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Là ci soffermammo un po' di tempo, distesi all'ombra d'una roccia, a ragionare delle battaglie strane e tremende che s'eran combattute su quelle due rive, e su tutti i monti, che ci si drizzavano intorno. In che maniera un pugno di montanari aveva potuto trionfare di tanti eserciti? Come si difendevano? Com'erano assaliti? Le storie parziali e le memorie di quei tempi ci danno dei particolari concisi e sparsi, ma sufficienti a chi voglia rappresentarsi al vivo quei combattimenti. Gli eserciti cattolici, le prime volte, andavano a combattere di buon animo, fidando nella superiorità del numero, delle armi, della disciplina e dei capi; non potendo credere che i rovesci toccati dai loro predecessori avessero avuto altra cagione che qualche errore di tattica, commesso per trascuranza. Ed erano anche inanimiti dalla fede di far opera santa sterminando dei cani d'eretici, e dal veder che i Valdesi, abborrenti ancora dal sangue, per devozione al loro antico principio della inviolabilità della vita umana, fuggivano fin che potevano davanti a loro, per non dover combattere che agli estremi; ciò che, naturalmente, era considerato effetto di paura. Entravano dunque nella valle cantando, con la certezza d'andar a segnare sulle rocce di Pra del Torno l'ultimo giorno dell'eresia. Ma il disinganno non tardava a sopraggiungere. Era impossibile, innanzi tutto, che gente della pianura, per quanto avesse inteso dire dell'orridezza dei luoghi, s'immaginasse appunto la natura e la grandezza delle difficoltà che presentava quella valle a un esercito assalitore: il primo aspetto di quelle montagne scemava alquanto l'animo anche ai più audaci. Inoltre, riuscendo oltremodo difficile ai generali il calcolare le distanze con esattezza, accadeva facilmente che le varie colonne non arrivassero nello stesso tempo nei varii punti prefissi all'assalto, e che si trovassero l'una dopo l'altra ad aver di fronte tutte le forze del nemico. Partite in buon ordine, serrate e rapide, s'allungavano a poco smisuratamente per i sentieri angusti e in mezzo agli alberi fitti, spezzandosi, sfuggendo di mano ai propri uffiziali, perdendo molta parte della loro forza organica prima di arrivare sul luogo del combattimento. E la disparità d'armamento che correva fra loro e i nemici, era quasi tutta in loro svantaggio. Coperti di caschi, di corazze di ferro, d'armi pesanti, non usati a camminare sull'erbe liscie e sui sassi malfermi della montagna, sdrucciolavano, rabbiosi, stramazzavano, perdevano l'impeto dell'assalto a mezza salita, e arrivavano diradati e trafelati in faccia ai Valdesi freschi di forze e immobili. Questi, non armati da principio che di fionde, d'archi e di picche, difesi da corazze di scorza d'albero o di pelli vellose, leggieri, esercitati a piantare il piede sulle rocce come un artiglio d'acciaio, destrissimi alle salite ripide e alle discese precipitose, conoscitori di tutti i passaggi, di tutti i nascondigli, di tutte le difese naturali del terreno, volavano, si può dire, per i loro monti, come stormi di aquilotti, quasi non faticando, senz'altra cura che d'offendere e di difendersi, pronti sempre a cader sul nemico quando era impigliato in un passo difficile, a sfuggirgli, a svanirgli sotto le mani quando era sul punto d'afferrarli, a profittare di tutti i suoi momenti d'incertezza e di spossamento, per sopraffarlo e scompigliarlo con dei temerarii ritorni improvvisi, che non gli davan tempo di ritrovarsi. Si facevano ben precedere, i cattolici, da un piccolo numero di soldati che cercassero i passi più agevoli e le discese meno pericolose; ma questi erano assaliti inaspettatamente da gente appostata dietro ai macigni, si vedevan sorgere d'intorno degli spettri sbucati fuor dalla