— Prima di morire, — continuò la superiora, — sofferse una malattia lunga e dolorosa. Le monache furon chiamate molte volte in furia al suo letto, che parea che morisse. Ma la sua forza di resistenza al male era ancora grande. Soffriva con rassegnazione, parlava della morte con coraggio. Diceva che voleva esser sepolta nel convento in mezzo alle suore, senza pompa, come una di loro. Nei vaneggiamenti chiamava per nome i suoi figliuoli, particolarmente il primo, il conte Paolo di San Sebastiano, e teneva stretto le mani alle monache che l'assistevano, dicendo parole dolcissime....
— La mia vita era finita, — riprese la marchesa con voce stanca. — I tre anni che durai ancora dopo quel giorno, non furono che una morte lenta. Non ho più che una reminiscenza oscura di quel tempo; intorno a me non si movevan più che delle ombre, e le voci che mi parlavano mi parevan di gente molto lontana. Era una mattina di primavera.... Sentii che doveva esser l'ultima. Da molto tempo soffrivo atrocemente, e desideravo di morire. Feci girare il mio piccolo letto verso la finestra per vedere ancora una volta quelle belle montagne, dove il mio povero Paolo aveva combattuto. Le monache mi stavano intorno in ginocchio. Perdonai a tutti, domandai perdono a tutti. Sentii che piangevano. Bianca di San Germano mi baciò. Resi l'anima a Dio. Così finì la marchesa di Spigno. Ecco la mia vita. Un peccato d'orgoglio, pochi giorni d'ebbrezza e quarant'anni d'espiazione, cominciati e finiti con due tremendi dolori.... Scrivete ora, signore, e siate giusto e umano. Fate che chi passa sotto queste mura non dica più, sorridendo: — Qui morì la bella di Vittorio Amedeo, la regina fallita. — Oh non sorrida, per rispetto al mio figliuolo! Fate che si dica d'ora innanzi: Qui morì la madre del vincitore dell'Assietta. Non domando altra indulgenza al mondo, e non la domando per me. Sia benedetto chi l'avrà. Ne esulterà l'anima del mio Paolo. Addio.
— Morì la mattina dell'undici di aprile, — mormorò la superiora, terminando; — l'anno 1769, il giorno anniversario della sua nascita, nel quale compiva novant'anni. Il cadavere fu vestito degli abiti monacali ed esposto, secondo l'uso, sopra un catafalco, nel mezzo della nostra chiesa. Poi fu calata nei sotterranei del monastero. Non c'è pietra che indichi dove sia; il nome non è iscritto da alcuna parte. Tale fu l'ultima volontà della morente. Ma la sua memoria è sempre nel nostro pensiero e nel nostro cuore. Sia pace all'anima sua.
Seguì un profondo silenzio. La superiora non aveva più nulla a dire. La signorina riprese il suo ritratto e lo fece ripassare dall'altra parte della ruota, dove una mano invisibile lo raccolse. Le due monache fecero un saluto del capo, e sparirono, come due larve. E noi uscimmo in silenzio. In quel breve tempo la marchesa di Spigno s'era interamente trasformata nella mia mente. Fino allora, la prima immagine che mi aveva sempre destato il suo nome, era quella di una signora vezzosa e superba, che passava per la sala d'una reggia, in mezzo a due ali di dame, sfolgorando di gioia. Dopo d'allora non vedo più che una vecchia novantenne, che attraversa, brancolando, i corridoi tristi d'un chiostro, fulminata dal dolore. E perchè la stessa trasformazione, che è l'effetto d'un cambiamento di giudizio storico, s'operi in qualchedun altro, ho scritto queste pagine.
Le dedico alla nobile, gloriosa, benedetta memoria del tenente-colonnello delle guardie, conte Paolo Federico di San Sebastiano.
