Alzati gli occhi dalle case, si vede tutto il cerchio delle alpi dal Monte Viso al Monte Rosa, e tutta la pianura piemontese, così vasta ed aperta, che quando è un po' velata di nebbia, come quella mattina, vien fatto di cercarvi all'orizzonte le vele dei bastimenti e gli spennacchi di fumo dei piroscafi; e par di trovarsi sulla cima d'un'isola rocciosa, dentro a una grande baia, che si stenda da Saluzzo a Cumiana, dai colli dove Silvio Pellico scrisse i suoi più dolci versi, ai campi dove Vittorio Alfieri domò i suoi più focosi cavalli. Ma a me piaceva di più guardar lì sotto quella bella campagna, così uniforme e così varia insieme, tagliata in quadrati verdi e lisci, come panni tesi di scrivanie, in trapezi di terreno lavorato, d'un colore delicatissimo di caffè e latte, rigati di file grigie di salici; in losanghe d'un rosso chiaro, spallierate di siepi nere, contornati di filari d'alberelle d'un giallo cromo; in triangoli bianchi di calce, terminati a un vertice dal vermiglio acceso della vite d'un capanno. E al veder tutta quella terra così accuratamente misurata, spartita e difesa, pensavo di quante riflessioni e di quanti conti era argomento ciascuna di quelle piccole figure geometriche, quanta carta bollata avevano fatto imbrattare, quante chiacchiere di avvocati e di procuratori avevan provocato quelle redole e quei rigagnoli, e quanti viaggi tristi alla città, e aspettazioni eterne nelle anticamere dei tribunali, e inimicizie di famiglia, e giuramenti di vendetta, e crepacuori, e partenze disperate per paesi lontani. E allora mi parve che tutti quei poligoni coloriti, così tranquilli e sorridenti poco avanti, si premessero coi lati, e cercassero di ferirsi con gli angoli acuti, e di spaccarsi a vicenda, e di sovrapporsi gli uni agli altri, e di travolgersi, come grandi zattere variopinte di due flotte nemiche e confuse. E pensai ch'era così infatti, e che la battaglia durava da secoli, e che sarebbe forse finita un giorno con qualche gran sottosopra, in mezzo agli urli d'innumerevoli naufraghi; per ricominciar poi più accanita e durare più lungo tempo, appena si fossero riformati gli equipaggi e riparate le flotte.
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Il buon agronomo, intanto, seduto in disparte sopra un rudero, con le braccia incrociate, e gli occhi rivolti alla campagna, pareva immerso in una profonda meditazione; e il professore ne approfittava per svolgermi intorno una specie di panorama storico della pianura di Pinerolo. Io non dovevo mica lasciarmi ingannare da tutti quei villaggi che si vedevan di là, e che presentavano un aspetto così gaio, in mezzo al loro bel verde. Avevan l'aria di buoni proprietari di campagna e di pastori tranquilli; ma eran tutti vecchi soldati travestiti, coperti di cicatrici e pieni di ricordi terribili. Quel grosso paese che si vedeva là a poche miglia, con quel chiesone rosso, che gli dava un'apparenza di beata pace, Vigone, aveva visto scacciare l'esercito di Carlo Emanuele I dagli ugonotti multicolori del generale Lesdiguières, e subìto uno dei più orrendi saccheggi del secolo decimosesto. Ma chi poteva contare i sacchi e le fiammate di quell'anima persa del Lesdiguières? Era stato l'Attila della pianura pinerolese, quel cane di vecchio arciere e di ex leguleio. Non c'era uno di quei poveri paeselli che non fosse stato bollato a fuoco da lui. Così, rabbioso di non aver potuto strappar Carlo Emanuele da Cavour, aveva messo a ruba e a sangue Buriasco, un bel villaggio che io vedevo a destra di Pinerolo, come una piccola macchia rossiccia. È vero che ci son pure molti tristi ricordi di famiglia da quelle