terra, dai quali erano uccisi o messi in fuga prima di riaversi dallo stupore, e prima che la colonna arrivasse in vista della mischia. Arrivava anche sovente una colonna, senza incontrar resistenza, e senza vedere nemici, a conquistare un luogo eminente, in cui le pareva di non aver più nulla a temere dall'alto; ma era un'illusione: dopo brevi minuti, essi sentivan sul proprio capo le grida e i sassi dei Valdesi, che eran saliti non visti, a breve distanza da loro, per le incavature e dietro ai massi della montagna, fin sopra un'altura che li dominava, e che sarebbe stato pazzia l'assalire. — A la brua! — Alla cima! — La vittoria è in alto! — era la loro parola d'ordine, il loro grido di guerra in tutti quei combattimenti. Mettere il nemico sotto i propri piedi. Apparirgli improvvisamente sul capo, come in pianura si cerca d'apparirgli improvvisamente al fianco. Ogni capo di manipolo aveva l'occhio d'un grande capitano in quei luoghi dei quali conosceva ogni arbusto e ogni pietra. Venticinque montanari, messi a difesa d'una viottola strozzata fra due roccie, o fra una roccia e il torrente, tenevano indietro una colonna di cinquecento soldati, dando tempo al grosso delle loro forze di sbarazzarsi delle altre colonne. Dove la difesa era meno facile, alzavan bastioni di terra e di ghiaia; delle barricate formidabili, composte d'una doppia fila di pioli, con dentro alberi e sassi ammucchiati, e neve pesta che empiva ogni vano; la quale, congelandosi dopo una bagnatura d'acqua tepida, formava un solo ammasso di ghiaccio, su cui cadevan di picchio gli assalitori, fulminati a bruciapelo dagli archibugi. I cattolici non potevano ancora portar dei cannoni sopra quei monti. Quando minacciaron di portarli, i Valdesi costrussero un bastione enorme, lungo quasi cinquecento metri, che si vedeva fin dallo sbocco della valle. Quello che non avevano imparato dalla natura, l'avevano imparato via via dalla esperienza; non ignoravano nessuna industria guerresca, non trascuravano alcuna precauzione, facevano una guerra di leoni e di gatti. Camminavan per lunghissimi tratti senza scarpe, per non esser sentiti; salivan su per l'erte con la pancia a terra, per non esser veduti; andavan delle miglia, per la nebbia, a lunghe file, tenendosi per i lembi dei vestiti, per non perdersi; avevano un'abilità maravigliosa a misurar la profondità della neve con le picche, a notte fitta, anche nei luoghi più scoscesi, a sentir l'avvicinarsi del nemico dagli echi, e a riconoscere il suo passaggio dall'erbe e dalle pietre rimosse; erano agguerriti dai dolori e dalla vita selvaggia, resistevano a privazioni inaudite, si cibavan di radici e di carni crude di lupi, mangiavan correndo su per le cime, con l'armi sotto il braccio e le marmitte alla mano; dormivan gli uni su gli altri, sui ghiacci, ammucchiati e serrati, come gruppi di biscie, per non morire di freddo. Quasi tutti maneggiavan le armi meglio dei vecchi soldati. Avevan formato coi giovani più arditi e più forti una compagnia di cento archibugieri, chiamati archibugieri volanti, ciascuno dei quali aveva il colpo quasi sicuro. Avevan dei tiratori di fionde che, a una distanza dove non arrivavan le palle degli archibugi, in tre tiri spezzavano il petto e il cranio ad un uomo. Si servivano anche terribilmente delle pietre, facendole franare dai monti; pochi uomini robusti, appoggiando le spalle e i gomiti alla roccia, e facendo forza coi piedi o con le leve, smovevano, cacciavan giù dei pietroni enormi, che precipitando si rompevano, davan la mossa ad altri pietroni, squarciavan le colonne, spezzavano dei soldati in due, e portavan via braccia e gambe e file intere, sparpagliandosi come scariche di mitraglia, a cui l'angustia dei luoghi rendeva impossibile di sfuggire. Inutilmente, andando