La via proseguiva a giravolte, sempre alla stessa altezza, passando di tratto in tratto sopra un ponticello, che accavalciava un rigagnolo precipitoso. Alle volte ci trovavamo chiusi d'ogni parte dagli alberi, come smarriti in un bosco oscuro, da cui non si vedeva più la valle. In altri punti gli alberi si diradavano, e dalla proda della via vedevamo cader giù la china lunghissima, per la quale, a lasciarsi andare, saremmo rotolati come botticelli per una mezz'ora; e giù, a una grande profondità, fra i tronchi fitti degli alberi bassi, dei pezzi del letto della valle, verdi e lisci, come tappeti di bigliardo, segnati di tante sottili esse d'argento, dall'Angrogna. In tutti quei luoghi, all'ombra del loro “albero nazionale,„ il castagno, si radunavano i valdesi, prima della fondazione dei templi, per udir la parola dei loro pastori; ed era uso, per annunziar l'arrivo del barba, — uso che dura ancora su certi monti, — di stendere un lenzuolo bianco per terra, nel punto dove il barba avrebbe pronunciato il suo sermone. In un luogo dove passammo, tutto coperto da un castagneto, e chiamato Cianforan, forse da un gruppo di case che c'era anticamente, fu tenuta l'adunanza famosa del 1532, detta il Sinodo d'Angrogna, al quale, oltre i pastori delle valli, intervennero dei barba dell'altra parte delle Alpi, e molto seguito di fedeli delle colonie provenzale e calabrese, per trattare insieme dell'adesione dei Valdesi alla riforma; e là fu redatta quella dichiarazione di fede, in diciassette articoli, che rimase poi, con quella primissima del secolo duodecimo, il fondamento scritto del valdismo. E là pure, non molto lontano da Cianforan, dopo lo spietato editto di Vittorio Amedeo II, ebbe luogo quella tragica assemblea, iniziata con una preghiera solenne di Enrico Arnaud, il futuro capitano della “rientrata gloriosa„, presenziata dagli ambasciatori dei sei cantoni protestanti di Svizzera, e interrotta da scoppi di pianto e da grida di angoscia; nella quale si discusse intorno a quei due soli partiti disperati che si potevano prendere: o rassegnarsi a perder la patria, o difendersi, senza speranza, fino all'ultimo sangue. Ed altre riunioni memorabili, nei momenti di grande pericolo, e in ispecie al tempo della peste e della carestia terribile del secolo diciassettesimo, tennero i pastori sui monti d'Angrogna, doppiamente consacrati dalla vittoria e dalla sventura. — Quasi tutta la nostra storia è scritta qui, — ci diceva il Bonnet, accennando le alture d'intorno; — di tutto il nostro paese, questo è il luogo in cui s'è più pregato, più combattuto e più pianto. — E quelle solennità religiose dei primi Valdesi, ch'egli ci descriveva, l'immagine di quelle folle inginocchiate e preganti all'ombra degli alberi, ci facevan pensare agli antichi riti druidici delle foreste, e ci parevano anche più poetiche e più solenni per effetto della solitudine e del silenzio da cui eravamo circondati. Veramente, quel non vedere e non sentir nessuno, nè vicino nè lontano, ci cominciava a parere molto strano; ed eravamo tentati di domandar sul serio al pastore se quei duemila quattrocento abitanti fossero una bugia vanitosa dei registri o una cosa vera. Ci sembrava di camminare in una di quelle valli maravigliose e sconosciute dei racconti arabi, delle quali è padrone il primo che capita, e vi fonda un regno e una dinastia. Oh il bel romitorio fatto apposta per venirci a scrivere una storia universale! Eppure c'è un giorno dell'anno, ci diceva il Bonnet, che anche la valle d'Angrogna fa del rumore: l'anniversario del giorno in cui Carlo Alberto firmò l'atto d'emancipazione dei Valdesi. Quello è un caro giorno per tutti, festeggiato veramente con affetto, fin dai contadini più poveri. I valligiani accorrono da ogni parte alla sede della parrocchia; i ragazzi, divisi in sedici drappelli, convengono là dalle sedici scuole, a suon di tamburo, con la bandiera nazionale, guidati dai maestri e seguiti dalle famiglie; si raccolgono nella chiesa, dove il pastore fa un discorso d'occasione, cantano, declamano poesie; poi ciascuno riceve in regalo un pezzo di pane bianco, che è una festa, e un arancio, che è un tesoro; i maestri e tutte le autorità del comune desinano insieme; la sera si fanno dei fuochi di gioia sui monti; e i ragazzi se ne ritornano cantando, per i sentieri dove i loro padri combatterono e morirono, tutti contenti, con un opuscoletto in mano, donato anche quello, un episodio, per lo più, della storia valdese, scritto e stampato apposta; che essi leggeranno poi cento volte, nelle lunghe serate d'inverno, dentro alle loro piccole case, mezzo sepolte nella neve.
