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Comunque sia, tutti gli sguardi e tutti i pensieri son rivolti al Castello. Su dieci pinerolesi io credo che sette lo sognino tutte le notti. Chi sia il nuovo confessore concesso dal Re ai prigionieri, quanto abbia speso il Governo nel mese scorso per la mensa del Fouquet, che secreti si sia lasciato cascare dalle labbra, nel suo ultimo viaggio, quel grand'uomo del D'Artagnan, e che cosa sia venuto ad armeggiare il personaggio sconosciuto che fu visto uscire due giorni addietro dalla casa del Governatore, sono argomenti di chiacchiere interminabili, indovinelli meravigliosi, su cui centinaia di persone si scervellano dalla mattina alla sera, non avendo altro da fare. La curiosità è così smaniosa che la stessa marchesa d'Herleville s'è inimicata con la signora Saint-Mars (una delle più belle e delle più sciocche creature che si sian mai viste con due occhi) per il dispetto di non aver potuto visitare il Castello come voleva. Il Saint-Mars è affollato di tante domande indiscrete e supplichevoli intorno ai suoi ospiti, e in special modo alla maschera di ferro, che ha preso il partito di raccontare a ciascuno una fandonia diversa, la prima e la più strampalata che gli passa pel capo, con la speranza che, mettendole poi a confronto e riconoscendosi corbellati, i curiosi si sdiano dall'interrogare. Questo Saint-Mars, antico moschettiere, soldataccio di ventura, affamato d'oro come un usurario, che si becca la bagatella di centocinquantamila lire francesi all'anno, oltre a quello che raspa nell'amministrazione; piccolo, brutto, con un muso di bertuccia, sempre rannuvolato come il cattivo tempo, irascibile e bestemmiatore come un vetturale, tutto carne e pelle col Louvois per via della sorella di sua moglie; è il tipo nato del ferro di polizia e del carceriere aguzzino, che Dio gli mandi il malanno. Non si assenta un giorno all'anno dalla sua bicocca, veglia sulle sentinelle dalla finestra, fruga i panni dei prigionieri mentre dormono, è capace di passar la notte sopra un albero per scoprire che cosa fa nella cella un disgraziato che gli dà sospetto. Questa specie di porco spino, circondato di mistero e di paura, non è l'ultima delle cagioni per cui a Parigi e alla Corte si parla come d'un recesso strano e quasi fantastico, di questa fortezza solitaria, posta all'ultimo confine dello Stato, ai piedi della quale vengono dalle sale splendide di Versailles i sospiri, i saluti e l'oro di tante belle, a cercare gli amici o gli amanti. Ma chi può farla al Saint-Mars? Ai prigionieri più gelosi porta egli stesso il mangiare una volta al giorno; due sentinelle girano dì e notte intorno alle torri; nella stanza che sta sopra a ogni cella, dorme con gli occhi aperti un ufficiale; ai reclusi non è permesso di confessarsi che una volta l'anno: assistono alla messa da un finestrino obliquo che li nasconde; e quando si cambia la gente del presidio, il cambio è regolato per modo che gli ufficiali e i soldati che vengono non possano barattare una parola con gli ufficiali e coi soldati che se ne vanno. Che delitto avran commesso la maggior parte di quegli infelici? Un libello, una canzonetta impertinente, uno scherzo mordace, che fece ridere furtivamente dieci cortigiani e dieci dame. La collera d'una amante del Re o di un ministro bastò a farli sprofondare in quel sepolcro, dove alcuni muoiono in capo a pochi anni; e quando la notizia della loro morte giunge a Parigi, accade non di rado che chi li ha fatti seppellire non si ricordi più nè del loro nome nè della loro colpa. Ah! la giustizia non ha la mano leggera di qua dal confine, te lo assicuro io. A quando a quando, sulla cima del colle di San Maurizio, si sentono gli urli dei prigionieri indocili, ai quali “dànno la disciplina.„ Giorni fa, dalle carceri basse, si son viste uscire barcollando, soffocate dai singhiozzi, istupidite dal terrore e dalla vergogna, tre meretrici della città, ancora giovani, alle quali, non so per che colpa, avevan raso i capelli e lacerato la schiena a sferzate. Io ricorderò per tutta la vita, rabbrividendo, quegli orribili crani nudi e quei miseri cenci bagnati di pianto e di sangue.

