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Era una caverna che serviva di chiesa e di rifugio ai Valdesi al tempo delle persecuzioni. Se non si sa dov'è, è quasi impossibile trovarla. Dopo dieci minuti di salita ripida su per un terreno erboso e fradicio, vedemmo un ammasso di roccie, nel quale però non appariva alcuna apertura. Si continuò a salire, poi si discese per un sentiero da capre, appoggiandoci ai macigni, aggrappandoci agli arbusti, sedendoci qualche volta improvvisamente, fin che s'arrivò dentro a una specie d'atrio della caverna, mascherato da alcuni tigli. L'entrata è larga, ma di pochi palmi d'altezza, tutta punte di sopra e di sotto, simile a una bocca di roccia che digrigni i denti; in maniera che non ci si può entrare che accoccolandosi col mento sulle ginocchia, o allungandosi in terra, sul fianco, e strisciando, come un ferito che cerchi aiuto. L'entrata della grotta azzurra di Capri è un portone di palazzo in confronto di quella maledetta buca da lettere: a ficcarcisi, par proprio di impostar sè stessi per l'altro mondo. Il pastore accese un moccoletto, e s'infilò per il primo; noi ci coricammo sui pietroni, l'un dopo l'altro, in atteggiamento di gladiatori morenti, e badando bene alla cappadoccia, rotolammo dentro, senza gravi ammaccature. Appena entrati ci trovammo al buio; ci volle qualche momento per raccapezzarsi. La caverna è stretta e lunga, della forma d'una grande spaccatura, capace di circa a duecento persone, rischiarata fiocamente dall'alto, per tre aperture sottili, che paion tre feritoie orizzontali, e ingombra in fondo di massi enormi di roccia. Quel po' di luce che vi scende le dà l'aspetto sinistro d'una carcere sotterranea di castello, dove i prigionieri ricevano il cibo dalle fessure della volta. Il pastore ci diceva che alle volte vi si piglian dei pipistrelli nei vani delle pareti, così, allungando la mano. È una luce giallastra, tristissima, più ingrata delle tenebre, che dà ai visi delle persone una pallidezza di gente spaventata. L'angolo opposto all'entrata era oscurissimo: il signor Bonnet, ritto là in fondo sopra un macigno, col moccoletto che gli rischiarava il viso di sotto in su, aveva l'apparenza d'uno spettro. Certo che doveva destare una commozione profonda il pastore dalla lunga barba bianca che da quel pulpito di roccia, al chiarore d'una fiaccola, predicava con voce sommessa alla folla, pigiata in quella specie di cripta selvaggia, in cui ciascuno poteva temere di essere entrato per non uscirne mai più. Mentre il pastore predicava o i fedeli cantavano i salmi a mezza voce, dei giovani valdesi stavano alla vedetta sulle alture vicine. Al lontano apparir delle avanguardie nemiche, davan l'avviso, e allora, giù nella grotta, si faceva un silenzio di tomba, e si stringevan gli uni agli altri, tremando e pregando col pensiero, fin che i nemici fosser passati, inoltrandosi nella valle. Ma così non seguiva sempre. Qualche volta le spie, qualche volta i cani, addestrati alla caccia dell'uomo, guidavano i soldati per il giusto sentiero; e allora le vedette accorrevano col viso esterrefatto a portar l'annunzio tremendo: le madri si stringevano i bimbi sul cuore, i padri benedicevan le famiglie, gli amici si scambiavano l'ultimo saluto, e poi, immobili, muti, col respiro sospeso, tendevan l'orecchio, raccomandando l'anima a Dio.... Ah! quel suono delle alabarde picchiate nelle rocce dell'apertura! Quelle voci tonanti che gettavan per gli spiragli il comando di uscire! Quel rumore delle legna e delle foglie secche ammucchiate davanti alla buca, e i primi nuvoli di fumo che entravano, accompagnati da uno scoppio di bestemmie e di risate di scherno! Pensando a questo, par che quella piccola fessura per cui si è entrati a fatica, si debba chiudere di momento in momento, e si prova un senso d'affanno, come in quei brutti sogni, nei quali aggirandoci per i meandri d'un sotterraneo, vediamo spegnersi tutte le fiaccole e udiamo sbarrar le porte da ogni lato. Tant'è vero, che nonostante l'invito del pastore, non ci volemmo ficcare in altre due tane, ultimo rifugio dei disperati, le quali sono come due ripostigli della caverna grande, difficili molto a scoprirsi; e salvarono forse la vita a più di un infelice. Già che non c'erano i soldati del conte della Trinità! E poi splendeva un così bel sole di fuori! Ci tornammo ad allungare in terra.... Ma questa volta fui meno fortunato della prima, e diedi una capata che mi mise sottosopra centocinquanta pagine delle Porte d'Italia. — Badi alla testa! — gridò il Bonnet, che era già fuori. — Grazie! È già fatto! — risposi. — E mi parve che sorridesse della mia risposta. Ma sorrideva forse con un altro pensiero, vedendoci strisciar tutti e tre a quella maniera, come tre schiavi sotto il bastone. — Ci avete fatto passar di lì tante volte voialtri, — avrà pensato; — è giusto che vi ci facciamo passare un poco anche noi, cani di papisti. — Ma il suo viso dolce non rivelava punto la compiacenza della vendetta. Aspettò che avessimo rimesso a posto i panni e le ossa, e poi riprese la direzione della marcia, saltando di macigno in macigno, con la sicurezza di un pastore antico, esercitato alle battaglie dei monti.