all'assalto, i soldati cattolici si facevano schermo coi mantelletti di legno, alti e solidi, o con sacconi di paglia, o con fascine: i grossi pezzi di roccia, venendo giù a orribili salti, con la forza di palle da cannone, travolgevano, schiacciavano, stritolavano ogni cosa, e andavano a battere in fondo alla valle, imbrattati di sangue e di visceri, come gigantesche mazze da macello, scaraventate giù dalle cime. Anche tornavan tutti in vantaggio dei Valdesi i cambiamenti improvvisi del tempo. Una colonna d'assalto si trovava in pochi momenti ravvolta da una nebbia densissima, come da una immensa nuvola di fumo portata dal vento: i soldati non vedevano più nulla, gli ordini si scomponevano, tutti andavano e venivano, urtandosi, chiamandosi, cercando inutilmente la via del ritorno; un tamburo o un corno valdese che suonasse allora, metteva lo sgomento in tutta la colonna; sentivano nemici da ogni parte, si credevan circondati, si ammazzavan fra loro, si sbandavano in tutte le direzioni, come un armento in mezzo a cui piombi una saetta. Più d'una volta, pure, sbagliato il cammino, combattendo in ritirata, incalzati da due parti, si trovavano serrati, agglomerati in un luogo basso, sotto il fuoco dei Valdesi riparati dietro alle roccie, agli alberi e alle capanne soprastanti, di dove non un colpo andava in fallo, e non riuscivano a salvarsi che coprendo la via della fuga di cadaveri e di feriti, e lasciando un branco di prigionieri in ogni stretta. Altre volte, finalmente, spossati dalle lunghe marcie e dalle salite affannose, disperati di vincere, sgomenti di quel nemico infaticabile e invisibile che li minacciava da ogni parte, che turbinava continuamente sopra di loro come un esercito alato, che li decimava con mille armi e con mille arti imprevedute, misteriose, sataniche, un invincibile timor panico li assaliva tutt'a un tratto nel mezzo d'un combattimento, una paura fantastica della montagna, un terrore pazzo di quelle roccie enormi e di quelle gole tenebrose, piene di agguati, di spaventi e di morte, e allora si davano tutti insieme a fughe forsennate, aggirandosi vertiginosamente fra i massi, scivolando giù per i macigni umidi, pei rigagnoli convertiti in precipizi di ghiaccio, saltando l'un sull'altro giù per gli scaglioni degli orti, spenzolandosi giù dalle rupi con la corda alla vita, abbrancandosi agli arbusti dei ciglioni, sospesi sopra gli abissi; e non sentivan più comando d'ufficiali, s'accavallavano, si pestavano, si ferivano con le proprie mani, buttavan via le armi, s'imbrogliavano nei vigneti e nelle macchie come belve dentro alle reti, si lasciavan raggiungere, si lasciavano uccidere, si buttavano nei burroni per salvarsi dagli archibugi, si annegavano nel torrente per scampare alle lame, si gettavan incontro alle lame per sfuggire ai macigni, morivan soffocati nella neve per nascondersi agli insecutori. I più audaci, peraltro, i capitani, e quelli che avevan prese le armi per ardor religioso, e chi si trovava a combattere in luoghi senza uscita, resistevano ancora; la battaglia si rompeva in molte mischie parziali, in combattimenti di quattro, di otto, di dieci, che s'inseguivan poi lungamente, su per le bricche, uno per uno, con accanimento feroce, urlando minaccie di morte e di dannazione; duelli orribili s'impegnavano sopra eminenze solitarie; ufficiali, raggiunti dopo corse disperate, sopra i dirupi, cadevano sfiniti, offrendo inutilmente riscatto, come Luigi De Monteil; altri, come Carlo Truchet, stesi in terra da una sassata, eran sgozzati, e rimanevan cadaveri nudi sul ghiaccio; altri, scampati a stento dalla strage, erravano per le nevi, scamiciati, insanguinati, gridando al soccorso, mezzi pazzi, e tornavan poi al campo e alle case loro, affetti di malattie strane, di cui