— Fu meraviglioso, veramente, un miracolo del Signore, — continuava la superiora a bassa voce, — che ella abbia fatto un così grande cambiamento di stato e di vita, senza dar segno di soffrire, o di fare un sacrifizio. Qui si aspettavano tutti che sarebbe stata per molto tempo inquieta e triste, che avrebbe dovuto per molto tempo lottare e pregare prima di ottenere la pace dell'anima, dopo tanti grandi casi e infortuni che la conducevano dalla reggia in un monastero. E così non fu. Essa venne qui come già preparata in cuor suo alla nuova vita, e si mostrò fin dai primi giorni rassegnata e tranquilla....
— Quelli che parlaron di rassegnazione, allora! — ripigliò la marchesa con un sorriso amaro. — Rassegnazione! La tortura, l'inferno fu, nei primi tempi. Il mio cuore faceva sangue per cento ferite.... Dei miei figliuoli avrei avuto bisogno! E mi segregaron dal mondo. Sì, io ci speravo nella rassegnazione. Ma non credevo che avrebbe tanto tardato a giungere. Io non so. Una cosa strana, impreveduta, seguì dentro di me, quando mi trovai reclusa, scemata appena la grande angoscia di Moncalieri. La mia immaginazione, sovreccitata dalla solitudine, passava sopra alle ultime sventure, e ai due anni di Chambéry, e mi riportava sempre, mio malgrado, ai più begli anni della mia vita, alle più dolci ebbrezze della mia ambizione, e quasi me ne ravvivava il senso, e mi faceva sognare a occhi aperti, e mi tormentava, e mi metteva la febbre. Io non capivo il perchè. Era una pazzia. Ne ero impaurita. Mi ritrovavo in mezzo alle feste della Corte, disgraziata! rivivevo nei grandi castelli e nei parchi, rivedevo i tornei, le cavalcate, le cacce, mille visi, mille larve d'oro, che mi facevan guardare, toccare le pareti della mia cella con un profondo stupore, a cui seguiva uno sgomento mortale. E una forza nuova si ridestava in me, il grido ostinato di una gioventù che non voleva morire, un ritorno impetuoso dell'antico orgoglio, un'eco, un nuovo soffio inaspettato di tutte le passioni che io aveva creduto morte per sempre. Volevo dimenticare, pregare, assopirmi nella mia tristezza, annichilirmi fra queste quattro mura dove mi avevano calata come una morta; e sognavo, invece, vivevo potentemente, e soffrivo con tutto il vigore d'una donna provata per la prima volta dalla sventura. Quello stesso silenzio del chiostro, quegli anditi bianchi, quelle vesti nere, quei visi color di cera, quella quiete inalterata delle sorelle, quel mormorìo soave delle orazioni, mi sollevavano delle tempeste nel sangue. Tutte le mie ferite si esacerbavano. Un odio mortale mi crescea nell'anima contro i miei nemici. Perchè m'avevano sepolta? Che cosa avevano a temere da me, povera donna? Non erano paghi di avere ucciso il re? Volevano far impazzire e morir me pure, e godere della mia disperazione e della mia agonia? Non ci potevo credere. Non può durare, pensavo, mi libereranno, mi lasceranno andare con i miei figli! Guardavo dalla finestra quei monti e quelle campagne dove aveva combattuto Vittorio Amedeo, e non mi pareva possibile di dover morir torturata in cospetto di quei luoghi! Mi pareva ch'egli dovesse sentirmi piangere e accorrere a liberarmi, e lo chiamavo dentro al mio cuore; avrei gridato il suo nome, se avessi osato; speravo, l'aspettavo qualche volta, come un'insensata; baciavo i suoi ricordi, mi stringevo al seno tutte le cose che serbavo ancora della mia vita passata, singhiozzando delle notti intere, e poi degl'impeti di furore mi travolgevano il sangue e la ragione, e soffocavo gli urli contro i guanciali, augurando che sprofondassero il monastero e la reggia, e che si richiudesse la terra sopra la mia testa. E poi ricominciavo a piangere e ad adorare il passato!