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Arrivammo a un gruppo di case, chiamato le Serre, posto sopra una bella altura, accanto a un tempio fondato nel 1555, e ricostrutto pochi anni sono; piccolo, tutto bianco, fiancheggiato da un campaniletto, con la candela emblematica dipinta sopra la porta. Dal piazzale del tempio, come da un belvedere, si domina tutta la parte bassa della valle, fino a Torre Pellice, che biancheggia laggiù alla sua imboccatura, come l'accampamento d'un esercito, preparato ad assalirla. I generali cattolici si debbono essere messi molte volte in quel punto per veder sfilare le colonne che andavano a tentar la presa di Pra del Torno. Di là si vedono i monti dell'altro lato della valle, vicinissimi, erti come muraglie, tutti vestiti di tigli, di faggi, di piccole quercie, di nocciuoli e di pruni, e rocciosi sulle cime: specialmente la Costa Roussina, sulla quale furono aspramente malmenati i soldati di Emanuele Filiberto, tutta scoperta e nuda, in maniera che vi si vedrebbero, anche dalle Serre, le vicende d'un combattimento di due pattuglie. Là pure c'era una pace profonda, e avremmo creduto di essere in un luogo disabitato, se non avessimo sentito i colpi di piccozzo di tre muratori che lavoravano a fabbricare una casetta. Il signor Bonnet, nondimeno, compì il miracolo di farci trovar da colezione. Ci condusse in casa di un contadino, il quale ci apparecchiò la tavola sopra un terrazzino di legno, e ci servì, per trattarci da signori, tre dozzine d'uova al guscio, domandandoci se doveva metterne al fuoco dell'altre. Questo grandioso imbanditore era un ex-sindaco d'Angrogna; una figura singolare, con due grandi occhi oscuri vivacissimi e un sorriso pieno d'arguzia: senza baffi, la barba nel collo, un Valdese pretto, di quegli angrognini, di cui ci parlò il Bonnet, frequenti nella parte alta, rari nella parte bassa della valle, i quali danno alle volte sui sermoni dei pastori dei giudizi critici d'un'acutezza e d'una precisione di parola, da far rimanere. Era vestito rozzamente; ma pareva piuttosto un banchiere o un impresario di strade ferrate andato a male, che un contadino. Con la sua famiglia parlava il dialetto, col pastore il francese, e con noi, alla meglio, l'italiano, scherzando, ma con garbo. Vedendoci impicciati a mangiar l'ova senza ovarolo, tagliò una grossa fetta d'uno di quei pani neri, durissimi, che fanno una volta al mese, ci aprì dentro un buco della forma d'un ovo, e la mise davanti a un di noi, dicendo lentamente, col tuono di chi sa di dire una cosa che farà effetto: — Il bi-so-gno fa na-sce-re l'in-du-stria. — Tutti i suoi figliuoli avevan quegli stessi occhioni pieni d'ingegno; uno principalmente, un bel ragazzetto che ci porgeva da bere con molta grazia, poco più che decenne; dell'età appunto in cui li cercavano le patrizie torinesi dopo che quell'anima pia della marchesa di Pianezza aveva messo alla moda di portar dietro alla carrozza un lacchè barbetto, a modo di trofeo vivente strappato all'esercito dell'eresia. Di là, guardando dalla parte opposta a Torre Pellice, al disopra degli alberi dell'orto, rossi di mele e di lazzerole, godevamo d'una veduta ammirabile: l'alto della valle, chiuso da tutti quei monti, che par che s'incastrino gli uni fra gli altri, e cerchino di coprirsi a vicenda; dietro al contrafforte che si spicca dal Vandalino, le Rocciaglie che si staccano dal monte Servin, e dietro alle Rocciaglie un altro monte, e di là da quello il monte Roux, il re delle valli, in berretta bianca; simili, così di lontano, a una successione d'immense muraglie verticali, tagliate obliquamente, e così strette fra loro, da lasciare appena il passo ad un uomo. Si capisce come quello spettacolo dovesse destare una viva inquietudine nei soldati cattolici non esperti della montagna, la prima volta che vi si trovavan davanti. A chi non sapesse nulla, parrebbe infatti di non poter fare due miglia innanzi senza andar a battere il capo in una gigantesca parete di granito. Non sembra più che debba continuare la valle dietro al primo contrafforte; ma serpeggiare non so che orribile corridoio, in cui manchi l'aria e la luce, una formidabile trappola da eserciti, dove una colonna assalitrice abbia da rimaner presa e schiacciata come una processione di formiche in mezzo alle pietre d'una macina, o arrestarsi appena entrata, stupefatta, inchiodata alle rocce da un terrore misterioso. Chi mai ci potrà esser là dentro, pensavo, fuorchè dei lupi e degli orsi, o una specie di popolo d'Oga Magoga, separato dal mondo?