morivano, o tormentati per anni ed anni da un'allucinazione spaventosa, oppressi dalla visione perpetua di quelle roccie, di quei precipizi, di quelle morti orrende, di quelle fughe di pazzi frenetici, che empivan la valle d'ululati. Ah! non eran mica più quegli antichi pastorelli valdesi, dolci come agnelle, e pazienti fino al martirio! Trattati come fiere, avevan messo le zanne e gli artigli. Si capisce bene come dovesse avere il braccio terribile alla fionda il giovinetto a cui avevan torturato la madre, e il polso d'acciaio alla picca l'uomo a cui avevano fatto a pezzi il figliuolo; si capisce come dovessero andar molto addentro nelle schiene dei fuggiaschi le lame confitte da tali mani. Avevano un bel gridare i pastori, inseguendoli, ordinando che desistessero dal sangue, in nome del Dio di misericordia e d'amore. Oramai non bastava più vincere a loro; avevan bisogno di punire, di vendicare, di far scontare la spietatezza con la disperazione, e la tortura con lo sterminio. Eppure, anche a quelle feroci battaglie dava qualche cosa di solenne e di augusto la religione. Quale spettacolo dovevan presentare sui monti quelle lunghe schiere di Valdesi dai grandi cappelli e dalle chiome alla nazarena, quei vecchi armati d'archibugi, quei ragazzi con le fionde, quei giovani con le picche, quei pastori con la Bibbia, quando, prima di combattere, s'inginocchiavano tutti insieme sulle roccie, alla luce del sole nascente, alzando il viso e le mani al cielo, a dimandar a Dio la vittoria; e dietro a loro le donne e i ragazzi, che tenevan pronte le polveri e apprestavano i sassi; e più in su i vecchi cadenti, i malati, gl'invalidi, i bambini, che pregavano e piangevano, mentre giù nella valle i battaglioni si preparavano all'assalto, apostrofandoli con un coro infernale di bestemmie e di scherni! Poi sibilavano a traverso alla nebbia le palle, i sassi e le freccie, i macigni franavano, gli sfracellati urlavano, le roccie stillavan sangue, i caschi e le spade saltellavano di masso in masso, le colonne si sfasciavano e voltavan le spalle, e ruzzolavano insieme giù pei greppi e gli scoscendimenti morti, moribondi, panconi, alabarde, tamburi, alfieri, pionieri, cavalli, stendardi, mentre sulle alture dorate dal sole echeggiavano i salmi lenti e solenni della vittoria. Maledizione del cielo! Tanti bei nobili piemontesi, uffiziali prodi e ambiziosi, che speravano di raccontar le loro vittorie nei salotti di Torino, tanti giovani volontari della fede, i quali avevan creduto fermamente di andar a combattere con gli angeli al fianco, tanti avventurieri ch'erano andati là come ad una facile guerra di saccheggi e di stupri, che mortale rabbia, che angosciosa vergogna dovevan sentire nell'anima durante quelle miserevoli fughe, quando, voltandosi a guardare in alto, vedevano sulle vette quelle schiere di spettri, quei branchi di straccioni, d'affamati e di reietti, che nessuna forza umana poteva domare! Invano i frati, invano i missionarii, ad ogni assalto d'esercito, aspettavano all'imboccatura della valle che i vincitori ritornassero, trascinando con sè gli ultimi avanzi dei miscredenti, per farne dei papisti o dei cadaveri. Gli ultimi avanzi non tornavano mai. Non tornavano che i soldati dell'Inquisizione, sbandati, stravolti, sanguinosi, portando sulle barelle i loro compagni con la fronte spaccata, e celando per vergogna le croci delle loro bandiere. Chi avrebbe detto allora a quei soldati e a quei monaci che sotto a quella medesima croce bianca i cannoni di Casa Savoia avrebbero sfondato un giorno le porte della città del Papa!
