Prima di separarsi da noi, il signor Bonnet ebbe la gentilezza di condurci a casa sua: una casetta bianca, con un muro coperto di pampini, divisa in piccole stanze linde e chiare, arredate con semplicità graziosa, e rallegrate da voci di fanciulli e dalle note d'un pianoforte. Non avremmo potuto chiuder meglio la nostra giornata che in quella casa sorridente, in mezzo a quella famiglia amabile, in cui il ministero del padre diffonde come un riflesso di dignità e di serenità religiosa. Ma io ebbi la cattiva idea di chiedere al pastore, e di sfogliare un vecchio librone, che non avevo potuto trovare in commercio: la storia valdese di quel celebre pastore Léger, che visse nel diciassettesimo secolo, e che ebbe parte importante in molti avvenimenti, tanto che la corte di Torino mise la sua testa al prezzo di ottocento ducati. La sua storia tratta con particolare diffusione delle stragi di Pasqua, riporta deposizioni di testimoni oculari dei fatti, illustra i fatti con delle incisioni. Dicono che è uno storico partigiano e leggiero, e che ha detto molte bugie, e fatto molte frangie. Non lo so. Certo è che non ha mentito in tutto, e che parecchi di quei disegni rappresentano il vero, pur troppo. Vorrei non averli guardati. Credevo d'essere andato molto in là coll'immaginazione; ma dovetti riconoscere che certe cose non si possono immaginare. L'autore di quei disegni deve aver visto certamente come si torce e come gira gli occhi una creatura umana sul rogo. Io darei non so che per poter cancellare dalla mia memoria quelle immagini che son certo di non mai più dimenticare. E poi all'idea di certi spasimi, di certi dolori si può resistere coll'immaginazione, facendo uno sforzo; anche all'idea del rogo. Ma, Dio eterno! quella di vedere, per una via già chiazzata di sangue, fuggire i propri bambini, bianchi, impazziti dallo spavento; vederli raggiunti e afferrati; vedere in quei corpicini amati, che abbiamo coperti di baci, cullati, scaldati col nostro fiato, difesi con mille cure da un soffio d'aria, per tanti anni, vederci entrare, frugare delle mani e dei coltelli, e udire le loro grida, e sentirsi chiamare per nome e non poterli difendere, non poterli vendicare, non potersi muovere, non poter urlare, e dover star lì, a veder tutto, e morire.... Ah! non regge neanche l'anima d'un eroe a questa idea, bisogna scacciarla, scacciarla per non piangere, per non maledire, per non pigliare in odio il genere umano e la vita, per non lasciarsi sfuggire dalla bocca le più orrende bestemmie che sian mai risonate sotto la vòlta del cielo!
Ma come scacciarla? Quell'idea m'accompagnò per tutta la strada, molto tempo dopo che il caro signor Bonnet ci aveva lasciati, e mi tenne inchiodata la bocca; e anche i miei compagni tacevano, per la stessa cagione. C'era un solo pensiero che potesse rifarmi l'animo, e mi ci attaccai fortemente; il pensiero di quello che era avvenuto cento novantatrè anni dopo, il giorno 28 di febbraio del 1848, quando la deputazione dei Valdesi, andata a Torino per festeggiare quello Statuto che li rendeva liberi per sempre, moveva da porta Nuova per far la sua entrata solenne nella città. Eran più centinaia di persone; portavano uno stendardo di velluto con una iscrizione in argento: A Carlo Alberto i Valdesi riconoscenti; li precedeva un drappello di ragazze valdesi, vestite di bianco, ciascuna con una bandiera. Già, per tutto il viaggio dalle valli a Pinerolo, e di qui a Torino, erano stati accompagnati con le fiaccole e con le musiche, festeggiati come fratelli che ritornassero da un lungo esilio immeritato. Ma l'accoglienza che ebbero entrando in Torino fu ben altra cosa. Il popolo li acclamò con indicibile affetto, le signore sventolavano i fazzoletti, da ogni parte piovevan fiori, i torinesi rompevan la processione per abbracciare i vecchi e accarezzare i giovanetti; perfino dei preti si slanciavano in mezzo a loro e gettavan le braccia al collo ai primi venuti; molti di essi piangevano. Carlo Alberto volle che sfilassero per i primi sotto il balcone reale, in quella piazza Castello dove erano stati bruciati i loro padri. — Sono stati per troppo tempo gli ultimi, — disse; — è giusto che oggi siano i primi. — E passarono i primi tendendo le braccia verso il loro re, salutati da un altissimo grido della moltitudine, circondati, baciati, apostrofati con parole in cui si sentiva il tremito di chi domanda perdono, e a cui essi rispondevano con le lagrime agli occhi, con gesti concitati e gioiosi che volevan dire: — Non abbiamo nulla da perdonare, non ci ricordiamo più di nulla, siamo fratelli, abbiamo una sola patria, un solo nemico, un solo avvenire! — Oh bei momenti della vita dei popoli, belle ore gloriose del cuore umano, pagine d'oro della storia della civiltà, siate ricordate, amate, benedette in eterno! E benedetta tu pure, bella e nobile val d'Angrogna, che negli annali della grande guerra per la libertà dell'anima hai scritto col sangue dei tuoi pastori una parola vittoriosa e immortale.