parti. Di qua da Buriasco, c'è Macello, dove passava il confine tra Francia e Piemonte, quando Pinerolo era dei francesi: lì, per esempio, intorno al castello antico, si ammazzarono fraternamente i soldati di Giacomo d'Acaja e i soldati di Barnabò Visconti. Più in qua di Macello, c'è Garzigliana, dove rimane un torrione del castello di Montebruno, vicino al quale toccò una sconfitta dagli Astigiani quel disgraziato Tommaso II di Savoia, che fu liberato di prigione dai suoi nemici per esser cacciato in carcere dai propri sudditi. A poche miglia di là, sulla destra di Vigone, si vedono i tetti di Pancalieri, un grosso borgo, che Carlo II di Savoia abbandonò al furore delle sue milizie, per punire Claudio di Racconigi, signor del luogo, dopo aver fatto impiccare tutti i soldati del marchese di Saluzzo, che l'avevano aiutato a invadere il Piemonte. Accanto a Pancalieri, Polonghera, presa d'assalto e malmenata da Ludovico d'Acaja, per dare un ricordo salutare al feudatario Riccardo Provana, che aveva amoreggiato col marchese di Saluzzo e coi Visconti. Abbiamo fatto un bel lavoro anche noi altri in casa nostra, come si vede. Lì appunto, vicinissimo alla rocca di Cavour, biancheggiano le case di Villafranca, una delle ventisette Villafranche dei due emisferi, che può dire d'averne visto una grigia nei tempi andati: il comandante della cavalleria di Leone X, Prospero Colonna, il quale, dopo essersi vantato d'acchiappare come uccelli in gabbia quanti francesi fossero calati dalle Alpi, si lasciò sorprendere dagli uccelli, mentre era a tavola in cimberli, e far prigioniero con tutti i suoi cacciatori. E pare che ci sia stato un influsso maligno del bicchiere in questo tratto di paese. Laggiù sulla via di Pinerolo si vede il campanile di Osasco: c'era di presidio nel 1705 una compagnia del reggimento di Monferrato, comandata da un capitano; avevan molto buon vino dei luoghi; presero una necca madornale; una necca così fatta che, essendo sopraggiunti i francesi, e avendo intimato la resa con minaccia di ferro e fuoco, nessuno si trovò in grado nè di resistere nè di negoziare, e ne sarebbe seguìto l'incendio e la strage, se non trattava coi nemici una governante savoiarda dei conti di Cacherano, alla quale il paese dovè la sua salvezza, e il presidio una capitolazione onorata. Insomma, non c'è che miserie da ricordare da tutta quella parte. Per confortarsi un poco, bisogna girare a sinistra di Pinerolo: a Bricherasio, dove c'è l'assedio vittorioso di Carlo Emanuele I; a Bibiana, sulla cima del colle di San Bernardo, dove Vittorio Amedeo fece il voto della basilica di Superga, coronato un mese dopo con la splendida vittoria di Torino; a Luserna, dove il marchese di Parella investì, ruppe, fugò, sterminò i tremila soldati del Feuquières, nella guerra del 1690. Ma.... ohimè! da Luserna in avanti, ricominciano le dolenti note. Bagnolo, preso, ripreso e rovinato da francesi, da savoiardi e da spagnuoli. Barge, dove il Denina insegnò la grammatichetta, tartassato pure a venti riprese da imperiali e da francesi nelle guerre del decimosesto secolo. E poi peggio, Revello, e poi anche peggio, Staffarda, e Moretta, dove si raccolse tumultuosamente l'esercito di Vittorio Amedeo, dopo quella tremenda disfatta, protetto ancora nella fuga dal coraggio tranquillo del principe Eugenio. Ma non c'è dunque altre memorie che di batoste e d'ingiurie straniere in questo disgraziato paese? Che roba è questa, signor professore?... Un momento. Eravamo rimasti a Moretta. A Moretta passa la Varaita. Non c'è legato qualche buon ricordo a questa Varaita?... Ma sì, corpo d'un cannone da costa. Una grande giornata, una