— Molto anche giovò a mantenerla serena, — continuò la superiora, — un'altra parente ch'ella trovò qui, una cugina, la marchesa Bianca di San Germano, che era rimasta vedova a vent'anni, essendo dama d'onore di sua maestà la regina Polissena, e che aveva preso il velo per fuggire ai pericoli del mondo. Era una creatura tutta soavità e amor di Dio, e la marchesa prese ad amarla come una figliuola....
— Ma nessuno mi lesse nell'anima, — riprese a dire la marchesa; — la vedova di Vittorio Amedeo non mancò alla dignità del suo nome; con uno sforzo supremo dell'orgoglio io tenni nascosti i miei avvilimenti e le mie angosce. Nessuna di quelle buone suore, che mi guardavan nei primi giorni con un sentimento quasi di pietà inquieta e di aspettazione paurosa, nessuna vide mai sul mio viso un'ombra di rammarico o di sgomento. Io sarei morta di crepacuore senza tradirmi. Dio m'aveva dato una forza immensa di soffrire. E poi.... i mesi succedettero ai mesi, gli anni agli anni.... Il mio cuore si quetò, il mio spirito si staccò a poco a poco dal mondo. Mi parve che intorno a me si facesse un grande silenzio. Centinaia e migliaia di quei giorni sempre eguali, interrotti sempre a quell'ore dal suono della tabella, dal bisbiglio delle preghiere e dal campanello del parlatorio, mi si confondono ora alla memoria in un solo giorno interminabile, d'una luce pallida, durante il quale non sono ben certa d'aver vissuto o sognato. Molte e molte suore passarono, che rivedo in confuso: dei visi ridenti, dei visi desolati, dei visi di sante e di martiri, delle vecchie e delle giovinette, e mi ricordo vagamente di lunghe agonie, di morti improvvise e strane, e di via vai notturni di monache, fra cui riconoscevo il passo del confessore. Lentamente, d'anno in anno, il mio cuore si ravvicinava a Dio. La vista di tutte quelle povere creature che vivevano e morivano santamente, con una serenità sovrumana, e quella preghiera continua, infaticabile, eterna, che mi sonava d'intorno e ravviava, rialzava perpetuamente i miei pensieri verso il cielo, finirono con aprirmi l'anima alle consolazioni e alle gioie d'una fede che non avevo mai conosciuta. Cominciai a pregare col cuore, e a sentir cadere sulle mie mani giunte delle lagrime che mi facevan del bene. Il mondo in cui ero vissuta non m'appariva più che come una terra lontanissima, dalla quale m'allontanavo senza posa, inoltrandomi in un mare immenso e immobile. Il mio passato e il mio presente diventarono come due esistenze distinte nella mia mente. Mi pareva d'esser passata da un mondo ad un altro. Non ero neanche ben certa, alle volte, che quel passato splendido e doloroso fosse veramente mio e non d'un'altra donna ch'io avessi conosciuta intimamente. Guardavo il mio ritratto con maraviglia, toccavo la mia tavola d'ardesia nera come per interrogarla, non mi pareva vero, vedendo della gente di fuori che si fermava a guardare le mie finestre, mi pareva una cosa strana d'esser io l'oggetto della loro curiosità, d'esser io quella marchesa di Spigno di cui parlavano. Un solo affetto mi legava ancora al mondo: i miei figli. Quetate le tempeste che l'avevan sopraffatto per pochi anni, quell'affetto mi si era ridestato nel cuore più forte, più dolce ch'io non l'avessi mai sentito. Essi m'avevano sempre amata, essi dovevano aver sofferto, avrebbero avuto dei nemici per cagion mia. Io dovevo espiare anche questa colpa, ricompensarli con tanto amore di quei dolori. E li amai allora, dal fondo della mia solitudine; li richiamai intorno a me, li accarezzai con infinito amore nel mio pensiero; li chiamavo a bassa voce, mille volte, per sentire il suono dei loro nomi, e me li scrivevo e li baciavo nella mia cella, di notte, e pregavo per loro, benedicendoli, e piangendo in silenzio, con la speranza che un giorno avrebbero perdonata e compianta la loro povera madre, e onorata la sua memoria infelice....