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Ci rimettemmo in cammino; entrammo in Pra del Torno. Par veramente d'entrare tra le mura d'una immensa fortezza. Ai primi passi mi ricordai di quel terribile défilé de la Hache, dove il Flaubert fa morir di fame i ventimila barbari, nel suo romanzo Salammbô. Le roccie altissime presentan delle forme strane di torri, di facciate di cattedrali, di grandi archi di gallerie; alcune, di palazzi aerei, ritti lassù nella regione delle nuvole, intorno ai quali volan degli avvoltoi e delle aquile. Qua e là, a grandi altezze, si vedono ancora dei piccoli tappeti verdi, dove pascolano le capre, che, a guardarle, dan le vertigini; e piccole case, che par che stian su per miracolo, o che siano appiccicate alle roccie come nidi d'uccelli. Più in basso, altri gruppi di casette rozze e nere, appollaiate sui fianchi dei monti, sotto la perpetua minaccia delle valanghe e dei franamenti dei macigni, che qualche volta le seppelliscono e le sbricciolano come gingilli di vetro. Anche là non vedemmo quasi nessuno, benchè Pra del Torno sia abitato da circa cinquecento persone, tra Valdesi e cattolici: qualche pescatore di trote giù tra i sassi del torrente, un crocchio di bimbi all'ombra d'un agrifoglio, una donna che sfornava il pan nero in un cortiletto. Il torrente non faceva quasi più rumore. Dopo mezz'ora di cammino, in silenzio, arrivammo sopra una rocca, dov'è un tempietto nuovo, d'uno stile misto di gotico e d'arabesco, e dipinto di bianco e di rosso, come un padiglione di giardino. Ai piedi della rocca ci son poche case e una chiesetta cattolica. La valle pareva chiusa da tutte le parti, a sinistra dai monti che forman la stretta di Balfero, a destra dai monti di Soiran o dall'Infernet, ripidissimi, nudi, grigi, tutti roccia, che fendevan l'azzurro. Eravamo come caduti in un agguato della montagna, imprigionati, segregati dal mondo, in fondo a un enorme sepolcro concavo spalancato verso il cielo. E tutt'intorno, nè un rumore, nè una forma, nè una voce umana. Non c'era che una ragazza di dodici o tredici anni, una piccola vaccaia, scalza, con un cenciuccio di vestito, seduta in terra davanti al tempio, che leggeva un libro. Guardai il titolo: era una Histoire de l'église vaudoise; un volume di formato grande e elegante, stampato a Parigi. Ne presi appunto con piacere sul mio taccuino. Era la prima contadinella italiana che vedevo leggere.
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C'eravamo dunque arrivati, finalmente, a quel misterioso Pra del Torno, fortezza, cuore, santuario delle valli. Là, nei primi tempi dei Valdesi, era il seminario teologico dei barba, l'antica scuola “educatrice di pastori, d'evangelisti e di martiri„ nella quale s'istruivano i giovani alunni nelle sacre scritture e nel latino, si copiavano i manoscritti della Bibbia, e si componevano trattati religiosi; e di là partivan poi i nuovi pastori, a due a due, e si spandevan per il mondo, esercitando la professione di mercanti, di chirurghi e di medici, per diffondere più sicuramente la parola di Dio, e andavano a trovare i loro fratelli di Calabria e di Puglia, i loro discepoli di Moravia, d'Ungheria e di Boemia. Chi sa quali figure strane d'asceti, di centenari venerandi, di giovanetti inebbriati di fede, e quali maravigliose vite di umiltà e di sacrificio saranno passate fra quelle montagne! Essi eran ben lontani allora, senza dubbio, dall'immaginare che quell'angolo tranquillo delle loro valli sarebbe stato nei venturi secoli assalito con tanta furia da tanti eserciti, e irrigato tutt'intorno da tanto sangue. Qui, infatti, fu come l'ultima ridotta del popolo valdese in tutte le guerre. Ci accorrevano da ogni valle le famiglie, e gli avanzi delle famiglie, e ci stavano dei mesi, come rannicchiate, campando d'erbe e di latte. La compagnia degli archibugieri volanti, coi suoi due ministri, ci si raccoglieva dopo le sue audaci spedizioni. Ci avean costrutto delle case, dei forni, dei magazzini, dei