sfolgorante vittoria, l'esercito di Luigi XIII, accorso in aiuto del duca di Nevers, assalito, sfondato, sbaragliato, ricacciato come una mandra atterrita al di là delle Alpi da Carlo Emanuele I, nell'anno di grazia milleseicento e vent'otto. Dalla parte di Dio! Ecco quasi accomodate le partite. Ero lì lì per buttarmi via, in parola d'onore. — Che gliene pare? — mi disse forbendo le frasi il professore. — È davvero una specola istorica la rocca di Cavour. Io ci vengo una volta ogni anno, tutto solo, e mi assido su questi rottami a rimirar la pianura, e a riandar meco stesso le mie letture predilette; e facendo con la fantasia armeggiare gli eserciti e tuonare le bastite, rivivo, per dir così, nel passato, e in me stesso m'esalto.... come dice il divino Alighieri. —
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— Ebbene, cosa ne dice? — mi domandò il faccione dell'agronomo, avvicinandosi. — Son buoni terreni, glielo assicuro io. Terreni da frumento e da foraggi, da duemila a quattromila franchi l'ettaro. L'inconveniente è che mancano i buoni concimi. Cosa vuole? Fabbriche d'artificiali non ce n'è, lo stallatico non lo sanno conservare, e così bisogna farlo venir quasi tutto di lontano, che costa un occhio, per via dei trasporti. A Pancalieri, per dirle un caso, si fanno venire il guano da Carmagnola. Guardi là.... Campiglione e Fenile. Terre da vigna. Ci abbiamo delle uve eccellenti da queste parti: nebiolo, avarengo, del negretto anche, del fresia. Se si dessero un po' dattorno a perfezionare i metodi, che non la vogliono intendere, potrebbero fare dei vini numero uno.... E stiamo bene anche a bestiami, sa lei. Dia un'occhiata ai nostri mercati: ottime condizioni fisiche, il bue da ingrasso da venti a venticinque marenghi, grande esportazione di buoi da lavoro. E poi burri, ricotte, formaggi, da leccarsi le mani, quantunque fabbricati all'anticaccia.... siamo sempre lì. Tome da cinque franchi il miria, la bontà personificata.... Quello che dobbiamo confessare, piuttosto, che è una vergogna, è che si sta male, ma molto male in quanto a stalle. Per questo, non s'è all'altezza dei tempi, no proprio. Degli orrori. Basta; è meglio non discorrerne.... Dove guarda? Laggiù c'è Osasio. Da quelle parti si coltiva la canapa. Ci abbiamo una bella varietà di coltivazione, nel circondario. Per esempio, dalle parti di Virle e di Castagnole si coltiva il ravizzone e il pistacchio da terra; in altri luoghi la barbabietola; e anche un po' di riso, lungo il Po. Ciascuna parte ha la sua specialità. Vada a Luserna, alla Maddalena: ci trova l'estrazione di fecola di patate. Vada invece a Bibbiana: c'è l'estrazione dell'alcool dalle rasche. Poi c'è un po' da per tutto l'olio di noce, coi torchi, che è un'industria che ha la sua importanza. Senza parlare della pesca, chè tutti lo sanno: bardi e anguille nel Chisone; tinche nel Pellice, e anche dei ghiozzi; dei lucci, dei carponi magnifici nelle diramazioni del Po; e da ogni parte trote e trote, non molte grosse, ma.... lei ne avrà mangiato. Ci son cinquecento pescatori soltanto a Villafranca! E poi, e i boschi, e i castagneti? Ce n'è la bagatella di settecento ettari solamente a Virle, Pancalieri e Lombriasco.... Curioso nome, non è vero? Lombriasco, Piossasco, Frossasco, Osasco, Subiasco.... Buriasco.... Cervignasco.... Famolasco.... Cercenasco.... Ci abbiamo anche dei buoni minerali, di rame, d'antimonio, che so io? dei marmi, da fare una discreta figura a una esposizione. Non c'è che dire, insomma; è uno dei meglio circondari del Piemonte. Soltanto, ecco il gran guaio: manca l'istruzione agraria, mancano i capitali, che vanno tutti