— Passava molte ore sola nelle sue stanze, — diceva in quel momento la superiora, — e occupava il tempo a cucire e a filare: il monastero conservò per molti anni due pezze di tela ch'essa aveva filate e regalate alla superiora. All'occorrenza, aiutava di propria mano la guardaroba, la sacrestana, e l'archivista, rendeva dei servizi alla scuola e alla infermiera, e aveva un angolo per sè nel giardino, dove coltivava dei fiori per l'altare della cappella maggiore....
— Poi, un grande avvenimento scosse la mia vita, — disse la marchesa, avvivandosi. — Ero nel convento da quindici anni. Ero settantenne, quasi. Durava la guerra con la Francia da un pezzo. Io stavo in pensieri per il mio Paolo, il mio primo nato, che comandava il primo battaglione delle guardie. Aveva trentasette anni, allora, era tenente colonnello; era sempre stato affezionato a me più degli altri; pensieroso, dolce come un fanciullo; l'anima più onesta, più gentile che abbia mai sognato una madre, aspettando il suo primo figliuolo. Non lo vedevo da molti anni. Ma sapevo che mi ricordava con amore e che non parlava di me senza lacrime. Ed ecco che all'improvviso la guerra irrompe dalla riviera sulle Alpi. L'invasione francese è imminente. I soldati piemontesi accorrono da ogni parte. Pinerolo è in rumore. Passano le milizie provinciali, passano i battaglioni austriaci, passa il primo battaglione del reggimento delle guardie. Le guardie! I soldati che comandava il mio figliuolo. Ne fui avvertita. Li vidi passare dalla finestra per la via della val di Perosa, con le loro belle divise vermiglie. Paolo non potè salire a vedermi. Ma io lo riconobbi, mi parve di riconoscerlo di lontano in mezzo a un gruppo di cavalieri: egli s'era voltato di certo a guardare il monastero dove la sua povera mamma stava rinchiusa da quindici anni. Dio mio! Andava a battersi! Avevano fortificato l'Assietta. Io sapevo bene che le guardie avevan diritto al posto d'onore sul campo di battaglia, che i più gravi pericoli gli avrebbero affrontati loro, che le forze della Francia eran formidabili, e che il mio figliuolo sarebbe stato il primo tra i più temerari. Il mio figliuolo! Se me l'avessero ucciso! La mia povera testa si perdeva. Avevo un triste presentimento. Passai dei giorni con l'anima sconvolta. Le sorelle mi confortavano, pregavano per lui e per me. Le ore erano eterne. Una mattina, tutt'a un tratto, sentii un colpo sordo, lontanissimo: non capii subito; ne sentii un altro.... e caddi fra le braccia di mia sorella e di Bianca di San Germano. Erano i cannoni francesi. Si battevano all'Assietta. Ci mettemmo a pregare. Io non connettevo più, non sentivo più nulla. Mi parve che passasse un tempo sterminato. Non arrivavano notizie. Venne la notte. A mezza la notte fummo riscosse da un grande rumore della città. Era la notizia della vittoria! Il conte di Panissera aveva attraversato Pinerolo come un fulmine, per portar la notizia e un fascio di bandiere francesi a Carlo Emanuele. Ma il mio figliuolo? Che cos'era avvenuto di lui? Era ferito! Era morto forse! Non si sapeva nulla! Io morivo d'affanno, di impazienza, di terrore, volevo fuggire, correre verso i monti, a cercarlo, a domandare. Ah! finalmente, la grande notizia venne: È vivo! — Gittai un grido, caddi in