LA ROCCA DI CAVOUR
La campagna era velata da una nebbia leggiera, in cui erravano dei grandi nuvoli di fumo, sollevati da mucchi accesi di gramigna. Il sole, appena uscito, pareva che avesse una mezza idea di tornare in casa, e andava tentando l'aria con dei raggi pallidi, che ritirava subito indietro, come tentacoli scottati dal freddo. L'aria mordeva in fatti: i pochi viaggiatori seduti nei carrozzoni del tranvai a vapore avevano il becco rosso, e i miei due compagni non finivano più di fregarsi le mani, come se partendo da Pinerolo avessero ricevuto un sacco di buone notizie. Uno era un grosso proprietario, una specie di borghese campagnuolo, appassionato per l'agricoltura, per quella pratica, come diceva lui, non per quella dei professori: una faccia paciona di cinquant'anni, atteggiata a un perpetuo sorriso canzonatorio; l'altro, un ex professore ginnasiale, grande amatore di storia patria, e parlatore compassato e forbito, che s'era offerto gentilmente di farmi da guida storica. Eran gli ultimi giorni d'ottobre, quando la campagna piemontese spiega in tutta la loro bellezza i colori pomposi e tristi dell'autunno. Il treno correva in mezzo a vigneti color di porpora, a macchie di pioppi e di roveri svariati di giallo e di vermiglio, a boschi d'oro, a lunghe file di gelsi color di zolfo e di terra di ocra, macchiate qua e là dalle chiome ancora verdi di qualche albero ostinato a non invecchiare; e di là dagli alberi, fuggivano dalle due parti della via i prati vaporosi e i campi lavorati, nei quali spuntava il grano, come una barbetta rada e fine d'adolescente. La campagna era solitaria; solo qualche villanella bionda, appoggiata al rastrello, alzava gli occhi verso il treno con quell'espressione.... con nessuna espressione. La gente faceva ancora il sonnellino di giunta della mattina, aspettando a svegliarsi del tutto che il sole desse il buon esempio, e i villaggi per cui passavamo, cominciavano appena a schiuder gli occhi e a stirare le braccia. Vedemmo però in un vicolo d'una borgata, passando, una comitiva nuziale di contadini, che aspettavan davanti a una porta: una sposa rossa, con grandi nastri bianchi sulla cuffia, le comari in pompa magna, gli uomini vestiti di nero, tutti immobili impalati, ma con gli occhi accesi dal dolce pensiero della scorpacciata e della sbornia. Siano felici senza moltiplicarsi! A tutte le fermate salivan delle contadine con dei grandi cesti pieni d'ova e di polli; in poco tempo ci fu tanta roba da sfamare una compagnia di soldati alpini. Andavan tutti al mercato di Cavour, che è dei più grossi del circondario; e si capiva dai visi immobili, e dal modo come si fissavano gli uni con gli altri senza guardarsi, ch'eran tutti occupati a sommare, a sottrarre e a dividere i quattrini che speravan di guadagnare: alcuni ragionavan tra sè movendo le labbra, altri facevano il conto con le dita, senza alzar la mano dal ginocchio, per non farsi scorgere. Nessuno discorreva. Si sentiva un odore acuto di cacio pecorino e di tartufi bianchi. Mi pareva di trovarmi in un treno speciale di Francesco Cirio, mandato sotto la mia alta direzione a portar le provviste del banchetto a una festa inaugurativa.
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Scendemmo all'entrata di Cavour, in pieno mercato d'animali neri, o canarini da ghiande, come si chiamano con gentile metafora in dialetto piemontese. La borgata, che conta circa ottomila abitanti, è tutta fabbricata sul piano, ai piedi della rocca famosa, alla quale deve la sua gloria e le sue sventure. Come tutti i piccini a cui manca l'occasione di paragonarsi, quella rocca ha l'aria di credersi una gran cosa; e in fatti, vista di là sotto, benchè non sia alta più di due volte il campanile di Giotto, e se ne possa fare il giro in mezz'ora, presenta l'apparenza d'una montagna, certe forme larghe e maestose di gigantessa alpina; e pare anche più grande all'occhio per effetto del mantello denso di vegetazione che le avvolge le spalle e i fianchi rocciosi. A primo aspetto, fa colpo, non c'è che dire. Chi capitasse là senza sapere, la crederebbe un monte artificiale, innalzato dal capriccio mostruoso d'un tiranno antico; una specie di colossale osservatorio guerresco, fabbricato per tener d'occhio tutti i feudatarii della pianura, dalle rive del Po alle rive del Sangone. Si capisce come sia stata sempre oggetto di meraviglia, cominciando da Plinio, che scrisse di non aver mai visto montem a montibus separatum nisi montem Caburri, e venendo fino a Carlo Denina, il quale la credette un masso precipitato dalle Alpi, e ad altri che la ritennero uscita tutta sola fuor dalle viscere della terra, quasi all'improvviso, come la testa d'un titano sepolto, curioso di vedere coi suoi occhi come andassero le faccende di Casa Savoia. La sua origine, con tutto questo, non ha nulla di meraviglioso: è l'estrema punta, o come suol dirsi, l'ultimo sperone del contrafforte alpino il quale scende dal monte Granero a dividere la valle del Po da quella del Pellice; sperone il quale si innalza in modo notevole rispetto alla giogaia di cui è termine (il che si vede di frequente), con questo di singolare peraltro: che appare isolato perchè la catena di rocce che lo riunisce al contrafforte delle Alpi è tutta coperta e perfettamente nascosta dai materiali d'alluvione che vi si sono accumulati in tempi antichi. Non è dunque un'avanguardia solitaria, una sentinella perduta dell'immenso esercito alpino; ma la testa d'una colonna non interrotta che fa la sua strada sotto terra. È un peccato. Sarebbe certamente più poetica se fosse ruzzolata giù dal Monviso come il masso della similitudine manzoniana, tanto più che i Cavorresi potrebbero vivere sicuri di non vederla mai riportare in alto da una virtude amica. Ma pure senza la origine meravigliosa, questo enorme blocco di gneiss (celebre fra i naturalisti per i bellissimi cristalli di quarzo affumicato che si ritrovarono nelle crepe delle sue rocce) è una fortuna per il paese: è il suo monumento storico e la sua bellezza, gli fa ombra e fresco d'estate, e lo ripara dai venti australi, e serve di rifugio agli innamorati e di belvedere agli artisti, e frutta di tanto in tanto il desinare d'un mineralista o d'un geologo al Persico reale o alla Posta. (Domandare il fritto di trote.)
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