mulini; ci fabbricavan delle picche, ci fondevan delle palle. Migliaia di persone lavoravano, pregavano, s'esercitavano alle armi, portavan le pietre e i tronchi d'albero alle barricate, salivan sulle vette a spiare il nemico. Era come un formicaio, un rimescolìo continuo di gente agitata senza posa dal terrore, dalla speranza, dalla gioia della vittoria, dal presentimento dell'ultima sventura. Perchè vedevan tutto di qui: vedevan le colonne nemiche venir innanzi sulle creste nude dei monti, scintillando ai raggi del sole, e discendere lentamente; e i Valdesi salir di nascosto, ad assalirle di fianco; vedevan le mischie, sentivan le grida, contavano i caduti, stavan là sotto immobili ad aspettare la fine dei combattimenti che per loro poteva esser la prigionia, la dispersione, la perdita dei figli, la tortura, la morte. Con che forsennata gioia si dovevano slanciare incontro ai loro difensori, quando precipitavan giù vittoriosi, buttando sulle rive del torrente delle bracciate d'alabarde, di corazze, di morioni, di uniformi, di pennacchi, fra cui rotolava qualche volta la testa d'uno dei loro feroci persecutori! Di notte, nel cuor dell'inverno, dopo fughe piene di pericoli, arrivavan qui delle frotte di fuggiaschi, a cui l'orrore degli eccidi veduti toglieva per molti giorni la parola: arrivavano dopo un viaggio di mesi e mesi, travestiti stranamente, e trasfigurati dagli stenti, i pochi scampati alle stragi di Calabria; ci arrivavano, scortati dai Valdesi, tremanti di freddo e di paura, delle donne e delle ragazze cattoliche, affidate loro dai mariti e dai padri per salvarle dalle violenze della soldatesca; e dei parlamentarii pallidi e scorati, che annunciavano ogni accordo fallito, e un nuovo assalto imminente. Ma c'eran pure dei giorni di festa in quel vasto baratro pieno di dolore e di spavento; i giorni in cui scendevano dalle alte montagne i deputati valdesi, reduci dalle lunghe peregrinazioni a traverso all'Europa, portando i denari dell'Elettore Palatino, del duca di Würtemberg, del marchese di Baden, dei cantoni evangelici di Svizzera, della chiesa francese di Strasburgo, di tutti i loro amici lontani, che mandavan l'annunzio di potenti intercessioni presso la Corte di Torino, e la speranza d'un migliore avvenire: i giorni in cui tornavano i loro missionarii dai paesi protestanti, con un carico prezioso di libri sacri, trovati dopo lunghe ricerche e raccolti a prezzo di gravi sacrifizi; i giorni in cui giungevano i loro fratelli di Provenza, con le armi nascoste sotto il mantello, i soldati ugonotti, disertati dalle guarnigioni di Lione, di Grenoble e di Valenza, i rudi compagni dei Lesdiguières e dei Coligny, accorsi per combattere e per morire con loro. Allora tutti ripigliavano animo, i salmi risonavano più alto, i piccoli arsenali lavoravano più fitto, le promesse e i giuramenti si ripetevano con nuovo ardore; e le compagnie armate si slanciavano più impetuosamente dall'alto delle loro montagne a soccorrere i fratelli. Calavano nella valle di San Martino, piombavano nel vallone di San Germano a rintuzzare i monaci dell'Abbadia di Pinerolo, si lanciavano nel vallone di San Bartolomeo a battere i signori di Roccapiatta, correvano a liberare Taillaret, volavano in aiuto delle popolazioni assediate di Bobbio, di Rorà, del Villar, irrompevano nella pianura, a vendicar gl'incendi con gl'incendi, e i macelli coi macelli, fino a San Secondo, a Miradolo, a Osasco, a Cavour.... Ma n'andava assai più lontano il terrore; n'andò qualche volta fino a Torino, fin nelle sale dorate dei castelli di Rivoli e di Moncalieri, fin dentro al cuore dei duchi di Savoia, i quali affacciandosi di notte alle finestre, torcevan lo sguardo da quelle grandi montagne nere, come da una immagine di malaugurio e di rimorso.
