Mentre la superiora parlava con quella voce soave e monotona, io continuavo a guardar fissamente la tela, sempre più attirato da quella singolare bellezza. E come avviene sovente, che a furia di fissare un ritratto pare che gli occhi s'avvivino, che le labbra fremano, che i muscoli guizzino e che da un momento all'altro debba uscir dall'immagine la parola, così avvenne a me. Intorno non c'era nulla che mi distraesse: in capo a pochi minuti mi parve che il ritratto s'animasse. E come da molti giorni pensavo quasi continuamente alla marchesa di Spigno, studiandone l'animo, attribuendole pensieri, sentimenti e parole, così mi seguì quello che segue a tutti qualche volta, di far parlare dentro di noi una persona familiare, e di starla a sentire con attenzione, come se fosse veramente lei che parlasse, e senza intervenzione alcuna, fuorchè passiva, della nostra facoltà intellettuale. La marchesa mi fissò, il suo sguardo prese a poco a poco un'espressione severa, la sua bocca s'atteggiò a un sorriso di ironia e di disprezzo: poi, tutt'a un tratto, arrossì come d'una fiammata di sdegno, e sprigionò un torrente di parole.

— Eh bien! Que voulez-vous? Êtes-vous encore un historien de la maison de Savoie? Êtes-vous un officier des gardes déguisé, venu pour surveiller mon portrait? N'est-ce pas encore assez de vous être acharnés pendant cent cinquante ans contre une pauvre femme que personne ne défend? Mais c'est honteux, à la fin! Je suis lasse de traîner dans vos romans et dans vos sottes histoires, pleines de calomnies et de mensonges! Pourquoi donc êtes-vous si impitoyables avec moi, vous qui êtes si flatteurs pour tant d'autres? Allez, allez faire vos romans sur la comtesse de Verrue. Je ne suis pas assez intéressante, moi. Je n'ai pas assez changé de couvent, je n'ai pas trahi mon mari, je n'ai pas fait des voyages triomphants à Saint Moritz avec des cortèges de reine, je n'ai pas fait l'espionne pour l'Ambassadeur de France, je n'ai pas fui de Turin comme une voleuse en emportant les collections d'objets d'art achetées avec l'or de mon amant, je n'ai pas fini ma vie dans un palais splendide, au milieu des fêtes et des plaisirs, en me glorifiant de mes amours passés! Allez. Je n'ai pas d'auréole poétique, moi. Je n'ai été qu'une ambitieuse vulgaire. Je visais peut-être déjà à la couronne à l'âge de seize ans, lorsque je commis la faute monstrueuse de donner mon cœur d'enfant à l'amour d'un roi, jeune, beau, glorieux, à qui toutes les autres ont résisté, comme tout le mond sait bien! Je n'ai jamais eu que de l'ambition; je n'ai jamais su ce que c'était l'amour, la reconnaissance, le dévouement, l'amitié. Je n'ai pas même eu le cœur d'une piémontaise et les entrailles d'une mère. J'ai été le malheur et la honte de mon pays. C'est moi seule qui ai poussé Victor Amédée à bouleverser l'État pour ressaisir la couronne, c'est moi qui ai été le tourment de ses derniers jours, c'est moi qui ai été la première cause de sa mort. J'ai fait tout cela pour l'ambition. Et je l'ai satisfaite, en effet, cette malheureuse ambition, pour être traitée comme je le suis! J'ai fait mon bonheur, j'ai joui de la vie, je n'ai pas été punie, je n'ai pas expié, je n'ai pas souffert, je n'ai pas pleuré! J'ai mérité vraiment que la haine du monde s'abattit sur ma tête et frappât au cœur mes enfants, et que mon pauvre nom fût prononcé pour toujours avec un sourire de raillerie et de dédain comme le nom d'une coquette sans âme et d'une aventurière bafouée! Oh!... C'est une infamie!... Êtes-vous venu pour mentir comme les autres?

— Nel convento, — continuò la superiora, con la sua voce dolce, mentre io dicevo l'animo mio alla marchesa di Spigno, — essa non fu cagione di alcun disturbo. Non vestì l'abito di monaca; ma si può dire che visse quasi come una monaca. Ci aveva qui una sorella, suor Maria Giuseppina Radegonda, e una nipote, suor Teresa Innocente, che le furono di molto conforto nei primi mesi. Ma si adattò a ogni cosa con grande dolcezza. Era buona con le educande, ossequiosa con la superiora.....

