— Prima di morire, speriamo.

Ma diceva questo con una naturalezza, con una dolcezza da non potersi esprimere. Gli si leggeva negli occhi che, all'occasione, sarebbe morto per la sua fede, con la placida intrepidezza di Gian Luigi Pascal o di Giaffredo Varaglia; e ci guardavano intanto, lui e sua moglie, sorridendo della nostra ammirazione, con la stessissima sfumatura di espressione benevola, come se avessero un'anima sola. Per un pezzo non trovai più parola; non potevo finir di pensare, con un sentimento di stupore, alla immensa distanza che separava il mondo morale in cui io vivevo, da quello in cui viveva quell'uomo. Insieme con l'ammirazione, io provavo quasi un senso di pietà per lui, e per il suo avvenire; ed egli forse provava un egual sentimento per me e per la mia vita. E non aveva mica, non poteva avere nessun secondo fine quell'uomo, nè di gloria, nè di guadagno, nè d'altri vantaggi. Abbandonava la patria, i parenti, dava un addio a mille cose care, rinunziava alla vita civile, si esiliava dal mondo forse per sempre, spontaneamente, col cuore lieto, non per altro che per andar a dire a gente sconosciuta, all'estremità d'un altro continente: — Siate onesti, amatevi, perdonate, pregate, sperate! — E poc'anzi, ricordando le stragi di Pasqua, io avevo parlato di disprezzo per la natura umana. Oh grande, immensa, maravigliosa natura umana! Quelle due anime gentili e intrepide valevano bene esse sole a purgarla di cento sanguinose vergogne. Io li avrei ringraziati tutti e due del bene che mi faceva la loro vista. E non osando parlare, augurai loro affettuosamente, dentro di me, che li accompagnasse un tempo felice sul grande Atlantico, che trovassero buona accoglienza in quei paesi lontani, che vi fossero amati, che vi vivessero contenti, che non vi perdessero dei figliuoli, che potessero tornare un giorno alle loro valli, e che vi fossero festeggiati da tutti, e vi chiudessero la loro nobile vita senza dolori, amandosi sempre, e benedicendo il passato. — E mentre pensavo questo, e tacevamo tutti, essi guardavano le Alpi, disegnate in nero sul firmamento, vedendo forse col pensiero un altro orizzonte, una pianura sterminata dell'Africa, colla casetta solitaria che li aspettava.

LE TERMOPILI VALDESI

Cominciamo come i romanzieri d'una volta. Era una bella mattinata della fine di settembre, sul levare del sole, quando tre amici, ancora mezz'addormentati, un deputato, un giornalista e.... (la frase è tanto bella e nuova che non posso trattenermi dal metterla) e chi scrive queste linee, uscivano insieme dal buon albergo dell'Orso, dove si cucina magistralmente il camoscio, e discendevano la strada principale di Torre Pellice per recarsi nella valle d'Angrogna, con l'intenzione di rimontarla fino al celebre Pra del Torno, chiamato “il santuario e la fortezza delle valli valdesi.„ — Ci vada, — m'avevano detto Valdesi e cattolici, — è la più originale e la più romantica di quelle valli, oltre che è la più gloriosa; lei ne ritornerà entusiasmato. — E m'avevano dato una commendatizia per il pastore d'Angrogna, il signor Stefano Bonnet, nativo del luogo, un barbone venerabile di ottanta o novant'anni, m'immaginavo; il quale sarebbe stato per me, dicevano, il più dotto e cortese cicerone che potessi desiderare. Il tempo ci favoriva. C'era un cielo, come suol dirsi, tirato, limpido da parere che non si dovesse più rannuvolar per un mese, e il Vandalino drizzava la testa granitica in quell'aria pura, tutto dorato dal sole, superbo come ne' più bei giorni delle sue vittorie.