in quelle maledette carte dello Stato;... mancano delle buone stazioni di monta. E poi, il peggio di tutto, l'imposta spropositata, che mangia le piccole proprietà, e obbliga il contadino a emigrare. Eh sì, c'è molto, ma molto da fare ancora. Bisognerebbe mettercisi proprio tutti con le mani e coi piedi. Bisognerebbe distribuir meglio le acque d'irrigazione, prima di tutto, chè c'è chi n'ha da sprecare e chi non n'ha abbastanza; regolare un poco la pesca, chè tutti fanno alto e basso; provvedere alla sicurezza campestre, che va come Dio vuole; migliorare le case coloniche, applicare le nuove macchine, rimboschire.... e sopra tutto, prima di tutto, come le dico, diminuire l'imposta, che è una disperazione. Quando tutto questo sia fatto, il circondario di Pinerolo sarà un paradiso. Vede laggiù Osasco? C'è un magnifico stabilimento di pollicoltura: un gallo e due galline di Concincina, quarantadue franchi, compreso l'imballaggio, e cinquanta centesimi l'uovo. Su queste cose dovrebbe scrivere.
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Poco lontano dallo spianato del castello c'è una cascina solitaria, con poca terra coltivata, che appartiene alla famiglia Benso. Il borgo venne dato in feudo da Carlo Emanuele III, col titolo di marchesato, ai Benso di Chieri, signori di Santena, i quali presero d'allora in poi il soprannome di Cavour. Quella cascina fu proprietà del conte Camillo, che ci fece fare intorno degli scavi, da quanto dicono, per cercare degli oggetti antichi; e fu trovato appunto in quegli scavi, forse, la grossa palla da cannone, del peso di venti chilogrammi, che i ragazzi della cascina fanno correre per l'aia: un coriandolo di Carlo Emanuele I, probabilmente. Certo il grande ministro dev'esser salito parecchie volte lassù, quand'era anche molto lontano dal prevedere che avrebbe fatto discendere un giorno da quelle montagne duecentomila soldati francesi, e sconvolta l'Italia, e agitato l'Europa. E forse meditò sopra quella cima, con lo sguardo errante per la pianura, qualcuna di quelle grandi imprese agricole, che occupavano allora tutto l'animo suo. La casetta è fabbricata sopra un masso di roccia, che sporge innanzi a modo di tettoia sopra un piccolo tratto di terreno verde, leggermente inclinato verso il piano, e sparso di garofani di campagna e di fiori di cicoria; sul quale vengono a far merenda delle brigate allegre dei paesi vicini. Quando vi scendemmo noi, non c'era nessuno. Si vedevano ancora sull'erba le traccie d'una ribotta, e un pezzetto di giornale. Mi chinai a guardare: era un terzo di colonna del Figaro, con un frammento di resoconto d'una nuova rappresentazione dell'Ambigu; un vero areolite, un frammento d'un altro mondo, che mi fece uno strano senso in quella solitudine, tra quelle ossa di morti e quelle memorie tragiche, attraversate così, improvvisamente, dall'immagine degli splendori e dei piaceri dei boulevards. Intorno allo spianato precipita da ogni parte la roccia. Fino lassù, forse, fino all'orlo roccioso di quella terrazza verde, s'erano spinti nella notte del venti di novembre i più agili soldati del Lesdiguières, mandati ad assalire il castello di sorpresa; e saranno caduti là, spossati, col viso dentro quell'erba, trattenendo il respiro, e schiacciandosi contro terra, ad aspettare quei che seguivano. E questi si arrampicavano nelle tenebre, rimpiattandosi dentro alle crepe, strascicandosi fra i cespugli spinosi, incoraggiandosi a voce bassa: dei furiosi che bestemmiavano, dei timidi che raccomandavan l'anima a Dio, dei giovani audaci e tristi, che salivano col presentimento della morte, pensando confusamente alla loro