La vecchia non aveva ancora toccata la punta del castello, che i miei due amici si scalmanavano in una grande discussione, seduti con me a una tavola della Posta, in una di quelle stanze tipiche degli alberghi di borgata, che il padrone suole accordare graziosamente alle “buone pratiche„ perchè pranzino tranquillamente lontano dal chiasso dei beoni e dalle tanfate di rifritto: un letto matrimoniale da una parte, due salici piangenti di carta sopra il cammino, Vittorio Emanuele e Garibaldi sulle pareti, e la bandiera nazionale ravvoltolata in un angolo, che aspetta la festa dello Statuto. L'argomento della discussione era gravissimo. Il professore sosteneva la primazia del vino di Campiglione e l'agronomo, che aveva dei terreni a Bricherasio, negava, voleva che si riconoscesse la superiorità del vino di Bricherasio. La questione era trattata da una parte e dall'altra con una serietà, con un calore, con uno sfoggio di argomenti e di termini tecnici, che non se ne può fare neanche un'idea chi non è nato nel paese del Grignolino e del Barolo. Chi avesse visto le faccie e i gesti senza intender le parole, avrebbe creduto che discutessero uno dei più alti problemi di filosofia. Tutti e due, ragionando, movevano davanti a sè la mano destra, con le punte del pollice e dell'indice riunite, e l'altre dita distese, a modo dei predicatori; e alzavano di tratto in tratto gli occhi al cielo, allargando le braccia, in atto di dire: — Santissimo Iddio, perdonategli questa bestemmia! — Infine, — disse l'agronomo, — il nostro amico giudicherà; — e chiamò l'albergatore, vinaio illustre e consigliere comunale, per domandargli se era in grado di fornirci gli elementi del giudizio. L'albergatore sorrise in atto di compatimento: ci aveva dell'uno e dell'altro, di cinque o sei anni, dinnonplussutra, come dicon le ciane fiorentine. Eran domande da fare a un par suo? Tutto il circondario conosceva la sua cantina. Ci servì subito. Fui eletto arbitro. Mi misero una bottiglia di Bricherasio a destra e una di Campiglione a sinistra, e mi fecero un cenno tutti e due, che significava: “Giusto giudicio dal tuo labbro caggia.„ Quella solennità mi fece ridere. Ma l'agronomo non scherzava; si ebbe anzi quasi a male del mio ridere. — No, scusi, — mi disse, col viso serio, — la quistione è abbastanza importante perchè... lei scrive, e se dà un giudizio... non ponderato, mi perdoni, potrebbe anche far del danno all'esportazione. Mi faccia il favore di provare, rifletta, e poi dia un giudizio spassionato. — Allora mi feci serio anch'io, e cominciai a bere alternatamente un bicchiere di qui e un bicchiere di là, sotto gli sguardi fissi e interrogativi dei due commensali. Ma come fare a dar un giudizio? Ero incerto davvero. Dentro di me davo sempre la palma all'ultimo. Mi trovavo come un giudice fra due litiganti egualmente arguti e facondi, che prova un gusto matto a sentirli, e li fa ripigliar daccapo cento volte, fingendo di non aver capito. Eran due vini superbi, qualche cosa che abbracciava lo stomaco, e andava giù, come dice il portinaio dell'Assommoir, fino alle caviglie, accomodando per via tutti gli affari dell'anima e del corpo. Finalmente, a un certo punto, decisi... di decidere. Ma era troppo tardi. Gli elementi del giudizio s'eran già confusi. I due litiganti dicevano le loro ragioni dentro parlando tutti e due insieme, in maniera che non raccapezzavo più nulla. — Ma insomma, — domandò l'agronomo, incrociando le braccia sulla tavola; — che cosa scriverà? — E non ci sarebbe stato più scampo, se, per fortuna, i miei due commensali non avessero fatto anch'essi una serie interminabile d'assaggi, con lo scopo di confermarsi sempre più nel loro parere; per il che non mi fu difficile di stornare garbatamente il discorso. E lo stornai così bene che cominciò a saltare di qua e di là a rompicollo, dalle ultime elezioni comunali alla maschera di ferro, e dall'attore Toselli a un nuovo sistema di cavatappi, fin che andò a cadere e a rialzarsi in una appassionata discussione intorno ad un uomo celebre, il cui nome si ricorda a ogni passo per quella pianura e su quei monti, perchè vi raccolse la gloria e vi fu maledetto, e vi lasciò di sè un concetto sempre disputato e ancora incerto: il maresciallo Catinat.