— Eh bien, oui! — rispose la marchesa; — je vous ouvre mon cœur, j'avoue mes fautes. Lorsque, après la mort de mon mari.... — S'interruppe un momento, e poi ricominciò, con una strana pronunzia tra piemontese e francese, e con un poco di stento: — Ebbene, sì, lo confesso. Quando mi ripresentai alla corte dopo la morte del conte di San Sebastiano mio marito, non miravo soltanto a rialzar la fortuna dei miei figliuoli, caduti nelle strettezze; quando m'accorsi che il Re mi riamava, mi lasciai sedurre da una pazza speranza. È vero. E feci quant'era in me perchè il mio sogno s'avverasse. È anche vero. Sono stata ambiziosa, sono stata donna. Si perdonano, si scusano tante colpe d'ambizione agli uomini! Non si dovrà perdonar nulla a una donna? Sì, ho creduto di diventar regina, lo confesso, e quando intesi la notizia inaspettata dell'abdicazione, mi si gelò il sangue nelle vene, come se fosse crollata la reggia sotto i miei piedi. Ma tutto fu finito in quel punto. Quella delusione terribile mi tolse ogni speranza per sempre. È una scellerata ingiustizia l'accusarmi d'aver eccitato Vittorio Amedeo a rivocare l'abdicazione, d'averlo spinto da Chambéry a Moncalieri per ritogliere la corona al figliuolo. Non è vero. Quelli che furono primi ad accusarmene, dimenticarono di aver predetto essi medesimi, quando il re voleva abdicare, che se ne sarebbe pentito ben presto, che avrebbe voluto regnar da capo dopo sei mesi; dimenticarono d'averlo supplicato piangendo di desistere dal suo proposito, perchè appunto presentivano quello che sarebbe accaduto; come lo supplicò il suo stesso figliuolo, turbato da un eguale presentimento. Ma che dimenticarono! Come potevano non ricordarsi che, nei primi mesi dopo l'abdicazione, Vittorio Amedeo aveva continuato a regnare, che non si faceva nulla a Torino senza il consenso di Chambéry, che si diceva che c'eran due Re, che tutto, tutto faceva presentire quasi inevitabile e di giorno in giorno più certo quello che da principio s'era solamente temuto? Io ho spinto Vittorio Amedeo! Ma non sapevan dunque più com'era nata e cresciuta l'acrimonia del padre contro il figliuolo, prima perchè avevan cessato di mandargli il bollettino delle notizie, poi, per la legge delle catastazioni in cui non avevano fatto a modo suo, poi per la questione di Roma in cui non avevan chiesto il suo parere? Non avevan lette le sue lettere sempre più concise, sprezzanti, irritate, minacciose? Non sapevan dal conte Petiti, che ci veniva in casa in aspetto d'amico, tutti i discorsi che egli faceva, furiosi contro Carlo Emanuele? Aveva mai potuto riferire una mia parola detta a mal fine, il signor conte? E c'era forse bisogno che la dicessi? E il peggior rimprovero che mi abbia fatto Vittorio Amedeo, in que' suoi ultimi tristi giorni di Moncalieri, non è forse stato di non essermi opposta al suo disegno, di aver semplicemente taciuto in quella malaugurata notte del Moncenisio, quando egli mi domandò se doveva proseguire il viaggio o ritornare in Savoia? Se avesse avuto un eccitamento, un cattivo consiglio da rimproverarmi, si sarebbe contentato di rimproverarmi il silenzio? Mi accusano di aver ordito la trama! Ma quale trama, Dio giusto, se Vittorio Amedeo scese in Piemonte come un fanciullo, senza aver nulla preparato, senz'aver cercato un aiuto, senz'essersi fatto un complice, senza saper neppure quello che si voleva? Che prove, che indizi d'una trama si son trovati nelle sue carte? Chi fece un passo, chi disse una parola per favorire il suo proposito? Si può pensare che io l'avrei lasciato correre a una simile impresa in quel modo, se ci avessi messo la mano? Dove sarebbe stato l'accorgimento, allora, la malizia fine e profonda, di cui mi accusarono? Avrei dovuto oppormi almeno, dicono, trattenerlo, persuaderlo. Ipocriti! Essi sapevan bene che il mio impero sopra di lui era già finito da un pezzo, che dopo i primi mesi di solitudine l'amore era volato via, che non era più lo stesso Vittorio Amedeo dopo l'insulto apoplettico del cinque di febbraio, che la mia parola non trovava più la via del suo cuore, che già aveva cominciato a contraddirmi, ad aspreggiarmi, a impormi tutti i suoi voleri; ch'io non ero più che una povera infermiera al suo fianco! Ma chi non comprende, cominciando da quel disgraziato giorno dell'apoplessia, chi non vede in tutti i suoi atti, nella sua condotta a Moncalieri, nelle sue imprudenze puerili, nei suoi discorsi contradittorii, nelle sue esitazioni, nelle sue povere collere d'infermo, chi non riconosce il corso, il progresso lento e costante d'una malattia della mente, che doveva finire, che finì con l'insensatezza, e per cui sarebbe stato inutile, se non sarebbe stato peggio, qualunque mio tentativo di persuasione? Certo, io ho desiderato che abbandonasse il soggiorno di Chambéry, perchè vedevo che quella solitudine lo rattristava, che quell'aria non gli giovava, e che in quel viver così soli noi due, io andavo perdendo il suo affetto, e affaticandolo quasi con la mia presenza. Io ho desiderato, e l'ho consigliato nei primi mesi ad accogliere le offerte di Carlo Emanuele, e a ritornare in Piemonte. Ma consigliarlo a cacciar dal trono il figliuolo, a turbare il suo popolo, a versare del sangue, a compromettere la mia patria, io, per essere regina, a cinquantadue anni! e una regina accagionata di mille mali, invisa ai miei sudditi, odiata dalla corte, disprezzata dai miei pari, maledetta dal futuro re! E regina per quanto tempo? E poi? E voi l'avete creduto? E mille e mille l'hanno potuto credere? E quasi tutti lo credono ancora? È un'ingiustizia! Io ho l'anima pura di questa colpa, lo grido al mondo! ne attesto il cielo! lo giuro per la memoria de' miei figliuoli!