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Il Bonnet ci presentò il maestro, un giovanotto florido e allegro, il quale abita una cameretta nell'edifizio del tempio; dov'è anche la scuola, e una stanzina per il pastore. Quel bravo giovane, oltre alle molte e rare qualità dell'ottimo insegnante, possiede quella non disprezzabile di fare le frittate gialle come pochi, ma assai pochi cattolici le sanno fare. Ci sedemmo intorno alla frittata nella stanzina del pastore: una specie di cella monacale, nuda e bianca, con un tavolo e quattro seggiole, pulita come se ci avessero lavorato tutta la mattina quattro fantesche olandesi. Per tre piccole finestre a sesto acuto vedevamo i monti circostanti, null'altro che i monti, i quali riempivano tutti e tre i vani, come tre tendine verdi e turchine. Non si può dire la quiete, la freschezza, la semplicità di quel luogo. E la voce del pastore, dolce e lenta, era come una musica che accompagnava e traduceva il linguaggio delle cose. Egli ci raccontava dell'inaugurazione di quel tempio, fatta sei anni fa; alla quale erano accorse tremila persone, che non potendo in chiesa, s'eran raccolte in un prato, e molti oratori avevan parlato alla folla dall'alto d'un tetto, apostrofando le montagne gloriose e terribili; dopo di che Pra del Torno, silenzioso da quasi due secoli, era ricaduto nel suo silenzio profondo, che non sarà forse più turbato per altri secoli. Poi ci parlava dei suoi viaggi in montagna, di quando va a predicare ai pastori delle capanne di Soiran, dell'Infernet, di Giacet, della Cella, della Cella veia; e ascoltandolo, provavo un senso d'ammirazione, e anche una certa tristezza, a pensare che, mentre io ero nel mio studio, al caldo, a giocare con l'immaginazione, lui, quell'uomo così colto e gentile, se n'andava su per i monti, per sentieri dirupati, in mezzo alle nevi, incontro ai venti gelati, tutto solo, con un pezzo di pane e con la Bibbia, a predicare la bontà, la rassegnazione e la preghiera. Ma al vedere com'egli parlava della sua solitudine e delle sue fatiche con assai più compiacenza ch'io non provi mai a parlar dei miei giochi, mi rimaneva ancora l'ammirazione, ma scappava la tristezza, per ceder il posto all'invidia. Sì, quel buon pastore m'era così simpatico, il suo aspetto e la sua voce eran così dolci, mi ridestavano così vivamente nel cuore dei sentimenti, o piuttosto degli echi di sentimenti morti o sopiti da molti anni, che se fossi stato solo con lui.... non so, gli avrei forse preso la mano come a un amico, e gli avrei detto: — Vediamo.... parli.... mi persuada.... il mio cuore non è mai stato così ben disposto a sentire, e mi pare che non ci sia più altra voce che la sua da cui io possa ancora sperar qualche cosa.... — Chi sa mai come m'avrebbe guardato, che cos'avrebbe risposto, in che maniera, con quali parole incominciato? Io mi facevo queste domande, fissandolo, quando egli s'alzò, per condurci sul piazzaletto del tempio, dove giocavano alcuni bambini valdesi. Proprio sotto, ai piedi della rocca, c'è la chiesetta cattolica, consacrata alla Madonna delle Grazie e a San Carlo, scolorita e triste dirimpetto al tempio nuovo, variopinto e trionfante, e pareva che l'uno e l'altra si guardassero minacciosamente con l'occhio del loro finestrino rotondo, quella per slanciarsi all'assalto, questo per farle fare il ruzzolone. Dio buono! Quanto parevan piccini, in fondo all'abisso, ai piedi di quelle grandi montagne, quei due mucchietti di pietruzze, ciascuno dei quali diceva all'altro: — Io son più vicino al cielo di te! — Ma bastava dare uno sguardo in giro, sui pochi contadini valdesi e cattolici, che passavano, per accertarsi che non c'è più lotta se non fra le facciate dei due edifizi. Passavano lentamente e a lunghi intervalli, salutandosi