LA MARCHESA DI SPIGNO
“Nata dai nobili Canalis di Cumiana, damigella d'onore di Madama Reale, sedotta, ancor giovinetta, da Vittorio Amedeo II, sposò il conte di San Sebastiano, del quale rimase vedova, con molta prole, nel 1724. Nominata allora dama di corte, accesa dalla speranza del trono, con mille arti fecesi riamare e segretamente sposare dal sovrano; il quale la investì del marchesato di Spigno; ma avendo subito appresso abdicato, dovette ella con molto dispetto e rammarico ritirarsi con lui in Savoia. Impaziente però della solitudine e smaniosa di regnare, eccitò il re abdicatario a riprendere la corona al figliolo. Onde, tornati insieme in Piemonte, e imprigionato Vittorio Amedeo a Rivoli, fu rinchiusa nella fortezza di Ceva, per esser poi restituita al marito prigioniero di cui assistette alla morte; dopo di che venne, per ordine di Carlo Emanuele III, relegata nel monastero delle Salesiane di Pinerolo, dove chiuse i suoi giorni. Donna d'ambizioso e temerario animo, e di triste memoria.„
Niente di meno. Io stavo appunto rileggendo, per caso, quei quattro periodi in cui è così brutalmente strozzata la storia d'una vita di novant'anni, piena di grandi casi e di grandi dolori, quando entrarono nel giardino della villa una signora e una signorina, nostre amiche e vicine, ad annunziarmi che la superiora delle Salesiane aveva cortesemente acconsentito a ricevermi nel parlatorio, e a dirmi quanto si sapeva nel monastero intorno alla marchesa di Spigno. Era una graditissima notizia. Chi sa, pensavo, ch'io non riesca a fare almeno uno sbrano nel velo di mistero che copre quella benedetta marchesa, tanto discussa, tanto maltrattata, e così poco conosciuta! Perchè nè le storie di Casa Savoia, anche le più minute, nè il romanzo del Dumas, nè il racconto del Rabou, nè la novella storica del buon teologo Viglierchio, nè la bella monografia di monsignor Bernardi, nè gli altri scritti che trattano di quel periodo storico, ci danno più che delle congetture per quanto risguarda “il cor profondo„ e la giusta misura di colpevolezza della celebre signora; la quale non lasciò una sola lettera, ch'io sappia, in cui si riveli tutto o in parte l'animo suo, e neppure un suo sentimento passeggero. Quello che si sa di certo è che era bella “d'una bellezza ribelle agli anni,„ come dice uno storico illustre, “pericolosa all'età prima e alla matura.„ E bisogna che fosse bella veramente, se, già vicina ai cinquant'anni, innamorò ancora d'un ardente amore Vittorio Amedeo, grande conoscitore, che aveva fatto un corso così vasto e splendido di studi, da madamigella di Saluzzo alla contessa di Verrua, alla marchesa di Priez, alla marchesa di Chaumont, alla contessa della Trinità; la quale non era stata nè l'ultima nè la più ammirabile. Giovane ancora e bellissima a quasi cinquant'anni, che maravigliosa creatura sarà stata ai sedici, quando fece la prima apparizione alla Corte, ancora commossa dai ricordi della battaglia terribile della Marsaglia, di cui aveva visto il fumo e udito il fragore dalle finestre del suo bel castello di Cumiana! E può darsi pure che tutta la sua bellezza non sia fiorita che nell'età avanzata: era forse una di quelle opere predilette dalla natura, che essa accarezza, ritocca e abbellisce per mezzo secolo, tormentata da un desiderio amoroso e infaticabile di perfezione. Còlta non è credibile che fosse, poichè sarebbe stata nel suo ceto, e in quel tempo, un'eccezione; e non era forse in grado di scrivere una lettera, neanche in francese, senza molti e grossi spropositi di varia categoria. Ma per questo appunto, chi sa quali altre forze di seduzione e d'amore doveva avere quella sua giovinezza indomabile, chi sa lo sguardo, la carezza, la grazia delle mosse, la musica della parola, l'eloquenza miracolosa del pianto e dell'ira, l'originalità strana dell'ingegno e la fragranza propria, innata del suo bel corpo, cresciuto come una pianta di rosa all'aria delle Alpi! E tutta questa bellezza, tutta questa forza, tutta questa ambizione, salita fino all'ultimo gradino d'un trono, fu precipitata in fondo a un carcere, e andò a finire sul catafalco d'un chiostro. Ah! se la superiora delle Salesiane mi avesse saputo rivelar qualche cosa!