casa lontana; una lunghissima fila flessibile, come un mostruoso rettile nero, strisciante sotto la minaccia d'un tallone gigantesco; e andava su, il mostro, lento e orribile, ansando per cento bocche, e aggrappandosi alle rupi con cento artigli, e sbarrando tutti i suoi occhi verso la cima; sulla quale un altro mostro, nero e immobile, gravido di ferro e di fuoco, lo aspettava in silenzio, per folgorarlo nel buon momento, e seminar la rocca delle sue ossa rotte e delle sue viscere lacerate.... Ma non c'è dunque un palmo di terra dove non non s'abbia da dire, ripensando al passato: — Qui si scannò, si trucidò, si bruciò, si fece l'inferno! — In verità, dopo quattro mesi di passeggiate storiche, a furia di sentir ripetere da tutte le parti quello eterno ritornello del sangue, si finisce col non veder più che rosso, e non si prova più orrore, nè pietà; ma nausea e rabbia e odio; e si vorrebbe aver una voce miracolosa da farsi sentire a tutti gli esseri umani presenti e passati, per urlare: — Stupidi! Imbecilli! Bestie! Siete tanto bestie che avete fatto bene, che fate bene, che farete sempre bene ad ammazzarvi come le bestie! — Ma si avrebbe torto. A che cosa serve? Un'ora dopo saremmo tutti disposti a piantare la sciabola nel ventre a chi ci desse un urtone passando. Io dissi bene quelle parole in cima alla rocca di Cavour, ma il piccolo omicida che porto dentro anch'io come gli altri, mi rispose con una scrollata di spalle.
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Intanto il cielo s'era coperto, la nebbia montava; si discese. La strada era deserta come alla salita. Non trovammo che una persona, circa a mezza china, e me ne ricorderò per un pezzo. Era una vecchia contadina, alta di statura, magrissima, e curva; un viso austero, di quelle vecchie straordinarie, quasi spaurevoli, che disegnò il Doré nella Spagna. Veniva su a stento, soffermandosi ogni tanto a riprendere fiato, e pareva che soffrisse. Che diamine andava a far lassù, tutta sola? Quando fu a tre passi da noi, glielo domandammo. Si fermò, e ci guardò fisso l'un dopo l'altro con due occhi grigi chiarissimi. Poi disse in tuono severo, lentamente: — Vado a pregare; — e ci ripiantò gli occhi in viso, come sospettando una canzonatura. Era venuta da Bibbiana, malata com'era, strascinandosi a gran pena, e faceva quella salita, con quella nebbia, per andare a pregare ai piedi della croce del castello; non era venuta a Cavour con altro fine. — Ma perchè salir fin lassù, — le domandò il professore, — mentre potreste pregare in chiesa? — Parve che quell'osservazione la ferisse. Si rizzò sulla vita, alzando la testa bianca, e levando la mano per aria, e disse con una voce solenne, che ci fece stupore: — Dio è dappertutto! Dio è in chiesa, Dio è sulla rocca, Dio ci vede sempre, Dio ci vede tutti. Bisogna pregare per la salute dell'anima. Pregare per noi, pregare per gli altri, per i vivi e per i morti, per tutti quanti. Non si perde mai niente a pregare. Possiamo morire oggi, possiamo morir domani, io, loro, tutti, da un momento all'altro, possiamo morire. Preghino anche loro. Nessuno sa quel che l'aspetta. Dio è in chiesa e sulla rocca! Dio è da per tutto e ci vede tutti! — E rimase ancora un momento col braccio in alto, in atteggiamento ispirato, guardandoci con due occhi grandi e vitrei di moribonda, con una espressione tra minacciosa e compassionevole, ma così fissa, intensa e strana, che restammo tutti e tre senza trovar parola, guardandoci. Poi riabbassò la testa, e ripreso il cammino lentamente, si perdette nella nebbia che s'addensava sul castagneto.
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