con un cenno del capo, uomini e donne, con gli strumenti del lavoro sulle spalle o con la calza tra mano, quasi senza guardarsi, come persone d'una sola famiglia che girassero per la casa; e dal viso di tutti, e dai loro movimenti s'indovinava la quiete infinita della loro esistenza. Essi vivon là, infatti, come il presidio d'una fortezza solitaria, non visitata che da pochi curiosi, che ci si trattengono un'ora, in una sola stagione dell'anno. Pochi vanno qualche volta a Torre Pellice; pochissimi, più di rado, fino alla grande città di Pinerolo; e si contan certamente sulle dita quelli che sono arrivati fino alla lontana e immensa Torino. Una cresciuta del torrente, la caduta d'una valanga, un matrimonio, una morte, sono i grandi avvenimenti di cui discorrono per mesi, intorno ai lumicini fumosi che rischiarano le loro lunghe veglie invernali. Delle più grandi cose che accadono fuori della loro valle, a loro non arriva che un rumor fioco e confuso, come d'un lontano mare agitato. Il socialismo trionfante potrà sconvolgere il mondo: essi appena se n'accorgeranno. Dalla casa al tempio, dal torrente al pascolo, dall'orto al castagneto, tutti i giorni fanno i medesimi passi, volgendo in mente le medesime idee, dicendosi, quando s'incontrano, le medesime parole. I loro bisogni non sono che un po' di pane, un po' di fuoco e il sermone del pastore. Quand'hanno avuto questo per sessant'anni, muoiono senza lagnarsi della vita. E dire ch'è per aver questo, non altro, che hanno lottato, sanguinato e pianto per quattrocent'anni!
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Avremmo voluto trattenerci ancora un pezzo in quella pace profonda; ma vedendo che i tappeti d'oro distesi qua e là fra i castagni sparivano l'un dopo l'altro rapidamente, ci mettemmo in cammino per il ritorno. Ripassammo sotto le roccie enormi, tornammo a sentire quel fragoroso diluvio d'acque. La valle era già rotta da vaste ombre nere, in cui si vedevano appena le case, come macchie più nere; le cime petrose dei monti erano di color rosa e di porpora; la via, anche più solitaria che la mattina. Per due miglia di cammino, non udimmo che il tintinnio di qualche sonaglio di pecora o di capra, invisibili, e a grandi distanze, il canto d'una gallina o il latrato d'un cane, che risonavano in tutta la valle, come ripercossi da cento echi. Risalutammo Serre, rivedemmo la roccia della fata.... Due dei quattro viaggiatori avevan già l'aspetto e l'andatura dei due crociati dell'arcidiacono di Cremona, dopo la disfatta famosa delle Rocciaglie. Ma la vista della piazzetta di Angrogna li rimise su, come l'apparizione d'una bella signora alla finestra. Là il signor Bonnet ci fece vedere due curiose pietre storiche: una rotonda, confitta nel suolo, sulla quale è tradizione che il popolo facesse batter le mele (senza buccia) ai debitori insolventi, come già facevan i fiorentini ai falliti sul lastrone di Mercato nuovo; l'altra, della forma d'una lastra da tavola, sostenuta da un pietrone diritto, intorno alla quale si dice che venissero i litiganti, in presenza d'un pastore, o d'un vecchio autorevole, a dire le loro ragioni; il perchè si chiama ancora la pietra della ragione; ma nè l'una nè l'altra portando traccie di melate o di pugni, si può credere che tra i Valdesi antichi fossero diffuse molto le due rare virtù di pagare i debiti e di discutere con pacatezza. La piazzetta era solitaria come la mattina.... Ma quel diavolo d'operaio cantava ancora, con la stessa lena e con la stessa allegrezza della mattina! Pareva che non si fosse mai chetato per tutte quell'ore, e che avesse a continuare così per anni e anni per schiattare poi tutt'a un tratto come una cicala. Invidiabile fine! Io che ho tanta paura di dever cessar di cantare avanti di morire!