ginocchio, ringraziai Iddio. Oh! io non conoscevo ancora tutta la grandezza della sua grazia. D'ora in ora sopraggiunsero le altre notizie. — Il conte di San Sebastiano ha respinto tutti gli assalti della principale colonna nemica. — Il conte di San Sebastiano ha salvato la giornata, rifiutando tre volte di obbedire al conte di Bricherasio, comandante supremo, che gli ordinava di abbandonar la tenaglia e di correre in soccorso al Serin. — E poi una voce generale, crescente, la notizia che arrivava da cento parti, ripetuta, ripercossa da mille echi, dal Piemonte, dall'Italia, dalla Francia, dall'Europa intera: — La gloria della vittoria è del San Sebastiano; lui il generale, l'anima della difesa, davanti a cui morirono il generale Delisle e il maresciallo Arnault; lui che vide e comprese tutto, e trionfò con un atto temerario d'inobbedienza in cui sapeva di giocar la vita e l'onore; lui l'eroe dell'Assietta, il vincitore della grande battaglia, il salvatore del Piemonte! — La gioia mi soffocò, mi ottenebrò la ragione. Oh! vederlo! abbracciarlo! poterlo benedire! sentirmi chiamar madre un momento, vederlo soltanto passare, poter sventolare il fazzoletto dalla finestra, e ricevere un suo sorriso e un suo saluto! Ed ecco, una mattina, accorre la superiora: indovinai; volai nel parlatorio; era lui. Dio grande! il mio Paolo! il figliuol mio! il sangue mio! la gloria mia! lui, bello, splendido, buono, che strinse la mia povera testa contro la sua divisa, senza poter parlare, ansando dalla pietà e dalla gioia, e mi baciò in fronte, e mi chiamò: Maman! — come quand'era bambino, e mi carezzò i capelli. Oh, grazie in eterno, Dio pietoso, di quella gioia celeste, delle sante parole che mi faceste dire da mio figlio! Io non ero degna d'un così grande premio! M'avete dato assai più che non avessi mai sognato! Non avevo sognato che un trono!
— Essa conservò fino all'età più avanzata tutta la sua intelligenza, — continuò la superiora. — Nelle memorie del monastero non è fatto cenno d'alcuna malattia grave che abbia sofferto prima degli ottant'anni. Pare che essendo già più che ottuagenaria, si recasse ancora da sè al refettorio, e intervenisse alle funzioni religiose, ed anche alle ricreazioni delle monache, com'era stato sempre suo costume. Pareva che non dovesse mai più morire. Soltanto le monache più vecchie si ricordavano di quando era venuta. Le novizie si facevano raccontare la sua vita come una storia di miracoli....
— Per molti anni, — ricominciò la marchesa, — io vissi di quella gioia. Il mio cuore trionfava. Nessuna vendetta più sfolgorante di quella mi era mai passata per il pensiero, nei delirii del mio orgoglio straziato. Carlo Emanuele m'aveva gettata in una carcere infame e condannata al chiostro perpetuo, e mio figlio gli salvava gli Stati con la più grande vittoria del secolo! Quella gloria del mio sangue rialzava il mio nome in faccia al mondo, mi vendicava di mille calunnie, richiamava la pietà del mio paese sul mio destino, apriva, rischiarava l'avvenire a' miei figliuoli, mutava il mondo a' miei occhi. Il mio Paolo! Il mio figliuolo! Egli fu d'allora il mio idolo, il pensiero e il conforto mio di tutti i momenti, il sogno luminoso d'ogni mia notte. Continuamente, senza posa, con un sentimento sempre nuovo