***
In pochi minuti, scendendo per un vicolo erboso e triste, arrivammo alla porta del monastero; che è un grande edifizio nudo, posto sulla china del colle di San Maurizio, con la facciata vòlta verso le Alpi, circondato da un muro altissimo, intorno al quale gira una stradicciuola solitaria. Non ci è più che poche monache; ma sempre un buon numero di educande soggette a un tenor di vita severo; tra le quali, in altri tempi, ci furon ragazze delle prime famiglie del Piemonte, e principesse, che anche presero il velo, e morirono tra quelle mura; poichè il monastero godeva della predilezione della casa regnante. La marchesa di Spigno, lasciata libera di scegliere tra quello e un convento di Carignano, aveva scelto quello, perchè ci aveva due parenti. Le poche case che son là intorno, pare che faccian parte anch'esse del chiostro: non ci si vede e non ci si sente nessuno. Accanto al chiostro c'è una chiesetta chiusa. La marchesa doveva essere passata per quello stesso vicolo silenzioso e malinconico. Sonammo a una porticina, che ci fu aperta da una mano invisibile, salimmo su per una piccola scala tetra, e passando per un'altra porta bassa e stretta, ci trovammo in una stanza bianca, davanti a una larghissima grata doppia, di legno grigio, simile a una inferriata di carcere, di là dalla quale si vedeva un'altra stanza, pure bianca, e semioscura. Qua e là, sulle pareti, ci son scritte a grandi caratteri delle sentenze di santi. A sinistra della grata, c'è una finestra chiusa da una ruota, come quelle degli esposti, per far girare gli oggetti di dentro, senza che si veda in viso chi li riceve. Dall'altra parte c'è appeso al muro un cartellino, che proibisce di dar dei confetti alle educande. La giornata essendo coperta, ci si vedeva appena. E c'era un silenzio, una tristezza fredda, un'espressione così severa, in tutte le cose, di penitenza, di rinunzia al mondo e di malinconia, che quelle due signore coi cappelli infiorati e coi vestiti eleganti ci facevano un contrasto violento e stranissimo, come di due mascherine pompose nella stanza mortuaria d'un ospedale. Aspettammo per molto tempo, senza trovar nulla da dire, come già presi dalla tristezza del luogo. Finalmente, s'udì un fruscio: comparvero due monache. Eran la superiora e un'anziana, vestite di nero, con un soggòlo bianco, e con un velo oscuro calato fin quasi sugli occhi. S'avvicinarono alla grata. Il velo e la mezza luce non lasciavan distinguere nè l'età, nè la fisonomia. La superiora doveva esser giovane. Quando aperse bocca, fui maravigliato della sua voce dolcissima e della sua pura pronunzia toscana. Era di Pistoia. Ci sedemmo, e cominciammo a parlare, come in confessione, a bassa voce, a traverso ai fori della grata.