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In pochi minuti ci trovammo vicino all'imboccatura della valle, ai piedi della bella collina di Rocciamaneot, che è come un forte avanzato di val d'Angrogna; intorno al quale toccarono una delle prime batoste, nel 1488, le truppe tumultuose del legato d'Innocenzio VIII, e dove, circa duecento anni dopo, uno dei personaggi più eroici e più poetici della storia valdese, il capitano Ianavel, respingeva, con soli seicento de' suoi, tre assalti furiosi dell'esercito di Carlo Emanuele II. Ma chi volesse arrestarsi a notare tutti i combattimenti che seguirono su quelle alture, non arriverebbe mai a Pra del Torno. I Valdesi furono assaliti, nel giro di tre secoli, in tutti i punti del loro paese, da Pragelato a Lusernetta, da Bobi a Pramollo, in pianura e sui monti, nella buona stagione e nel cuor dell'inverno, da eserciti regolari, da volontari, da crociati, da banditi, dopo lunghi apparecchi e all'improvviso, con vasti accerchiamenti e con forze raccolte, alla scoperta e a tradimento, con tutte le combinazioni strategiche, con tutti gl'inganni leciti ed illeciti, con tutte le industrie politiche, guerresche e brigantesche, che possano cadere in mente umana. Ogni palmo delle loro terre, ogni rupe dei loro monti ha la sua storia di sangue, di fuoco e di gloria. Ma le memorie più solenni e le glorie più antiche sono della valle d'Angrogna. Questa fu la meta suprema di tutti i capitani cattolici e nello stesso tempo la rabbia, la vergogna, la disperazione loro. E perciò è la più amata e la più venerata dai Valdesi, la loro valle sacra, che chiamano anche “il cuore delle valli„ e di cui è difficile che pronunzino il nome in presenza d'un forestiero, senza guardarlo negli occhi. E per questo pure, arrivati che fummo vicini all'imboccatura, affrettammo il passo tutti e tre, senza parlare, impazienti di sprofondar lo sguardo là dentro, come in un luogo pieno di maraviglie e di misteri, nel quale i cattolici profani non potessero entrare che di contrabbando.

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Il primo aspetto della valle, infatti, è strano, misterioso, indimenticabile. M'avevan detto: è una valle angusta. Ma non m'aspettavo di vedere uno strettoio, un imbuto di valle a quel modo, e così bella malgrado la sua angustia, e così triste nonostante la sua bellezza. La stradicciuola che pigliammo corre orizzontalmente, dopo una breve salita, sul fianco dei monti che formano il lato destro della valle, a una grande altezza dal fondo. Il fondo è così stretto, che in alcuni punti ci passerebbe appena una compagnia schierata, o quattro file di soldati da una parte, e quattro dall'altra del torrente. Dalla strada in giù tutto era ancora nell'ombra. Dopo pochi minuti di cammino, vedemmo uno spettacolo bellissimo: a destra, davanti a noi, sulla cima di tre alture successive, ancora immerse quasi nell'oscurità, una chiesa valdese, una chiesa cattolica, e poi una seconda chiesa valdese, l'una dietro l'altra, bianche, inargentate dal sole, che pareva che splendessero, e solitarie in mezzo a una vegetazione cupa foltissima, che copriva ogni cosa d'intorno. Nella valle, un silenzio profondo: non un'anima viva nè per la via, nè sulle alture, nè per i fianchi dei monti, nè in basso. Solo i colpi affrettati del maglio d'un opificio, che non vedevamo, empivano di tratto in tratto la valle d'un fracasso assordante, il quale, cessando, faceva parer più alto il silenzio. I monti essendo squarciati a brevi distanze da valloni scoscesi per cui precipitano dei rigagnoli e dei torrentelli fin giù nel letto dell'Angrogna, la via gira dentro a ciascuno di questi valloni, nell'ombra, passa sopra un ponticello, riesce fuori sul fianco esterno del monte, al sole; poi daccapo rientra nell'ombra, poi esce al sole un'altra volta, e così avanti, con un serpeggiamento serrato e regolare, che fa cangiar veduta a ogni passo. E quei valloni sono così profondi, oscuri, umidi, affollati di vegetazione, che entrandovi e uscendone, par di passare di punto in bianco dal pieno giorno alla notte e dalla notte al giorno, e si è presi da un brivido ad ogni svoltata. Si cammina sull'orlo di precipizi rocciosi, sul ciglio di rive ripidissime, simili a grandi muraglie verdi leggermente inclinate, e tutte tempestate di freddoline, in mezzo a veri boschi di castagni giganteschi, che vengon su quasi dal fondo della valle, e s'innalzano ancora d'un grande tratto al di sopra della via e sul capo di chi passa, dentro a macchie di quercie, di noci, di roveri, di pioppi, e poi di nuovo tra castagni altissimi, fasciati di virgulti dal piede al nocchio, coi rami enormi allargati in mille forme strane, di braccia di candelabri giganteschi, di membra colossali agitate in atto disperato, o di mostruosi artigli distesi per afferrare una preda nel cielo. Tutto verde intenso, tutto forte, grande e austero, alberi, macchie, roccie, scoscendimenti, recessi. E l'ombra era così turchina, densa in quei grandi squarci dei monti, che, stando da una parte, non si vedevano quasi affatto i gruppi di case di pietra grigia, che eran dalla parte opposta, a pochi passi di distanza, addossati alla china; e i monti dell'altro lato della valle, visti da quel fondo nero illuminati dal sole e come inquadrati fra i due fianchi oscuri del vallone, davan l'idea d'un paese in cui regnasse un'altra stagione, parevano sfolgoranti d'oro, e abbagliavano. All'uscire da ciascun vallone, vedevamo, da una parte, l'alto della valle, che sembrava chiuso in maniera da non poter più far mezz'ora di cammino; e dall'altra, l'imboccatura, chiusa pure dalla gran mole azzurrina e violetta del Frioland, dalla punta della Rumella e dai monti lontani di Bagnolo, che fiancheggian la valle del Po, quasi svaniti nel cielo. Le poche case che trovavamo sulla via erano chiuse e mute. Non si vedeva nessuno da nessuna parte. Non c'era altro indizio di paese abitato che quelle tre chiese alte, bianche e solitarie, che sembravano allontanarsi come case fatate, via via che andavamo avanti. Anche il rumor del maglio era cessato. Non si sentiva più nulla. Ci pareva d'esser noi tre soli in tutta la valle, e nessuno parlava. Era una bellezza, uno stupore, un incanto.