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Riguardo al Fouquet, me ne duole, non mi trovo in grado di soddisfare la tua giusta curiosità: so questo soltanto, che in dieci anni da che è qui, tutto occupato a far la digestione, un po' laboriosa, dei trentasei milioni del castello di Vaux, non gli è ancora stato concesso di riveder la moglie e i figliuoli. Si sa per altro che può, quando vuole, stare in compagnia del Lauzun e degli ufficiali della cittadella, e che al Saint-Mars è permesso dal Re d'invitarlo a pranzo, e di fargli gustare, oltre ai suoi piatti, le scioccherie della sua signora. Pare che sia rassegnato e tranquillo. Ti posso dire qualcosa di più del conte di Lauzun, che è confitto qui da quattro anni, e che ci starà un altro bel pezzo, se Dio m'esaudisce. Dopo ch'è venuto lui, il Saint-Mars non ha più un'ora di bene. Gli dà più da fare questo rompicollo di dragone, che tutti gli altri prigionieri insieme. Superbo, furioso, scontento di tutto, manesco come un facchino, schiamazzone come un banditore d'incanti, è riuscito a ordire intrighi amorosi dentro e fuori della cittadella, e a far più chiasso a Pinerolo di quello che ne facesse a Versailles. Le sue ultime due amanti, la Grande demoiselle e la bella La Motte, damigella d'onore della Regina, hanno profuso i denari a palate per fargli prendere il volo. Di tempo in tempo si vedono per la città delle facce nuove; si dice: chi sono? chi non sono? Tutt'a un tratto spariscono come spettri. È un tentativo di fuga andato a male. Già una volta una sentinella e non so chi altri avevano preso l'imbeccata; una lettera era arrivata fino al conte; tutto era disposto per la fuga. Ma quel satanasso di Saint-Mars stava all'erta. Un messo della damigella, scoperto, si tagliò le vene; parecchi altri furon messi sotto chiave; e il dragone amato rimase a contare i travicelli. Figurati il chiacchierìo che se ne fece a Pinerolo. Per molto tempo fu un vero furore di curiosità. Questa lamaccia di De Lauzun, dopo averne fatte di tutte le tinte, cortigiano ipocrita, cacciatore di grasse doti, giocatore sospetto, crapulone, maldicente, invidioso, villano con le donne e insolente col suo Re, è ancora riuscito a farsi un piccolo paradiso in prigione, dove le sole spese del suo installamento, a quello che si dice, raggiunsero la somma di diecimila lire francesi. Ha vitto di principe, stoviglie d'argento, camicie di trina, letto di piume, due servitori, e grandi dame che lo adorano a duecento leghe di lontananza. Si chiama nascer fortunati. Si dice che stia nella medesima torre del Fouquet, che è quella accanto al quartiere del Saint-Mars. Ma per quanto sia lasciato libero, le belle signore di Pinerolo, che girano intorno alla cittadella con gli occhi fuori del capo, non sono ancora riuscite a vedere neanche il contorno della sua bellissima faccia di ferro fuso.

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La vita intellettuale di Pinerolo, insomma, consiste in gran parte nel commentare i fatti e le gesta di quei signori, dei merles, come li chiama benignamente il Governatore; tanto più dopo che è finito il divertimento di veder lavorare alle fortificazioni, che furon rifatte con grandi spese in seguito alla visita che ci venne a fare segretamente il Vauban, anni sono, in compagnia, credo, dell'onnipotente Louvois. Le famiglie pinerolesi si mescolan poco con gli ufficiali del presidio. C'è un po' di passeggiata la sera in piazza San Donato; ma non ci va quasi nessuno, perchè danno ai nervi quei grandi baffi impertinenti dei soldati della compagnia d'onore, che fan la guardia al palazzo del Governatorato, e le famiglie dei commissari e degli altri impiegati francesi che fanno dei nastri per la piazza col naso per aria, dicendo corna della città (une tanière) ad alta voce. Gli ufficiali della cittadella, alloggiati nel loro vasto gabbione, non scendon quasi mai; il Saint-Mars se li tiene a portata della mano per timore che quei di sotto glieli corrompano. E infatti, non si dà mai il caso che mandino a prendere o ad accompagnar fuori un prigioniero dai soldati e dai sergenti del presidio, da tanto che se ne fidano! Non ce n'è uno — è scappato detto allo stesso governatore, — che mandato fuor delle mura, non pianterebbe il prigioniero in mezzo ai campi per disertare. Così è fedele l'esercito del gran Re! Per conseguenza, quando la città non è scossa dall'arrivo d'un ufficiale dei moschettieri, nelle ore in cui le truppe riposano, dopo mezzogiorno, Pinerolo ha tutta l'aria di una necropoli. Fra le alte caserme e i grandi conventi silenziosi, dalla porta di Torino alla porta di Francia, non si vede passare che qualche cappuccino o qualche penitente della Concezione, e non si sentono che i rumori cupi della Fonderia e dell'Arsenale, che lavorano ai nostri danni. Si direbbe che quel maledetto castellaccio, con quei cinque ricettacoli di dolori, che si alza come una gigantesca macchina di tortura a contaminare l'azzurro, e si vede da tutte le parti della città e da tutti gli angoli dei bastioni, getti per le vie e nelle piazze l'uggia dei suoi cortili grigi e la tristezza delle sue celle nefande. O piuttosto, non è il castellaccio. È quella faccia malaugurosa del Saint-Mars che si vede spuntar a tutte le cantonate e a tutte le finestre. È lui che empie la città del suo umor nero di birro sospettoso, e che batte la misura alla vita di Pinerolo con lo stridor cadenzato dei suoi chiavistelli. Lo stesso governatore d'Herleville ne sente l'influsso funereo, e scappa a Torino ogni volta che può, con la sua graziosa marchesa; — un amore; — la sola cosa bella ch'io abbia trovato finora nella dominazione francese.