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Dall'altura delle Serre la strada comincia a scendere, ma sempre in mezzo ai castagni, ai noci, a ogni sorta di alberi montani, che gettano le loro grandi ombre sopra dei vasti tappeti di velluto verde, stelleggiati di freddoline. Via via che scendevamo, la voce del torrente ingrossava, come la voce d'una folla irritata che salisse verso di noi. Ci andavamo avvicinando al punto più stretto della valle, a quel luogo tremendo e memorabile, che si può chiamare le “Termopili dei Valdesi.„ Probabilmente la strada che percorrevamo era la medesima che avevano percorso quelle colonne degli eserciti cattolici, le quali tentavano di penetrare in Pra del Torno lungo il torrente, mentre le altre cercavano di calarvi dalle montagne; quella stessa strada, per la quale retrocedevano poi, disordinatamente, turbe di soldati senz'armi, aiutanti di campo bianchi di terrore, e generali che si mordevan le mani, vermigli dall'ira e dalla vergogna, bestemmiando tutte le più sacre cose in nome di cui erano andati a combattere. Poichè, per circa duecent'anni, quel maledetto Pra del Torno fu veramente la cittadella del diavolo per gli eserciti papisti. Sulla fine del secolo decimoquinto lo assale l'arcidiacono di Cremona, il famoso De Capitaneis, coi suoi famosi crociati; e n'esce rotto, pesto e sbaragliato, giurando di non riporvi più i piedi. Lo investe nel 1561, con un esercito, il conte della Trinità; e vi è sconfitto nel mese di febbraio, schiacciato nel mese di marzo, tagliato a pezzi nel mese d'aprile, ributtato e incalzato fino al piano, dove s'ammala di dolore e di rabbia. Tenta d'impadronirsene il marchese di Pianezza, e vi è sgominato; vi slancia le sue colonne il marchese di Fleury, e v'è disfatto. È tempo e sangue buttato via. Pra del Torno rimarrà inviolato per due secoli, dal 1488 al 1686, come una rocca inaccessibile, difesa da una forza più che umana. E cadrà nel 1686, per la prima volta; ma bisognerà che l'assalgano insieme, dopo lunghi apparecchi, la Francia e la Savoia riunite; un grande principe e un grande generale; l'esercito di Luigi XIV, movendo da Pramollo, e salendo sul colle della Vachère; l'esercito di Vittorio Amedeo, gettandosi sui monti d'Angrogna da Bricherasio, da Bibiana, da Garzigliana, da Torre Pellice; il generale Catinat coi battaglioni del Delfinato, coi presidii di Pinerolo e di Casale, con le artiglierie, coi dragoni famosi; Gabriele di Savoia, coi reggimenti di Nizza, di Savoia, di Monferrato, della Croce Bianca, con le guardie del corpo, con la cavalleria, coi gendarmi, coi volontari di Mondovì, di Barge, di Bagnolo; eccitati tutti dai capi come ad una grande impresa, carichi di munizioni, di sacchi, d'ascie e di pale come per l'assalto d'una città forte; tutta quest'ira di Dio bisognerà che si rovesci sulla valle d'Angrogna per aver ragione d'un pugno d'uomini spossati e senza speranze, che pure romperanno ancora una volta, prima di cedere, l'onda irruente dei battaglioni. E quella sarà festeggiata come una grande vittoria, tanto parrà strano a tutti, e quasi maraviglioso, di esser riusciti a ferir quel nemico nel “cuore;„ una grande vittoria.... simile a quella del marchese di Pianezza, quando mosse con ottomila soldati e duemila contadini contro i diciassette Valdesi di Rorà. Ma non era mica il pastore Bonnet che diceva queste cose, strada facendo: eravamo noi. Egli non vantò mai i suoi padri valdesi durante la passeggiata. Non faceva che dipingerci lo spettacolo solenne e lugubre che doveva presentare quella valle, quando, all'avvicinarsi d'un esercito, tutti gli abitanti dei luoghi vicini correvano a rifugiarsi a Pra del Torno; e per quella strada, e sulle cime dei monti, e giù lungo il torrente passavano famiglie dietro a famiglie, portando le loro robe e i loro malati, e da tutte le parti si sentivan cantar salmi e cantici, come da gente che andasse alla morte. E ci facevan tanto più effetto quelle cose per la maniera con cui le diceva, senz'ombra di retorica predicatoria, aggiustandosi ogni tanto il cappelletto di paglia gialla e il soprabito che s'era buttato sulle spalle, come un buon giovanotto, che ci parlasse amichevolmente d'un avvenimento doloroso della sua famiglia, non per cercare la nostra pietà, ma per espander la sua.