***

Dopo un'ora e mezzo di cammino arrivammo sopra un'altura, alla sede della parrocchia di Angrogna: un gruppo di casette pulite, una tettoia, una piazzetta nel mezzo, piantata d'alberi, una iscrizione a una cantonata, in grandi caratteri: Pubblicazioni di matrimonio; un tempio bianco un po' più in alto, in disparte, e tutt'intorno verzura, e non un'anima viva. Ma quasi subito sbucò dalla porticina d'un orto il pastore Bonnet. Io che m'aspettavo una specie di vecchio della montagna, rimasi molto maravigliato al vedere un bell'uomo sulla quarantina, con tutta la barba nera, alto e svelto, di viso sorridente e di modi amabili, vestito di scuro, ma con un certo garbo signorile, che se non avesse avuto la cravatta bianca, si sarebbe potuto pigliare per un capitano dei bersaglieri in villeggiatura. E fui anche più maravigliato, sapendo ch'era nativo d'Angrogna, quando l'intesi parlare con pronunzia quasi perfettamente toscana. Seppi poi che l'aveva presa nell'isola d'Elba, dove era stato nove anni, e a Firenze. C'è però nel collegio di Torre Pellice un bravo professore toscano, dal quale quasi tutti i maestri e le maestre valdesi piglian qualche cosa del parlar celeste; per il che non è raro di sentir toscaneggiare fra quelle montagne. Il signor Bonnet si offerse cortesemente di farci da guida, e ci trattenne per parecchi minuti sulla piazzetta a discutere il programma della giornata. Per tutto quel tempo, e per un buon tratto di strada quando ce n'andammo, c'intronò gli orecchi un canto altissimo, che usciva da una casetta chiusa, il canto d'un uomo che lavorava, e che cangiava arietta continuamente, senza interrompersi, saltando dallo stornello campagnuolo alla Traviata, dalla canzone militare al Rigoletto, con una vivacità, con una furia allegra, con una vigorìa di voce e di pronunzia, che pareva pagato per tener di buon umore il villaggio. — È più felice d'un milionario, — disse il Bonnet, sorridendo. — E il deputato soggiunse con ragione, che non si cantava più, nelle città, a quella maniera. Tutt'a un tratto tacque, e vedemmo il suo viso alla finestra, un viso beato; ma disparve subito, e intonò un coro dei Lombardi. Il pastore ci fece vedere il suo tempio piccolo e nudo, una specie di villino smobiliato, piuttosto che di casa di Dio. Ma è un tempio storico, il più antico della valle, fondato verso la metà del sedicesimo secolo, nel luogo dove solevano radunarsi i Valdesi, all'aria aperta, a deliberare e a pregare; stato distrutto dai monaci, poi riedificato, servito di caserma ai soldati del marchese di Pianezza, che s'accamparono là attorno; ed ora ringiovanito e tranquillo per sempre. Il signor Bonnet ce lo mostrò con una certa espressione d'affetto e d'alterezza, dicendoci del lungo ordine dei pastori, alcuni martirizzati ed altri morti di peste, che l'han preceduto fra quelle mura per il corso di quasi quattro secoli; e quella sua voce dolce e armoniosa, quelle memorie di pastori antichi, quella solitudine verde tutt'in giro, e il canto infaticabile di quell'operaio che si spandeva per la valle silenziosa, ci facevano un'impressione singolare, come d'un angolo del mondo lontanissimo da quello abitato da noi, e ignorato da tutti, in cui si godesse ancora la pace delle età primitive. Il pastore ci propose d'andar a vedere la Ghiesia d'la tana; la chiesa della tana, una delle meraviglie della val d'Angrogna. — Sono alpinisti? — domandò. — A ore perse, — risposi. — Perchè bisogna rampicare, — soggiunse. E si mise a salire per il primo, con la sveltezza d'un montanaro.