di curiosità amorosa e di tenerezza, riandavo la sua vita fin dalla culla, i suoi giochi di bimbo, laggiù nei giardini di Cumiana, la sua allegrezza per il primo cavallo, e poi, con che nobiltà d'animo aveva sostenuto il nostro cambiamento di fortuna, e la prima volta che m'era comparso davanti con la divisa di alfiere delle guardie, sorridendomi con quel suo buon sorriso affettuoso e un po' triste. Tutto il paese era pieno del suo nome, e lo splendore della sua gloria giungeva per mille vie fino alla mia solitudine. Il convento m'era diventato caro, dopo che ci avevo ricevuto la notizia della sua vittoria, dopo che ce l'avevo visto lui trionfante e felice, con le braccia aperte verso sua madre! Fu senza dubbio quella gioia che m'infuse nelle vene come una seconda gioventù, e che mi fece vivere ancora ventidue anni.... Eppure mi pigliava una grande tristezza, qualche volta, di non poterlo vedere, di viver sempre così lontana da lui. Come avrei dato volentieri quasi tutti gli anni che mi restavano a vivere, per stargli un po' di tempo vicina, per abitare almeno nella città dov'egli abitava! Mi sarei contentata di vivere a Torino in una cameretta povera e oscura, di patire il freddo, d'essere sempre malata, pur di vederlo passare qualche volta a cavallo, alla testa del suo reggimento, e di sentire il mormorio d'ammirazione della folla, e delle donne gentili e dei giovanetti dire a bassa voce: È il conte di San Sebastiano, il figliuolo della marchesa di Spigno. — Questi desiderii mi soverchiavano il cuore, qualche volta, e mi mettevan delle malinconie, delle follìe di fanciulla, vecchia com'ero: l'idea di fuggire a Torino, di andarmi a avviticchiare alle sue ginocchia, come una disperata, che nessuna forza mi potesse più strappare da lui.... e piangevo, tutta sola, col viso nelle mani, e desideravo di morire. Ma poi le tristezze passavano. Una sua lettera, un saluto di lui che mi arrivasse, mi ridava coraggio, mi rifaceva serena e contenta. E allora pregavo per lui, di notte, guardando dalla finestra della cella le Alpi ch'egli aveva difese; e poi guardavo verso Superga, dov'era sepolto il mio Amedeo, e pensavo ch'egli l'avrebbe amato, che doveva amarlo dal cielo il mio Paolo, lui, valoroso, che aveva onorato sempre i valorosi; e che per amor del mio figliuolo avrebbe rivolto un pensiero pietoso anche a me, alla sua povera compagna di sventura, alla sua fida amica degli ultimi anni, che pure gli aveva dato qualche dolcezza e qualche conforto sopra la terra.... E così vissi molti anni, lenti, tranquilli, uniformi, allietati dalla speranza d'una fine egualmente tranquilla. Povera speranza! Un nuovo dolore, il più tremendo di quanti n'avessi sofferti in ottantasette anni, mi stava sospeso sul capo!
— Nel gennaio del 1766, — continuò la superiora, — fece testamento. Provvide ai suoi figliuoli, legò duemila lire alla sorella Radegonda e alla nipote Teresa Innocente, e lasciò parecchi ricordi al monastero. Aggiunse poi al testamento un codicillo, pochi mesi prima di morire, il quale fu ricevuto da un regio notaio di Pinerolo, Pier Francesco Raimondi, rammentato nelle carte del monastero; in presenza di due medici e di due religiosi, frà Maria Lugo minore conventuale e frà Giusto da Susa Guardiano Cappuccino....