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Intanto eravamo arrivati nel fondo della valle.
Qui, una maraviglia di bellezza. Il torrente vien giù, grosso, rotto da pietroni enormi, a salti e a sprazzi, come scendendo per una scala informe di roccia, e occupa quasi tutto il letto della valle. Di qua e di là si levano quasi a picco i monti altissimi, rocciosi, boscosi, orridi, quasi neri, dalla parte dell'ombra. Par di essere in fondo a una grande crepa della terra: bisogna torcere la testa in su per vedere il cielo. Il luogo è maravigliosamente sonoro. Alle cento voci del torrente s'unisce il rumorìo vario e assordante d'un'immensa quantità d'acqua che vien giù dalle montagne. Grossi rigagnoli limpidissimi corrono lungo la strada con l'impeto di torrentelli contenuti a stento fra le sponde; dentro ai massi, qua e là, s'aprono delle piccole grotte nere, dove cadono miriadi di stille, che risonano nei laghetti di sotto, formando per aria dei brevi arcobaleni e svegliando degli echi sommessi, da cui par di sentirsi chiamare, passando; da tutte le chine scendon larghe vene d'acqua, le quali si rompono e si sparpagliano in ruscelli rumorosi, in cascatelle sonanti e spumeggianti, che biancheggian tra il verde, su in alto, quasi sul capo di chi passa, da ogni parte; altri ruscelli più alti, che par che caschin dal cielo, si slanciano con grida di gioia infantile dalla sommità delle alture; delle fontanelle solitarie mormorano fra i macigni: le rocce grondano, sudano, piangono, gemono; mille voci che par che facciano a soverchiarsi, e a dir ciascuna la sua, mille note gravi, acute, argentine, trillanti, carezzevoli, lente, precipitose, empiono l'aria; un canterellìo, un gridìo, un baccano, una baldoria che stordisce, rallegra l'anima, mette fresco nel sangue e fa fremere i nervi di piacere. Non ci sentivamo più parlare, quasi. Ridevamo, senza sapere perchè, come in mezzo a una festa di ragazzi. Tutto quel chiasso ci aveva colti all'improvviso. Eravamo ben lontani dall'aspettarci un'accoglienza così gioiosa. L'acqua correva, saltellava in tale abbondanza e con tanto impeto al di sopra del nostro capo, che in certi punti c'era da temere di fare un bagno involontario, e non sarebbe stato inutile aprire gli ombrelli. La musica ci accompagnò per un pezzo, crescendo. In certi tratti pareva che si chetasse un poco; le voci dell'acqua si facevan più rare e più basse. Poi, tutt'a un tratto, alla svoltata d'una roccia, un altro scoppio più rumoroso di grida, di trilli, di vocioni del torrente, di borbottii di fontane, di risa di cascatelle, di note profonde e cristalline rapidissime, che pareva ci volessero dire, raccontare, spiegare, persuadere qualche cosa, affannosamente; un diluvio di chiacchiere incomprensibili, da far perdere la pazienza, e gridare: — Ma sì! Ma chetatevi! Ma abbiamo capito! — E allora, per pochi momenti, si tranquillavano, e noi tornavamo a poter discorrere, senza bisogno d'urlare. Ma ecco, improvvisamente, un nuovo fragorìo, un coro altissimo e concitato di saluti sonori, di chiamate, di esclamazioni, di risatine, di versi d'uccello e di tintinni di campanelli, come d'una moltitudine nascosta dietro ai macigni, tra le piante e nelle grotte, come di centinaia di donne e di bimbi, che da tutte le altezze ci apostrofassero, motteggiando il conte della Trinità, domandandoci come stava il marchese di Pianezza, ridendosi degli inquisitori e dei frati. Era un'armonia, uno spettacolo da metter voglia di batter le mani o di sventolare il fazzoletto. — Eppure, — ci diceva il Bonnet, — questa non è la migliore stagione per venir qua: bisogna venirci di maggio, quando tutte le isolette e le rive del torrente sono fiorite, e formano come un mosaico mobile di mille colori, e sui monti c'è ancora la neve, che si va squagliando. Bisogna sentire allora, che orchestra. — Oh bella, benedetta natura! Oh! voglia il cielo che non si compia l'orribile cosa da cui la valle d'Angrogna è minacciata: stian lontani di qui gli alberghi americani o inglesi, e le tavole rotonde, e le sale di lettura, e i concerti! Per un altro secolo almeno!
