ALLE PORTE D'ITALIA
PINEROLO SOTTO LUIGI XIV
Al Signor Carlo Toggia, a Torino.
Pinerolo, 22 luglio 1675.
Ti ringrazio della bella lettera, la quale, dopo tanti mesi di silenzio, m'è stata cagione di vivissimo piacere. Ti porgerà questa mia il signor Pietro Osasco, procuratore di S. A. R. il duca di Savoia; il solo pinerolese al quale io possa confidare una lettera pericolosa con la speranza che i vostri riveriti padroni non gli ficchino le mani nelle tasche. Grazie delle affettuose domande intorno alla famiglia. I fratelli, le sorelle, tutti son sani come pesche. Io pure, grazie a quest'aria purissima che vien dai monti, e nonostante le molte noie della mia professione, se non schiatto dalla salute, almeno posso dire che i medici non hanno mai visto il colore del mio letto. Se anche non mi tenessero qua i miei affari, ci starei forse egualmente, perchè ci ho messo le radici, e mi pare che non potrei più trapiantarmi senza pericolo. La città mi piace infinitamente. Vista dall'alto, posta com'è all'imboccatura di due bellissime valli, ai piedi delle Alpi Cozie, davanti a una pianura vastissima, seminata di centinaia di villaggi, che paiono isole bianche in un mare verde e immobile, è la città più bella del Piemonte. Il mio povero padre soleva dire che qui, per imparar la storia di Casa Savoia, basta leggerla una volta sul tetto: guardando intorno, si possono seguire le mosse degli eserciti e le vicende delle guerre come sopra una carta geografica sterminata. Ma questo è più strano: che vi si può studiare con eguale vantaggio il Nuovo Testamento, poichè v'ha una rassomiglianza singolarissima di giacitura e di dintorni tra Pinerolo e Gerusalemme. Come la città santa, questa è fabbricata in parte sopra un'altura, e scende allargandosi al piano: il colle di San Maurizio è il Sion, l'altura della cittadella è il Golgota, il monte di Santa Brigida, monte Moria; e, non solo per sito, ma per forma, la valle del Lemina rappresenta la valle di Giosafat; ed anche Pinerolo ha dalla parte di levante un monte Oliveto, e il torrente Chisone può raffigurare il Giordano. Che te ne pare? Avrei ragione di star qui volentieri, non foss'altro che per studiare la storia patria e la storia sacra.
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Ma lasciamo gli scherzi. Risponderò alle tue domande, minutamente, come desideri. Pur troppo, non ho cose molto liete da dirti. Tolto il piacere di ber l'aria fresca e di ammirare il paese, a Pinerolo si vive miseramente. Se anche non vi fosse l'ombra di uno straniero, la città, con questo cerchio che la strozza, di bastioni, di mezzelune e di controguardie, e con quella enorme cittadella che le rizza sopra la testa i suoi cinque torrioni di malaugurio, non potrebbe essere allegra. Mettici ancora un governatore generale, francese, un luogotenente del re e un comandante del castello, francesi, e uno stato maggiore che non finisce più, e un nuvolo d'ufficiali e di soldati di milizia mobile, francesi; e mi saprai dire come ci si campi. Essi ci detestano e noi li odiamo. Essi ci tengono come vinti e prigionieri, noi li trattiamo da invasori e da giandarmi. Essi fiutano in ogni pinerolese una spia del duca di Savoia; noi temiamo in ciascun di loro un delatore del Saint-Mars. È impossibile farsi un'idea delle angherie a cui siamo soggetti. Di città non s'esce senza un permesso del Governatore; di casa non si può uscire che a quell'ore determinate; per una celia che scappi di bocca all'osteria, si è agguantati e ingabbiati; in ogni valigia di viaggiatore italiano sospettano veleni e pugnali; in ogni pezzo di carta, vedono il disegno della fortezza. E ogni volta che credon di cogliere uno di questi traditori immaginari, è il finimondo: inchieste, minacce, corrieri a Parigi, ammonizioni a Torino, scacciati di città gli italiani che non vi hanno dimora fissa, licenziati dal servizio delle autorità i piemontesi e i savoiardi, visite e inquisizioni in tutti i canti. Puoi esser certo che non si troverebbe in tutta Pinerolo nè un moschetto nè una pistola, a pagarli a peso di rubini. Naturalmente, da parte dei cittadini, sono lagnanze e richiami continui; e, anche più naturalmente, le autorità non se ne dànno per intese. Prepotenze aperte e impunite da un lato; e dall'altro rivolte e vendette, s'intende, ogni volta che si