La borgata somiglia a tutte le altre borgate del Piemonte: pulita, di colori allegri, nessun monumento, molte osterie. Percorrendo la strada principale riuscimmo nella piazza del mercato. C'era pieno zeppo di gente: delle file di contadine venute da tutti i dintorni, e una doppia processione di uomini e di donne della campagna, pigiati come all'uscita d'una chiesa: per tutto ceste d'ova e di polli, panierone colme di burro, mazzi di capponi alla mano, gabbioni pieni di galline, d'oche, di tacchini, di conigli: una profusione di roba grassa, cicciuta, soda, fresca e sana, ch'era un gusto a vedere. La prima cosa che mi diede nell'occhio furon le polpe colossali di certi preti che passavan tra la folla: delle colonne, Dio li benedica, da disgradarne il Biancone di piazza della Signoria. Poi i cappelli delle contadine, curiosissimi: dei cappelli di paglia gialla, di tesa molto larga, foderati di stoffa di sotto, fasciati di sopra di larghi nastri di seta o di velluto ricascanti fin sulla schiena, coperti d'un velo di tulle nero, frangiati di conterie, ornati di penne, di rose, di mazzi di fiori finti, di catenelle d'ottone, di fermagli della forma di chiavi o di spade: dei veri botteghini da merciaio, con le più bizzarre stonature di colori che si possano immaginare. Molte avevan delle collane dorate a varii giri, dei grossi orecchini da madonna, e dei fazzoletti da collo gialli o scarlatti. C'eran dei bei pezzi di donne e dei bei fusti di ragazze, con dei colori di mela appiola, coi capelli d'un biondo di spiga, serrati sulle forti nuche come nodi di corda; larghe di spalle e di fianchi, tutt'altro che piallate, piantate diritte e salde in terra come pilastri, e così strette le une alle altre, che per passare bisognava strofinarsi alle gonnelle e ai grembiali e si sentivan da tutte le parti delle rotondità resistenti e dei fiati caldi. Era davvero un mercato di contadini piemontesi. Fuor che gli strilli dei merciaiuoli dei baracconi, non si udiva una voce più alta dell'altra: nessun dialogo concitato, nessun gesto impetuoso, nessun viso acceso; una placidità di aspetti straordinaria, le mani quasi immobili, dei sorrisi quieti, un girar lento del capo e degli occhi, un contrattare a parole riposate e sommesse. Mi pareva che tutte quelle donne non fossero mai state agitate da una passione e che dovessero dar l'amore come davan le ova. Eppure.... Ci trattenemmo un poco ad ammirare le bellezze più vistose; ma i nostri sguardi ammirativi, interpretati prosaicamente, non avevano altro effetto che di far alzare le galline verso di noi, in atto d'offerta. Provai però un vero piacere a girare, a sguazzare dentro a quell'abbondanza di tutto, a sentir tutti quei soffi di salute, quell'odor di stoffe da sedici soldi il metro, di capelli lisciati con l'acqua, di latte, di paglia, di piccionaia, di conigliera: mi pareva di purificarmi per un mese di tutti i profumi da parrucchiere, di tutti gli odori acri e misti di cattive salse, di botteghe umide e di teatri sudici, e di libri odiosi e di prove di stampa più odiose, che ero costretto a respirare in città. E non fu così facile levarci di là dentro. Alla uscita della piazza ci trovammo chiusi in mezzo a un gruppo di poderose venditrici di cacio, e ci bisognò fare alle gomitate; poi la cesta di una bella pollaiola mi separò dai compagni; infine non ebbi più che da dividere due maschiotte marmoree che chiudevan la via, e mi ritrovai all'aperto con gli altri, tutto fragrante di latticini e di galliname.