— A poco a poco, — ripigliò la marchesa, con voce tremola, — m'accorsi che s'andava facendo un cangiamento nel mio figliuolo. Le sue lettere diventavano tristi. Lasciò il suo reggimento delle guardie, che amava tanto, e andò colonnello d'un reggimento provinciale; si mise come in un canto, spontaneamente, senza dire il perchè. Qualche voce confusa mi arrivò all'orecchio, però: nimicizie di Corte, una guerra sorda, perchè era il figlio della marchesa di Spigno. Quella notizia mi passò l'anima! Io dovevo dunque essergli fatale, non c'era pietà, il mio nome era una maledizione, mi esecravano ancora laggiù, e non potendo più infierire contro un'ottuagenaria sepolta viva, mi ferivano, m'uccidevano nel mio figliuolo, in quel figliuolo! Questo mi toccava ancora di vedere, prima di chiudere gli occhi! Egli tacque per un pezzo. Poi negò. Non era vero. Non ci dovevo credere. Mi supplicava di non crederci e di vivere serena. Ma io lo conoscevo. Egli era buono come un angelo. Sarebbe morto di angoscia, piuttosto che darmi quella pugnalata al cuore di dire: — Sì! è vero! Io sono odiato e perseguitato, io sono infelice per cagion tua! — Oh io capivo bene ogni cosa dal fondo del mio convento. Conoscevo la Corte. Era troppo duro il dover una grande vittoria e la salvezza del proprio Stato al figliuolo della reclusa di Ceva, di quella marchesa di Spigno che s'era fatta strascinar seminuda dai soldati per le stanze del Castello di Moncalieri, come una ladra di strada. La gloria di quel colonnello delle guardie era un rimprovero amaro, una vendetta del re morto e della vedova moribonda, un castigo, un scherno del destino, che risvegliava dei rimorsi e delle vergogne. Oh! io capii, capii tutto. Non lo perseguitavano, no; lo torturavano lentamente, facendo il silenzio intorno alla sua gloria, mostrando di non vederla e d'ignorarla, dandola ad altri, levandogli l'aria da respirare. Dopo un po' di tempo non si parlava più di lui. Egli vedeva spegnersi a poco a poco la luce del suo nome e rifarsi l'oscurità sul suo capo. Povero Paolo! Era un'anima gentile: l'ingratitudine lo uccideva. Era altiero: non si ribellava; ma sanguinava di dentro. Per non affliggermi, non potendo più dissimulare, non mi scriveva più. Io udivo dire che viveva solitario e malinconico. Poi seppi che la sua salute se n'andava. Caddi in una profonda tristezza. Passò molto tempo. Avevo ottantasette anni, non mi reggevo più che a stento. Un giorno che m'aveva dato notizie migliori di lui, mentre stavo piangendo di consolazione e ringraziando Iddio, suor Radegonda venne a chiamarmi. Titubava. Capii che c'era mio figlio. Mi mancaron le ginocchia; mi sostenne. Corsi quasi fino al parlatorio, appoggiandomi ai muri, trattenendo un grido di gioia.... Lo vidi, e gettai un grido di dolore! Non era più mio figlio! Incanutito, consunto, smorto, con quell'impronta che lascian nel viso i grandi dolori dissimulati; anche la sua voce era mutata, e le sue braccia non avevano quasi più la forza di stringermi! Solo il suo cuore era sempre lo stesso. Io diedi in uno scoppio di pianto. — Oh figliuol mio! Paolo mio! È dunque tutto vero! E per cagion mia! È dunque la tua povera madre che t'uccide! — Ma egli buono e pietoso negò ancora: non stava bene, sarebbe guarito, avrebbe lasciato l'esercito, sarebbe venuto a stare a Pinerolo, per vedermi tutti i giorni. E accomiatandosi, mi stringeva il capo fra le mani e mi premeva la bocca sulla fronte. E io quasi tornavo a sperare; ma nel dirmi addio gli sfuggì un singhiozzo. — Paolo! gridai allora disperatamente, inseguendolo; non ti vedrò più? Mai più? Senti! Fermati! Perdonami! perdonami! perdonami!... — Era già lontano. Non mi ricordo più. Mi portaron nelle mie stanze. Da quel giorno in poi vissi come smemorata. Alla vecchiaia era succeduta in poche ore la decrepitezza. La notizia della morte di mio figlio, avvenuta nel dicembre di quell'anno, cadde nella mia cella come in una tomba. Non piansi più, non mi lagnai più. Il mio cuore era spezzato. La mia vita era finita.