posson fare copertamente. Duelli, ammazzamenti, furti, ripeschi amorosi che finiscono con un occhiello nel ventre, son cose d'ogni settimana. Le gaîtés du sabre, come le chiamano, sono oramai la nostra ricreazione abituale: viviamo sotto il materno regime della Lama. Aggiungi che i nostri buoni amici credono d'aver diritto sulle nostre donne come sui loro cavalli. Tu vedi le conseguenze. Non puoi immaginare con che superbia, con che muffa si sbacchian le spade negli stivali questi bravacci gallonati del grande Sottaniere di Versailles! È Lui, infatti, quello che dà il tono a tutti quanti. E son grossolani, con tutto questo, e ignoranti, da disgradarne i montanari del Talucco. Per dartene un esempio, io ce n'ho uno, alloggiato in casa mia, un luogotenente De Rivière, un gran perticone del reggimento di Navarra, che scrive con la sua bella mano inanellata: Suivant lordre que jai recu a Pignierolle.... Ci parliamo, nondimeno, perchè non ci possiamo scansare. Egli batte sempre sullo stesso chiodo: la slealtà della politica di Savoia. E io tiro via a ribattergli che sarebbero ameni assai un orso bianco e un orso nero, i quali, stringendosi addosso un veltro per divorarlo, tacciassero di sleali le giravolte ch'egli facesse in mezzo a loro, per tenerli a digiuno tutt'e due.
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Noi ci troviamo qui in una condizione di cose unica al mondo. Dentro alla cinta delle fortificazioni ci sono due città. La cittadella, colle sue prigioni e con la sua compagnia franca, è separata affatto da Pinerolo. I suoi ponti levatoi, sempre alzati, non si calano che per far entrare le provvigioni da bocca e i corrieri. Il Saint-Mars che nella sua qualità di governatore del castello dovrebbe sottostare al marchese d'Herleville, governatore generale della città, se ne infischia, e fa le sue sette volontà come un sovrano. Quindi si guardano in cagnesco, fra loro, e credo anzi che ciascuno tenga una spia alle costole dell'altro, e che il Louvois, da Parigi, li faccia spiare tutti e due. Ne segue che la cittadella è un piccolo mondo a parte, oggetto di preoccupazione continua non meno per la guarnigione che per i pinerolesi. Gli ufficiali, i viaggiatori, i cittadini girano intorno a quelle alte muraglie impenetrabili, divorati dalla curiosità, fantasticando, poichè non posson far altro, sui prigionieri misteriosi e sugli strani avvenimenti che vi si debbon nascondere; tanto che finiscono col ragionare delle cose immaginate come di cose reali. Chi ci sia dentro ora, non si sa con certezza, fatta eccezione dell'intendente Fouquet, del suo servo, il famoso Eustache Dauger, del più famoso conte di Lauzun, e di due ufficiali di artiglieria, francesi, dei quali non s'è ancora riusciti a scoprire nè il delitto nè il nome. Ma si crede che i prigionieri sian molti. Ogni tanto ne arriva uno, di notte, scortato da un drappello della compagnia franca, e lo conducono nella cittadella senza attraversar la città, facendolo passare per la porta segreta di San Giacomo, a cui si giunge per un sentiero sinistro che serpeggia tra la lunetta di Santa Brigida e quella di Sault. Presentemente si fa ancora un gran discorrere intorno a uno sconosciuto, portato lassù nell'aprile dell'anno scorso, con grandissima segretezza, una notte di pioggia, in mezzo a uno stuolo di cavalieri, comandati dal luogotenente Saint-Martin; e rinchiuso, dicono, nella torre chiamata torre bassa, che è quella di mezzo del castello, e la più tetra delle cinque. Raccontano che fu portato in lettiga, che veniva da Lione, che aveva sul viso una maschera di ferro. Chi crede che sia il conte di Beaufort, chi vuole che sia figlio di Cromwell. I soliti almanacchi. Per me, quando penso ai molti birbaccioni volgari che passaron per grandi personaggi perchè furon portati quassù, chiusi in gabbie, come tigri ircane, o in bussole, come principesse rapite, larvati, imbacuccati e tappati come se lo scoprimento della loro persona dovesse sconvolgere il mondo; mi pare cosa molto probabile che anche questo nuovo venuto non sia che un malfattore di dozzina, come chi dicesse il capo d'una delle cento congiure che si vanno scoprendo di continuo, o un avvelenatore di Corte, od anco un galantuomo qualsiasi, che ha detto quattro crude verità in faccia a Sua Maestà il Re di Francia.