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Eravamo in un'altra piazza; entrammo un momento nella chiesa maggiore, grande e vuota, dove la voce del prete che diceva la messa era coperta da un cinguettìo sonoro d'uccelli che svolazzavano per le navate; e poi ci avviammo per salire sulla rocca. In quella stessa piazza, dov'è ora una bella fontana di pietra, si crede, da certe iscrizioni antiche state scoperte nel paese, che ci fosse un bagno e una piscina, fatti costrurre in un podere proprio, e poi donati ai suoi concittadini, municipiis suis, da una Seconda Asprilla, sacerdotessa d'un tempio consacrato a Drusilla, sorella di Caio Caligola. — Non solo — mi diceva forbitamente il professore; — ma è tra i cultori di studi archeologici fondata opinione che l'antico bagno traesse alimento dalla sorgente medesima, che fornisce l'acqua alla odierna fontana. — Ma qui fu un vero divertimento, perchè il buon proprietario agricolo professava una tale pietà per tutte quelle bale di erudizione antica, e deplorava così sinceramente che persone di buon senso ci sciupassero il loro tempo invece di consacrarsi all'agricoltura “vero fondamento degli Stati„ che gli pigliava mal di stomaco solamente a sentirne discorrere; e guardava il mio professore con una faccia così provocante, fra la finta maraviglia e la corbellatura, che quello ci s'inverdiva dalla stizza, benchè mostrasse di non badarci. Già, mentre stavamo per entrare in chiesa, a sentir dire che Annibale aveva accampato vicino a Cavour l'ala sinistra del suo esercito (il qual fatto, oltre a potersi dimostrare probabile con certi passi di Tito Livio, veniva provato dai molti denti d'elefante che avevan ritrovati in quelle terre), si era soffermato in mezzo alla piazza, guardando fisso l'amico, come si guarda un matto da legare. Ma quando poi sentì aggiungere quella del regalo del bagno, e d'Asprilla, e di Drusilla, non si potè più contenere. — Non creda, sa, — mi disse; — son tutte cose che combinano fra loro i dottoroni. Già Cavour non è mai stato paese di forestieri. — Il professore fece un sorriso di infinito disprezzo, e ripigliò il suo discorso. La cosa era fuor di dubbio. Cavour era stato una colonia romana, e doveva aver avuto una fortezza e un presidio; negli scavi fatti in vari tempi, s'eran trovati cippi, capitelli con l'effigie di Romolo e di Remo, avanzi di acquedotti, statuette di metallo, lumicini, lacrimatoi, monete, medaglie; fra le quali essendo in maggior numero quelle del tempo di Nerone e degli Antonini, c'era luogo di credere che fosse stato sotto questi imperatori il periodo di maggior floridezza dell'antica Caburrum. In seguito le eran toccate le avventure comuni a quasi tutte le città e alle borgate di quella parte del Piemonte: distrutta dai barbari, ridistrutta dai Saraceni, soggetta al contado di Torino al tempo dei Franchi, castellania sotto i marchesi di Susa; poi posseduta dai Conti di Savoia, conquistata dagli Astigiani, caduta in potere dei principi d'Acaja, ceduta ai signori di Racconigi, tornata daccapo alla Casa di Savoia. E mentre ascoltavo questa litania di trattati, di assedi, d'incendi e di miserie, salivamo su per una viottola petrosa, in mezzo a un bosco di piccoli castagni, di querciuole e di marruche, colorite di tutte le sfumature del giallo, dal cadmio allo zafferano, e ancora verdi qua e là, e come brizzolate da una polvere dorata, che un soffio di vento dovesse portar via. Non c'eran case, non s'incontrava nessuno. Non si sentiva che il verso d'una ghiandaia, su in alto.
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In mezz'ora arrivammo sulla cima. Sono tre punte, distanti un cento di passi l'una dall'altra: quella di sinistra, chiamata la punta dei cani; quella di destra, del castello; quella di mezzo, del torrione. La prima non è notevole che per un precipizio spaventoso che le s'apre sotto, una specie di Salto di Tiberio, il quale misura tutta l'altezza della rocca, diritta, da quella parte, e terribile, come la muraglia d'una fortezza ciclopéa che minacci gli sbocchi delle valli alpine. Sulla punta di mezzo, non rimane più dell'antico torrione di Bramafame che un pezzo di muro rotondo, alto quanto il parapetto d'un pozzo, con due cannoniere, circondato di rose selvatiche e d'erbacce. La punta che serba maggiori avanzi è quella del castello. Ed è anche la più ardita e selvaggia: un gran masso, una specie di gobbo enorme della rocca, inaccessibile da ogni parte, fuorchè per una scaletta informe, cavata nella roccia