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Andando avanti, al di là d'una bella cascata detta Gorg Nie (che può significar gorgo nero), si vedono nel letto del torrente delle incavature profonde, chiamate tompi dai valligiani, nelle quali l'acqua ristagna, alta parecchi metri, e chiara, che si vedrebbe la foglia d'un fiore nel fondo. Paiono grandi conche scavate apposta per servir di tinozze da bagno a dei giganti. Ciascuna ha un nome proprio, parecchie hanno una leggenda. Una delle più profonde, chiamata tompi Saquet, è storica, per esservisi annegato, precipitando da una roccia, un tal Saquet di Polonghera, ch'era uno dei capi dell'esercito del De Capitaneis, nel 1488, e che poco prima di morire, combattendo lì presso contro gli Angrognini, aveva giurato di mettere in pezzi quanti gli fossero caduti nelle mani. Dopo trecentonovantaquattr'anni il tompi conserva ancora il nome del suo morto, e lo conserverà, come dicono poeticamente in quelle valli, fin che un padre valdese percorrerà quella strada accompagnato dal suo figliuolo. La strada, via via che la valle si serra, si va mutando in un sentiero, il quale striscia ai piedi delle Rocciaglie, quasi paurosamente, minacciato dai macigni da un lato, e dalle acque del torrente dall'altro. L'aspetto delle Rocciaglie, in quel punto, è veramente maestoso e terribile. Dei massi enormi, in cui si potrebbero scavar delle case, s'avanzano fin sulla sponda, intercettando quasi il cammino; alcuni staccati, franati dalle alture; altri incastrati nei fianchi del monte, simili a mostri smisurati che sporgan fuori la testa deforme; altri inclinati come torrioni che minaccin rovina, sospesi quasi sopra il sentiero, da potervisi riparar sotto venti persone, così male intenzionati, all'aspetto, che, passandovi sotto, vien voglia dire: — Un momento, di grazia! — In alcuni punti ci son dei vasti ammontamenti di macigni, che paiono rottami di palazzi giganteschi, buttati giù dal terremoto. Il letto stesso del torrente, molto ripido, e tutto ingombro di colossali massi bianchi, dà l'immagine delle rovine d'una gradinata titanica, che scenda dal monte Roux fino a Torre. La montagna va su, quasi inaccessibile, tutta a pareti diritte, a scaglioni di roccie, a spigoli, a denti, a piccoli precipizi, a piccole frane, piena di minaccie, d'insidie e d'orrori; erta, maligna in maniera, da non credere che ci possan stare degli uomini altro che appiccicati, o appesi per le corde alle bricche, o rannicchiati nelle buche, come gli uccelli nei nidi. Eppure anche lassù, tra quelle rocce, ci son delle scuole, dei gruppi di casette, con piccolissimi tratti di terreno coltivato, tenuti su alla meglio da muricciuoli di sassi rifatti cento volte con pazienza da santi; e delle capanne solitarie, che rimangon per mesi e mesi nelle nevi, e da cui, qualche volta, non si posson portar giù neanche i morti. Quello è il tratto più angusto della val d'Angrogna. Il sentiero si assottiglia ancora, la riva si alza, le falde dei monti delle due parti quasi si toccano: ecco la porta di Pra del Torno. Un piccolo ponte ad arco accavalcia il torrente, il quale precipita fra due muraglie. Rasente una di queste passa il sentiero sopra un sostegno artificiale di pietre e di legna, che si butta giù con pochi colpi di zappa. Minacciati d'un assalto, i Valdesi rovinavano quel sostegno, e nessuno passava più. La stretta era fortificata. Il sentiero era chiuso da una porta. Dietro la porta c'eran due sentinelle; la disperazione e la morte.