— Si valse sempre della sua autorità a vantaggio del monastero, — continuava dolcemente la superiora; — in molte occasioni ci ottenne dei favori e delle protezioni. Aveva conservato la sua ricca dote; spendeva largamente perchè le feste religiose si celebrassero con pompa. Si adoperò molto, fra l'altre cose, per la canonizzazione della nostra Giovanna Chantal, ch'era stata nel monastero il secolo innanzi....

— Ma fossi anche stata colpevole, — ripigliò la marchesa, — avrei meritato il castigo con cui mi schiacciarono? Sarebbe bastata una sola notte, quella orrenda notte di Moncalieri, all'espiazione d'ogni colpa. No, non fu giustizia, non fu umanità; mai, mai si troverà una onesta parola per scusare quell'abbominio. Per molti anni, a ogni rumore ch'io sentii, di notte, mi svegliai atterrita, e mi voltai verso la porta come per veder cadere i battenti sotto i colpi delle accette, e apparire il Conte della Perosa, gli ufficiali delle guardie e le torce.... Con le spade nude e con le baionette circondarono il letto! Ah! non si descrive, non s'immagina quello ch'è accaduto. Il re si avviticchiò disperatamente a me; io credei che mi restasse morto fra le braccia; ci separarono a forza, mi lacerarono i panni, mi trascinarono sul pavimento, seminuda, fuori della stanza. Io non vidi più nulla; ma sentii! Resistette. Pregava i suoi granatieri: Ma voi, miei bravi soldati, che m'avete servito fedelmente, che m'avete visto combattere cento volte in mezzo a voi, soffrirete che si tratti così il vostro vecchio re?... — Mi si schiantava l'anima. Tutto fu inutile. Orrore! Gli misero le mani addosso! a lui! al vincitore di Verrua, al liberatore di Torino, che aveva regnato per cinquant'anni e condotti in dieci guerre gli eserciti della lega europea! le mani addosso, come al più vile dei malfattori! Sentii lo strepito della lotta, le grida; lo portaron via ravvolto nelle coperte; udii morir la sua voce che mi chiamava: Dov'è la marchesa? dov'è mia moglie? Carlotta! Moglie mia! Guardai giù dalle vetrate, vidi una selva di baionette, le lanterne, la carrozza.... Ebbene, sì, feci un terribile voto allora, mi balenò una triste speranza quando intesi il mormorio dei granatieri, indignati di vederlo cacciare in carrozza come un condannato a morte, sotto le pistole dei dragoni, e quando il La Perosa gittò quel sinistro grido: Morte a chi parla! — Desiderai che i reggimenti si ribellassero e lavassero quell'infamia col sangue.... Me le sentii passare sul seno le ruote di quell'orribile legno, quando lo vidi sparire nelle tenebre, come un feretro trafugato. Tutto era finito. Credetti di sognare. Una così nefanda cosa mi pareva impossibile. Mi pareva che avrebbe dovuto crollare il palazzo, aprirsi la terra, sconvolgersi il mondo. Avrei voluto cader morta fulminata. Fossi pur morta! A un altro più tremendo dolore sarei sfuggita. Raccapriccio ancora; il mio cuore fa ancora sangue e fuoco a quel ricordo. Nella fortezza di Ceva m'hanno portata! Sì, gran Dio. Una gentildonna onorata, la moglie del vecchio re, la sposa di Vittorio Amedeo, nella fortezza di Ceva; vigliacchi!.... in mezzo alle prostitute!