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— Un tristo condottiero, come gli altri! — gridava il professore, infocandosi. Egli non capiva come avesse potuto acquistare “una nominanza„ d'uomo generoso e mite, un generale che aveva permesso l'eccidio di Cavour, che aveva lasciato perpetrar le stragi di Val San Martino, dove teneva al suo seguito un giustiziere e due birri, che aveva fatto ammazzare le donne valdesi “per aver molestato i soldati coi sassi„ e che abusava della corda in maniera, da far dire persino ai francesi che “impiccava troppo.„ Il pend trop! E tutti a gonfiare il buon Catinat, il generoso Catinat, “grande, buono, semplice e sublime,„ come diceva il suo bugiardo elogio funebre; “il saggio, il filosofo,„ les talents du guerrier et les vertus du sage, anche il Voltaire, col suo impudente distico dell'Henriade. E il bello era che aveva finito con crederlo anche lui, tanto da sperare che — l'umanità con cui aveva trattato i valdesi gli avrebbe procacciato l'amor degli uomini — e da dire che n'era più altero che delle vittorie della Marsaglia e della Staffarda! Ci voleva della disinvoltura! Sciagurato! — Come se le più infauste pagine delle istorie subalpine non recassero vergato in fronte il suo più infausto nome! Sentiamo, che cosa avrebbe ella da allegare in contrario? — E ingollava una bicchierata di Campiglione per premiarsi della sua eloquenza. Veramente, io avevo una gran voglia, anzi un gran bisogno di ribattere le sue ragioni con lo stesso impeto e con altrettanta voce; ma risposi invece con molta mansuetudine, considerando che il sentimento patriottico, quando è rinvigorito da un buon vino, anzi da due buoni vini, va particolarmente rispettato. No, non la pensavo come lui, nient'affatto. Mi pareva che si potesse dire come il Carutti: — Il bravo e buon Catinat. — Bisognava giudicarlo in relazione col suo tempo, come tutti gli uomini. Le stragi che si commisero in nome suo, sarebbe ingiustizia addebitarle a lui. Tutte le volte che gli fu possibile, le impedì, come nelle Provincie di Juliers e di Limburgo, malgrado gli ordini espressi del Luvois; più volte, anzi, s'attirò addosso le collere dell'implacabile ministro, per aver risparmiato la vita, come fece a Susa, ai presidii vinti delle fortezze. Ma non poteva impedire. Ecco il punto. Quando scese in Italia la prima volta, meno che mai. Gli eserciti lo amavano, perchè era affabile coi soldati, perchè soccorreva e consolava i malati e i feriti, perchè si privava del necessario per loro, perchè era buono e giusto, in fin dei conti. Ma nel furore degli assalti e delle vittorie, non gli obbedivano più, gli sfuggivano affatto di mano, e nè lui nè altri avrebbe avuto la forza e i mezzi di tenerli in freno. Soldati usciti dalla peggior canaglia delle città grandi, imbarbariti dalle guerre selvaggie d'oltralpi, indisciplinati per consuetudine, in specie quelli che condusse in Piemonte, consapevoli degli ordini del Louvois che voleva una guerra sterminatrice, corrotti, eccitati alla indisciplina dagl'intrighi di Corte di cui erano testimoni nello stesso campo del loro generale, — intrighi orditi a danno di lui e per maggior disgrazia del paese che invadevano, — come gli avrebbero obbedito, quando irrompevano vincitori in una città o in un villaggio nemico, dopo un combattimento feroce? E chi teneva in freno gli eserciti di quel secolo, gli imperiali a Mantova nel 1630, le truppe del duca di Lorena in Francia durante la minorità di Luigi XIV, i soldati del Wallenstein nei loro medesimi paesi? Ciò non di meno, egli dava spesso degli esempi terribili; faceva impiccare i maraudeurs, era “senza pietà coi soldati senza pietà„; andava molte volte, travestito, a interrogare i contadini, anche in paese nemico, per sapere se avessero patito sevizie; e rendeva delle giustizie solenni. Ma quello che valeva a tenere i soldati in soggezione nei campi, non valeva più una volta ch'erano sguinzagliati al sangue e alla morte, e che non c'era più un solo uffiziale che potesse tener nel pugno un solo soldato. No, tutta la sua vita lo difendeva dall'accusa di barbarie: la modestia mostrata in tutte le occasioni, l'affetto che ebbero per lui il Fénélon, il Vauban, il La Rochefoucauld, gli uomini più illuminati e più gentili del suo tempo; la solitudine austera in cui visse gli ultimi anni, nella sua terra di Saint-Gratien, riverito e amato dai suoi contadini; la sua coltura, il suo amore per la famiglia, il suo disinteresse, la semplicità della sua vita, tutte le sentenze e i motti che rimangon di lui, segnati dell'impronta di un'intelligenza alta e serena.... No, non era un barbaro. Sarebbe una vera ingiustizia il mettergli il marchio del sangue sopra la fronte. Scoraggiato, indignato, qualche volta egli può non aver neppure tentato d'impedire gli eccessi del suo esercito, per non uscire esautorato da un tentativo di repressione impotente; ma egli ne sentì sempre orrore in cuor suo, e li deplorò sempre con amarezza, o non si ha più diritto di giudicare la natura umana. Non aveva scritto a Parigi, dopo la battaglia di Staffarda: “Bisogna pure aver compassione di questi disgraziatissimi popoli: che cosa s'ha da fare?„ E tutti sanno quello che gli risposero: “Bruciare, bruciare, bruciare.„ No, che cosa volete! Mi è simpatico. Anche la sua figura, quel parruccone arricciolato che gli casca fin sulla corazza, quella fronte spaziosa, quegli occhi grandi e buoni, quella bocca filosofica, quell'aria in cui si riconosce qualche cosa dell'ingenuità dell'antico avvocato che abbandona l'avvocatura per aver perduto una causa che riteneva giusta, mi piace. Ci siamo battuti con lui per vent'anni, ce n'ha date, se n'è prese, è stato vittima dell'ingiustizia nella vecchiezza, ha sopportato l'avversità con animo altero, pigliava fra le braccia i soldati che morivano, morì disprezzando gli onori e la gloria. Rispettiamolo. È così bello esser giusti con un nemico!