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Ripigliammo la via della valle, udendo per un buon tratto la voce del felice angrognino che cantava l'abbietta zingara del Trovatore, e passammo sopra a un torrente, chiamato Vengíe, quasi nascosto dalla vegetazione, che riempie il suo vallone ripidissimo; il quale forma una prima linea di difesa di val d'Angrogna contro l'assalitore che venga da val di Luserna. Da una parte del torrente s'alza una enorme roccia diritta, simile al piedestallo d'un monumento titanico, alla quale si lega una leggenda graziosa. Una volta all'anno, dicono i valligiani, tra la mezzanotte e il tocco, una vecchia sta sulla cima di quella roccia a filare, lasciando spenzolar giù il fuso, che dondola, girando, nelle tenebre. Il giovane che passa di là, è chiamato, perchè cerchi d'afferrare il fuso, alla cieca: se l'agguanta, la sua felicità è assicurata; canterà anche lui per tutta la vita, come quel tale fortunato. Ma non è la sola cosa notevole del luogo, quella roccia. Il torrente Vengíe divide in due parti il territorio della parrocchia d'Angrogna; e questo è curioso, che di qua e di là, a pochi passi di distanza, si parlano due dialetti notevolmente diversi; l'uno, quello della parte bassa, più simile al dialetto del Piemonte, l'altro con molto maggior fondo francese. Scrivou cista dua grissa per fa vou conoisce lou langage d'Angreugna, che a smiglia ren dar tout a noste parlà. Più strano è che, anche da Valdesi a Valdesi, c'è una certa rivalità, per non dire inimicizia, fra gli abitanti delle due rive. I giovani di qua dal torrente che vanno a far all'amore con le ragazze dell'altra parte, corrono il rischio molto spesso di essere conditi a sugo di bosco. Così pure negli affari comunali: ciascuna parte fa l'impossibile perchè riesca un sindaco suo. Ma è rarissimo che seguano risse. I carabinieri di Torre Pellice non arrivan fin là che a urli di lupo, come il medico, il quale dice che ci va soltanto per i parti e per le morti; chi non partorisce e non muore, sta sempre a maraviglia. Ci faceva specie sentir parlare di abitanti e di costumi, e non veder mai nessuno. Eppure la popolazione della valle conta circa mille settecento Valdesi e settecento cattolici, con tre templi, due chiese cattoliche e sedici scuole. Ma a quell'ora eran quasi tutti al lavoro, o giù in fondo, lungo l'Angrogna, o sull'alto dei monti, dentro e di là da quei boschi che ci pendevan sul capo. Quasi tutti sono piccoli proprietarii: le terre sono divise molto minutamente, anche tra i cattolici, dei quali un grande numero sono trovatelli, perchè da molti anni, a Pinerolo, è uso di mandare i trovatelli, i venturini, come si dice graziosamente in quelle campagne, nella valle d'Angrogna; dove crescono, lavorano e si maritano, lontani dal mondo che li ha rinnegati. Domandai al signor Bonnet se nascessero mai litigi tra cattolici e valdesi. — Mai, — mi rispose. Il pastore e i preti cattolici si salutano cortesemente, senza stringere amicizia, e i contadini vivono di buonissimo accordo. Qualche volta degli operai dell'una e dell'altra religione, lavorando insieme nella stessa casa o nello stesso campo, entrano in discussioni religiose, di dommatica, pigliano anche un po' di caldana; ma non vanno mai più in là. Quando un Valdese muore, i cattolici vanno ad accompagnarlo al camposanto; quando muore un cattolico, lo accompagnano i Valdesi. Non c'è più ombra nè d'odio nè di antipatia.

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Andavamo avanti, sempre in mezzo ai castagni, all'ombra, dentro a un verde vivissimo, sparso di piccole macchie di sole, simili a strisce e a mucchi di scudi d'oro, che ci rammentavano i bei boschetti freschi del Calderini. Di tanto in tanto vedevamo spuntare fra gli alberi una casetta rustica, con due finestre e una porticina; erano le scuole, che si aprono nell'inverno. Il pastore ci indicò, in un luogo ombroso, amenissimo, che pareva un angolo di parco, un piccolo spazio rotondo di terra battuta, alquanto rialzato sul piano erboso, con un grosso tronco piantato nel mezzo. Era la sala da ballo della “balda gioventù del loco.„ In certi giorni di festa, la sera, vi si radunano i giovani e le ragazze; i suonatori siedono sulle pietre e sull'erba; due lanterne appese al tronco rischiarano le coppie, e al servizio di rinfreschi ci pensa il ruscelletto vicino. Il pastore brontola, naturalmente; non vede di buon occhio quel saltellìo di tentazioni e di peccatucci. Ma anche la gioventù valdese non rinuncia così facilmente ai suoi gusti. I costumi, nondimeno, non si può dire che siano liberi, quantunque i giovani e le ragazze non siano tenuti a catena. Gli innamorati son lasciati star soli insieme fino a tardi, al lume della luna, e credo anche quando non c'è luna, purchè non sia proprio un buio da tagliarsi a fette. Una graziosa canzonetta, che traduco in prosa, lo dice:

Alle Serre, l'altra sera,

Ero a letto, e m'addormentavo,

Quando sentii venire il mio amante,

E mi tornai a vestire.