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Oh splendido e caro passato, già tanto lontano! Ci pensi mai, tu, amico Toggia? Dire che siamo stati la città capitale del Piemonte per il corso di più d'un secolo, accarezzati, colmati di privilegi; che qua i nostri principi nascevano e venivan sepolti; che fra noi si festeggiavano re e imperatrici; che contavamo una popolazione di grande città, con quattordicimila operai, con una brava milizia nostra, che le mura turrite si estendevan per varie miglia da monte Oliveto oltre all'Abbadia, che mandavamo le nostre lane fino in Oriente, che accoglievamo gli ambasciatori di Napoli, di Milano, di Venezia, di Ungheria, di Vienna, del Papa, i deputati di tutte le città del Piemonte, i cortei dei marchesi di Saluzzo e di Monferrato, e le visite festose dei conti di Savoia, e i ritorni trionfali dei principi d'Acaja, e che su per queste vie salivano a cavallo le belle spose bionde vestite di broccato d'oro, sotto i baldacchini di raso bianco, in mezzo ai baroni vassalli scintillanti di ferro e ai signori del Consiglio vestiti di mantelline purpuree, sopra un terreno coperto di mirti e di rose! Ed ora abbiamo il Saint-Mars. Io l'ho col Saint-Mars. Che rotolone, ingiusto cielo!

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Se voglio vivere, caro mio, non bisogna ch'io pensi che questo dura da quarantaquattr'anni. Dall'anno in cui son nato, nè più nè meno; poichè io venni al mondo qui nell'anno medesimo che quel baccellone del conte di Scalenghe, dopo due giorni di tremarella, cedeva Pinerolo al cardinale Richelieu, facendo abbassare le armi a quattrocento Vallesiani e a trecento uomini di milizia che avrebber potuto salvare il Piemonte. Ah se risuscitasse Emanuele Filiberto, brava anima sua! — Il re ha bisogno di tenere un piede di qua dalle Alpi, — bada a ripetermi questo squassapennacchi del luogotenente Rivière. Ebbene, ci vorrebbe un duca di Savoia che rispondesse al re, come rispose quel lestofante: — Son d'accordo, purchè quel piede sia io. — Ma che possiamo sperare da Carlo Emanuele II, che si lascia pestare i calli ogni giorno dagli ambasciatori di Francia per il posto al banchetto o per il palco al teatro? Egli tira ai dominii di Ginevra, del Vaud, di Friburgo, di Losanna, limosina dei pezzi di terra a tutte le Corti di Europa, manda dei reggimenti a lasciar le ossa per il Re nelle Fiandre, attacca lite con Genova per far quella bella figura che sappiamo, s'intesta di bucare il colle di Tenda; e non pensa a liberar Pinerolo, che è il morso col quale la Francia terrà sempre Casa Savoia in sua balìa. Facesse almeno dei bei versi come suo nonno! Oramai noi non speriamo più che in una specie di diluvio universale, in una vastissima e terribile guerra che metta sottosopra l'Europa, sconquassando questa mostruosa baracca dorata della Monarchia francese. Comunque debba finir la cosa, peraltro, possiamo esser certi che le prime batoste, ossia le bombe, le mine, le devastazioni e la fame, saranno per noi. È stato sempre il nostro destino. Abbiamo l'onore di esser la chiave della valle del Chisone, una delle porte d'Italia; e tu vedi dove ce l'han confitta, questa chiave. Povera Pinerolo! Dalla seconda guerra punica in poi, chi abitò da queste parti non ebbe mai dieci anni di santa pace. Romani e Cartaginesi, Galli e Saraceni, Goti e Ostrogoti, Longobardi e Svizzeri, Tedeschi, Spagnuoli, Francesi e Valdesi e marchesi e anticristi si sono scatenati sui nostri quattro campi e sui nostri quattro sassi come se questo fosse un circo stato fatto apposta da domenedio perchè tutti i popoli della terra vi si venissero a pestar la cappa del cranio. Per tutto dove si scava, vengon fuori stinchi, caschi rotti e dagacce arrugginite. Che spettacolo, perdio, se saltassero su vivi per i campi e per i colli tutti i soldati che li calpestarono in venti secoli, dai numidi di Annibale agli alabardieri di Francesco I! Sarebbe la benedetta volta che vedremmo il Saint-Mars, spaventato e senza parrucca, precipitarsi dalla Torre del Diavolo nel fossato della cittadella.