— Sta bene, — concluse il mio agronomo, scrollando il capo; — ma ha fatto del gran danno alle campagne.

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Il Catinat ci fece far notte. Quando uscimmo, la rocca di Cavour non era più che una macchiaccia nera che si staccava sul cielo di cattivo umore “incombendo sinistramente„ come diceva il mio professore, alla città già illuminata. Nella stazione del tranvai, dove il piccolo treno aspettava, non c'era che una famiglia di contadini, una nidiata di ragazze e di ragazzetti, carichi d'involti, che s'installarono in un carrozzone di seconda classe, in silenzio. Una donna dai capelli grigi, che pareva la madre, piangeva. Di lì a poco arrivò di corsa un contadino, d'una cinquantina d'anni, secco, una faccia di uomo logorato dal lavoro, ma d'espressione risoluta; salì sul treno, diede un'occhiata alla famiglia, e poi venne ad appoggiarsi al parapetto esterno in faccia a noi. Il nostro agronomo lo riconobbe: era un contadino delle parti di Bagnolo, dove possedeva una piccola vigna e un piccolo prato, una casetta, e un po' di bosco.

— Dove si va, compar Drea, con tutta la baracca? — gli domandò il mio compagno.

— Eh! eh! — rispose quello, placidamente, accendendo la pipa; — vado lontano. — Poi soggiunse con un gesto vago: — In America.

L'agronomo rise. — Voi scherzate, — gli disse — E la vigna?

— Venduta.