viva, e tutta incisa di nomi e di date cubitali; salendo per la quale si riesce con un giro sopra il piccolo spianato dove sorgeva il castello. Qui, per una rete di piccoli sentieri che salgono e scendono tra i pruni, le ortiche e le vitalbe, si gira in un labirinto di rovine, in mezzo a buche di cisterne e di sotterranei, a frammenti di muri forati da feritoie, a traccie malcerte di porte, di scale e di segrete, da cui è quasi impossibile raccapezzare la forma del castello; il quale doveva essere angusto, peraltro, e intricato, e lugubre: uno spauracchio di castellaccio da streghe e da corvi, non meno triste per chi ci stava dentro a difenderlo, che tremendo per chi l'aveva da assalire. Eretto su quella cima, proteggeva mirabilmente la borgata sottoposta, che era tutta chiusa in una cinta rettangolare di muraglie turrite, le quali si prolungavano salendo su per la rocca, fino a congiungersi col castello e col torrione; legati anche questi fra loro da un parapetto, o da altra opera di difesa, intagliata nel sasso, al di sopra dei passi più scoscesi. Tale era la fortezza di Cavour sul finire del secolo decimosesto quando se la disputarono il generale Lesdiguières e Carlo Emanuele I, i due sovrani giostratori di quella guerra avventurosa e memorabile, con la quale il duca di Savoia iniziò la grande politica dell'altalena fra la Spagna e la Francia: ben combinati davvero, e fatti proprio a misurarsi, per temerità di capitani, e per coraggio di soldati, e per prudenza, e per astuzia, e per generosità usata a tempo, e per magniloquenza spiegata sempre. Il castello, si capisce, non poteva esser preso che per blocco. Non riuscì a conquistarlo per assalto il Lesdiguières, neppure dopo essersi impadronito del torrione, e averci fatto tirar su a forza di braccia e d'argani due pezzi d'artiglieria, coi quali fulminava le mura a cento passi, e ogni colpo era uno sdrucio: i quattrocento difensori, comandati dal conte Emanuele di Luserna, non si arresero che per fame. E neanche lo potè pigliare di viva forza Carlo Emanuele, malgrado la gran voglia che ne aveva, e il grosso esercito vittorioso che teneva in pugno: dovette costruire nel piano cinque fortini, e aspettare che al presidio non rimanesse più nè acqua nè pane. E l'una e l'altra volta i difensori uscirono con l'onore delle armi. Poveri cadaveri ambulanti! Doveva essere uno strazio d'inferno l'idea di morir digiuni lassù, pigiati in quella tetra bicocca, frecciati a traverso alle feritoie da quell'aria viva dei monti che mette nel corpo dell'uomo la voracità della fiera, e sentirsi torcere le viscere dalla fame e dalla sete vedendo giù nel piano fumar le cucine dei vivandieri, passare i carri carichi di pane, e correre i rigagnoli argentini in mezzo ai campi! Perchè dovevano veder tutto di lassù, come sulla palma della mano: le corsie degli accampamenti, l'interno dei padiglioni, i giochi e le risse dei bivacchi, e Carlo Emanuele che appuntava i cannoni come un capitano d'artiglieria, e Antonio d'Olivares che discuteva con lui, per distoglierlo, come fece, dal tentare l'assalto, tagliando l'aria tutti e due con dei gesti vigorosi, corrispondenti a de' sonori frasoni spagnuoli, intercalati di Por Dios e di Por vida mia e di Mal rayo me parta, che facevan rattenere il fiato allo Stato maggiore.
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Nel mezzo dello spianato del castello c'è una piccola cisterna rotonda, quasi tutta piena di sassi e di calcinacci, fra cui son mescolate molte ossa umane. Si dice, e non c'è ragione di non crederlo, che siano ossa di cavorresi trucidati dalle soldatesche del Catinat nel 1690. È piantata là vicino, in memoria di quei morti, una grande croce di legno, che si vede anche dal basso. Quella fu la più miseranda giornata della storia di Cavour, senza dubbio; degno principio di quella orribile guerra della lega, in cui i ministri davan degli ordini da assassini, ed era imposto ai generali l'ufficio di incendiarli, e ai soldati quello di carnefici e di ladroni. La tradizione di quel maledetto macello è ancora vivissima tra il popolo della città e della campagna. Era l'agosto del 1690. Scoppiata appena la guerra, il generale Catinat mosse l'esercito da Pinerolo verso Cavour. Se il bravo marchese di Parella, che stava con quattromila soldati, fra i quali molti valdesi, nelle vicinanze di Luserna, fosse stato avvisato poche ore prima di quella mossa, avrebbe fatto ancora in tempo a sopraggiungere; e allora si sarebbe visto un bel