagone un signore e una signora, che attirarono la nostra attenzione. L'uomo era una figura straordinaria: poteva avere dai trentacinque ai quarant'anni: alto, robusto, una gran barba nera, la fronte ampia, due occhi neri dolcissimi, la carnagione rosea, un'espressione di grande bontà, una testa di Cristo, non so che cosa nel viso, o piuttosto nell'aria del viso, che faceva indovinare una vita sobria e serena, tutta pensieri e propositi benevoli, e un'anima semplice, ma piena di vigore e di coraggio. La signora pareva poco più che trentenne, piccolina, bruna di capelli e di viso, con due belli occhi di bimba, viva e allegra, come se partisse per una scampagnata. Eran vestiti di scuro tutti e due; il marito aveva una cravattina bianca. Si guardavano sorridendo, tratto tratto, e poi guardavano noi, con quell'espressione particolare della gente buona che riceve sempre una prima impressione favorevole dalle persone sconosciute. Non tardammo ad attaccare discorso. Dimandammo dove andavano. La loro risposta ci maravigliò molto. Andavano al Capo di Buona Speranza! In Inghilterra prima, dove si sarebbero imbarcati, e di là al Capo di Buona Speranza, e dal Capo nel paese dei Bassutos, della stirpe dei Cafri. Egli era missionario, nativo delle valli; la sua signora, figliuola d'un pastore di Torre Pellice. Il suo nome era Weitzecker. Andava a predicare il Vangelo nella parte della Basutoland non ancora convertita al cristianesimo, e aveva già imparato qualche cosa della lingua poetica e musicale di quel paese. Una casetta solitaria, abbandonata da un altro missionario che s'era spinto più avanti, lo aspettava laggiù, ai confini della barbarie. Partiva con un piccolo bagaglio, la Bibbia, e pochi altri libri; e sua moglie l'accompagnava, per rimaner là con lui. Andavano incontro a una vita di privazioni, piena di difficoltà, di fatiche ingrate, di pericoli, in una terra quasi selvaggia, a una sterminata lontananza dal paese dov'eran nati e cresciuti, ed eran così tranquilli, contenti anzi, come due sposi che facessero un viaggio di piacere.
— E ci va volentieri? — domandai al marito.
— Sì, — mi rispose, — pensando allo scopo per cui ci vado.
— Non teme dei pericoli d'ogni genere, a cui va incontro con la sua signora?
— Il Signore ci aiuterà.
— E ritorneranno poi al loro paese?