— Tutti ricorrevano a lei, — mormorava intanto la superiora; — ella beneficava e confortava tutti. Alle porte del monastero veniva ogni giorno una folla di poveri, che se n'andavano sempre via benedicendola. E non dava solamente soccorsi in denaro. Scriveva lettere di raccomandazione ai parenti e ai conoscenti lontani, alcuni dei quali occupavano alte cariche e insisteva con tanta bontà e con preghiere così affettuose....

— Oh! come si riconosce in tutto questo, — continuò la marchesa, — la viltà degli uomini che diventan feroci e implacabili per paura! Perchè fu per paura, che il ministro d'Ormea, coi suoi complici, suscitò nel cuore di Carlo Emanuele i più iniqui sospetti e lo spinse alla barbarie; per paura del suo vecchio re, del suo antico benefattore, del quale sapeva d'aver provocato lo sdegno; fu per paura, fu per ambizione di grandeggiare davanti a Carlo, come salvatore dello Stato; fu per pigliar padronanza su di lui, e appagare il furore malaugurato di despotismo che lo divorava. Non può esser stato che suo il pensiero di quello spaventevole arresto notturno, che diede l'ultimo tracollo alla salute d'Amedeo, come non può esser nata che nel capo d'una donna l'idea di cacciar me in quella immonda prigione; in capo alla regina Polissena, a cui ho sempre letto l'odio negli occhi, e che non essendo capace di pietà, credeva me incapace d'affetto. Io non l'amavo Vittorio Amedeo! Io non l'avevo amato mai!... Ebbene, è vero; ci fu un tempo in cui l'ambizione soffocò l'affetto nel mio cuore, dei giorni in cui non amai che il re nel mio sposo. Me ne accuso e me ne vergogno. Ma quando ogni ambizione fu morta e la sventura lo colpì.... quando in quella sciagurata fortezza seppi che il mio povero re, chiuso nel castello di Rivoli, mi cercava, e interrogava di me con parole supplichevoli le guardie mute, e mi chiamava ad alta voce piangendo, allora tutto l'affetto antico si ridestò in me, un amor nuovo, una pietà immensa, un desiderio di rivederlo, di consolarlo, di gettarmi ai suoi piedi, di dare il mio sangue e la mia vita per lui. Sì, io l'amai allora, più che non l'avessi mai amato, con tutte le mie viscere, con tutte le forze della mia disperazione. E quando mi ricondussero a lui, in quell'eterno viaggio da Ceva a Rivoli, ringraziai Iddio e piansi di gioia. E quando arrivai al castello, e vidi tutte quelle sentinelle, quei fossi, quelle porte murate, quelle finestre a botola, quell'apparato lugubre di carcere, quando, spalancata la porta della sua stanza oscura e triste, me lo vidi correre incontro con le braccia aperte, piangendo come un fanciullo, invecchiato, smagrito, barcollante, sfigurato da due mesi d'angoscia e di delirio, e pure raggiante per un momento dalla contentezza di rivedermi, oh allora sì, allora l'amai, allora gli gettai le braccia al collo con uno slancio d'amore infinito, lo benedissi cento volte, gli domandai perdono dei miei torti, giurai di sacrificare tutta la mia vita a lui, di non aver più sentimento, più pensiero, più respiro che per lui, di non staccarmi dal suo fianco mai più, di essere sua sposa, sua sorella, sua figliuola, sua schiava, e gli abbracciai le ginocchia e gli copersi le mani scarne di baci, singhiozzando da morire. Povero marito mio! Povero mio vecchio re, mio grande Amedeo infelice! Non aveva più che me al mondo, non gli rimaneva più del suo immenso passato che il mio povero amore! Abbandonava la testa tremante sopra il mio seno come sul seno d'una madre, e voleva ch'io lo coprissi con le mie mani come per proteggerlo. Dio m'ha letto nel cuore: io mi sarei trascinata in terra fino ai piedi del trono, per ottenergli un sollievo! Avrei dato la mia carne a brani per riavere un anno di gioventù e di bellezza! Ma egli m'amava ancora così com'ero, e s'impietosiva per me, dicendosi cagione di tutti i miei dolori, e domandandomi perdono; e allora piangevamo e pregavamo insieme, guardando pei vani dell'inferriata il bel cielo del nostro Piemonte.... E in quei momenti, almeno, non eravamo infelici!