ballo. Sventuratamente, ricevette la notizia troppo tardi. La città era aperta, il castello diroccato da molti anni; il presidio non si componeva che d'una compagnia del reggimento di Monferrato e di pochi drappelli di milizie valdesi. Un'avanguardia comandata dal marchese di Plessis Belloire venne accolta a fucilate da alcuni contadini, che furon subito respinti nell'abitato. Il Catinat mandò a intimare la resa. Il presidio rifiutò. Una colonna francese si slanciò all'assalto con quattro pezzi d'artiglieria. La difesa fu valorosa, ma inutile. Le trincee furono superate, tutto l'esercito irruppe. E allora i soldati, irritati dalle lunghe marcie, infiammati dal sole, e inaspriti dalla resistenza inattesa, saccheggiarono, incendiarono, uccisero ufficiali e soldati, donne, vecchi, contadini, bambini, per le strade, nelle case, nelle chiese, nelle cantine, a calciate di fucili e a colpi di partigiana e di baionetta, sordi a ogni preghiera e ad ogni pianto, senza discernimento, senza tregua, senza misericordia. Una parte degli abitanti e del presidio s'era rifugiata in cima alla rocca: gl'invasori vi s'arrampicarono come un branco di tigri affamate, e trafissero e sgozzarono quanti c'erano. Solo ottanta persone, fra le quali il governatore, alcuni ufficiali, e il resto donne e ragazzi, riuscirono a salvar la vita rifugiandosi in una casa di Cavour, nella quale era entrato il Catinat a prendere un rinfresco da uno speziale, di cui s'è serbato il nome: Marentino. La città presentò per varii giorni uno spettacolo da agghiacciare le vene e da far rizzare i capelli: le piazze ingombre degli avanzi del sacco, quasi tutte le case bruciate, mucchi di cadaveri a ogni passo, rigagnoli di sangue giù per le scale e per le strade, i muri chiazzati di sangue, i cortili allagati di sangue, e in quella orribile solitudine grida di moribondi e risate di pazzi. Nelle memorie del Catinat si danno più di seicento persone morte, tra uomini, donne e bambini; il marchese di Quincy parla di ottocento soldati e di trecento cittadini macellati; un priore, testimonio e narratore del fatto, afferma che di cinquemila abitanti, quattromila furono uccisi. E questo si fece nel secolo di Luigi XIV, sotto Luigi XIV, da soldati del tempo del Pascal, del Descartes e del Corneille, nel paese dov'era passato da mezzo secolo il Galileo. Eppure tutto è dimenticato e ignorato.... a quattro miglia di distanza da Cavour. Solo le contadine dei dintorni salgono una volta all'anno, il giorno dei morti, a fare il giro della cisterna, in lunga fila, recitando il rosario per le “anime della rocca.„ E sarebbe un ufficio pietoso e onorevole, se ci andassero soltanto per i morti. Ma ci vanno anche per raccomandare “alle anime„ il seme dei bachi da seta.
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Mentre parlavamo di quella orrenda giornata, vedevamo sotto la piccola città fresca e allegra, una distesa di tetti d'un bel grigio chiaro, con qualche macchia rossa e verde di muri di case coperti da un tendone di pannocchie di gran turco o da una cortina di pampini. Vedevamo la piazza del mercato e la strada maestra nere di gente, e ci arrivavano all'orecchio, con una sonorità straordinaria, al di sopra del mormorìo sordo e continuo della folla, grida stentoree di venditori, muggiti di bovi, canti di galline, rumori di carri, i rintocchi argentini d'una campana accompagnati dai colpi d'un martello sopra un'incudine, dei grugniti e dei latrati lontani, una voce acutissima che urlava: Le mutande a una lira! a una lira! a una lira! — e un vocione di basso che gridava: L'America! — ossia la cuccagna, la roba per niente; e di tratto in tratto, a intervalli uguali, un altissimo e lunghissimo raglio di somaro. Fuori della folla, la pace solita dei piccoli paesi: delle stradicciuole solitarie con dei bimbi che giocavan lungo i rigagnoli, un crocchio di signori davanti a una farmacia, dei terrazzini interni di case dove delle donne stendevan la biancheria ad asciugare, un prete in maniche di camicia dentro a un orto; si vedeva ogni cosa da un capo all'altro dell'abitato, e intorno intorno, il collegio, la piazza d'armi, il camposanto, il passeggio: tutto quello che basta da per tutto a qualche migliaio di persone per ripararsi dal freddo, fare gli affari propri, odiarsi e morire. Poveri accampamenti umani, poveri mucchi di baracche! Che misera cosa son mai, visti dall'alto, con quel piccolo campo chiuso da quattro muri, dove tutto va a finire!
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