***
La superiora cominciò con dire che aveva ben poche notizie da darmi. Essendo state costrette parecchie volte a sgomberare in fretta e in furia il convento, per cagione delle guerre, le monache avevan perduto molte carte importanti, ed anche degli oggetti preziosi; fra i quali dei doni della marchesa di Spigno. Il ricordo più notevole che rimanesse di lei era un ritratto a olio, di grandezza naturale, che si diceva somigliantissimo e che doveva essere stato fatto prima della sua entrata in monastero, perchè non si poteva supporre che, nel monastero, si fosse fatta ritrarre con quel vestimento. Era forse del tempo in cui credeva di diventar regina, chè allora aveva la passione dei ritratti; in uno dei quali si fece dipingere in piedi, con la mano distesa sopra il diadema. La superiora mi domandò se lo volevo vedere. Non aspettavo altro: una monaca, che non vidi, lo portò su dal piano terreno e lo fece passare nello spiraglio tra la ruota e il muro; la signorina lo prese e lo appoggiò alla spalliera d'una seggiola a cinque passi da me, rivolto verso la finestra; e io ci fissai gli occhi su, avidamente.... Bella.... Bella.... Cioè, non so. Seducente, senza dubbio. Una testina, un visetto pieno di grazia, di grilli, di vezzi, di sorrisi sfuggevoli, di sottintesi arguti, di piccole minaccie e di piccole carezze, gli occhi neri e grandi, un nasino patrizio, una boccuccia amorosa e maliziosa, un bel collo lungo, una vita snella e diritta, che fa indovinare un'alta statura, e un corpo leggero e pieghevole, d'una eleganza altera, il quale si possa afferrare e levar su con una mano, come un arboscello, e che debba essere irresistibile nei movimenti della contraddanza e quando s'abbandona sui guanciali della carrozza. Bellissima no; ma simpatica, bizzarra, salata, come dicon gli spagnuoli, un misto curioso di tipo francese e di tipo italiano, una fisonomia che rivela un sangue bollente e una volontà risoluta, e la consapevolezza della propria potenza; uno sguardo che fa aspettare un parlare stringato e concitato, tutto frasine scintillanti e scherzi acuti, e parole che infochino l'anima, all'occasione. Una di quelle figure che vedeva sognando Enrico Heine, quando sonava certi pezzi il Paganini, adagiate sopra un canapè in una stanza decorata alla Pompadour, con molti piccoli specchi e piccoli amori, in mezzo a un grazioso disordine di porcellane chinesi, di ghirlande di fiori, di trine lacerate, di guanti bianchi e di perle. Ha una foggia strana di pettinatura, rotonda e altissima, a trecce ravvolte, della forma d'un turbante enorme; dal quale vien giù un velo trasparente che le dà l'aria d'una musulmana; un vestito di broccato azzurro ricamato a fiori d'argento, e un manto di velluto vermiglio ornato d'ermellino, del quale stringe un lembo con la mano sottile. Ha l'aspetto d'una grande signora; ma d'una signora salita più alto dei suoi natali, e che abbia la coscienza di star degnamente dov'è salita; e si capisce ch'è salita per l'amore. Si capisce come Vittorio Amedeo potesse credere ch'ella sarebbe bastata a riempirgli la vita nella solitudine di Chambéry. Si prova un rammarico di non averla vista viva. E si vorrebbe dire molte cose alla sua immagine, come si sarebbero dette a lei vivente; e non parole timide e ossequiose, ma brillanti, ardite, argute, per farla ridere, per parerle spiritosi, festosi e amabili, e piacerle a qualunque costo, e ottenere un lembo di quel velo bianco da stropicciar fra le dita e la bocca. Non una donna bellissima; ma che sarebbe meno seducente e meno terribile, se fosse più bella.
— Sappiamo poca cosa, — disse la superiora, dolcemente. Quello che si sa di certo, perchè è scritto nelle memorie del monastero, è che l'annunzio della sua venuta arrivò alla superiora quasi improvvisamente, pochi giorni dopo la morte del re Vittorio Amedeo, in modo che ci fu appena il tempo di far sgombrare e rintonacare alcune stanze al piano terreno, e di metterci un poco di mobilio. A che ora sia arrivata e da chi accompagnata, non si sa. Era un giorno di novembre del 1732. Ci si dice che fosse una mattina di domenica. Ma non lo potremmo assicurare.... La superiora d'allora era la madre Chiara Maria di Luserna....