— Fece molti bei regali al monastero, — continuava a dire la superiora, sempre con la stessa dolcezza; — regalò quasi tutti gli oggetti che aveva portati con sè: un bacino e una brocca d'argento, un inginocchiatoio, una tavola d'ardesia nera, che era appartenuta a sua maestà Vittorio Amedeo. Diede alla cappella maggiore una bellissima lampada d'argento, tutta cesellata. Istituì una messa settimanale da celebrarsi nella nostra chiesa il venerdì....

— No, non furono quelli i giorni più tristi. — ricominciò la marchesa; io li rimpiansi, poi. Ci rimaneva ben altro a soffrire, a tutti due. Oh quegli ultimi mesi infelicissimi di Moncalieri! A questo supplizio ero riserbata, di vederlo morire lentamente, perdendo la ragione, ricadendo nell'infanzia. Che orrende sere, quando egli si trastullava a tavolino a giochi di ragazzo, ridendo e cantando, ed io lo stavo a guardare, da un angolo della stanza, per ore ed ore, soffocando i singhiozzi nel fazzoletto, temendo io pure, a poco a poco, di smarrire la ragione! Che ore, che giornate passai alle finestre della mia stanza, a guardare per i vetri i fossi e le palizzate del castello, e quelle pioggie interminabili, sola, smemorata, aspettando che i cappuccini l'avessero placato, e ch'egli mi riammettesse alla sua presenza! Poichè era destino che le mie angoscie crescessero fino all'ultimo giorno, che egli dovesse a grado a grado prendermi in ira, e poi in odio, chiamarmi la cagione di tutte le sue sventure, scacciarmi, coprirmi d'insulti, cercare nella sua mente vaneggiante le parole più crudeli per passarmi l'anima, farmi morire di vergogna in presenza dei servi, e.... sì, Dio mio! percuotermi, stamparmi l'impronta della sua mano sul viso, chiamandomi col più infame nome che si possa gittare in faccia a una donna! Invano io gli afferravo le mani, e lo supplicavo, ricordandogli i nostri bei giorni, quando m'aveva vista fanciulla, e quando m'aveva riamata dopo trent'anni, e le nostre dolci sere del Valentino, e il mio ritorno a Rivoli, quando mi piangeva sul seno come a una madre! Tutto era invano! Egli non voleva ricordare, s'esasperava, mi respingeva, alzava il pugno sopra il mio capo! No, nulla di più orrendo ha mai sofferto una creatura umana. Tutti i dolori passati eran nulla in confronto alla vista di quel volto di moribondo, di quell'occhio insensato e terribile che mi fissava, mentre la lingua paralitica si sforzava e non riusciva a proferir l'ingiuria sanguinosa che esprimeva lo sguardo! Dio mio! Dio mio! Quelle notti eterne, quelle furie di pazzo, quei lamenti di bambino, quei balocchi sparsi, quei carcerieri, quei frati, quell'aria di morte che spirava da ogni parte.... Nemmeno il conforto di vegliare il suo cadavere mi fu concesso. Appena spirò, fui strappata dal suo letto. Ero pure la sua vedova, l'avevo pure assistito per due anni, me l'ero guadagnato il diritto di restare accanto al suo letto di morte! No.... io profanavo quella camera, ero un'intrusa. Dovevo andar fuori, a piangere. Fui spinta fuori. Mi voltai ancora una volta a dare l'ultimo addio a quel povero corpo.... Poi mi parve di ritrovarmi sola in mezzo a un immenso deserto oscuro, oppressa da una stanchezza infinita.... Ma non mi lasciaron riposare lungo tempo, no.... L'ordine del re non si fece attendere.... Oh! quella tomba aperta non aveva disposto alcuno alla pietà.... Alla prima parola compresi e caddi in ginocchio.... Era il chiostro per la vita.