E s'avvicinò il battaglione Val di Schio. A noi parve d'udire uno strepito diffuso d'opifici, e di veder sorgere alle falde dei bei monti vicentini centinaia di case d'operai, fiancheggiate d'orti: una piccola città americana, piena di scuole e d'istituti benefici, formicolante d'operai lanaioli, con la gazzetta spiegata fra le mani; e davanti tutte le alture, la forma graziosa di Monte Summano, colorito di fiori. La folla si cacciò innanzi dalle due parti, curiosa, gridando viva Vicenza, viva Schio, viva Thiene. Eran soldati vivaci, facce espressive, fisonomie di montanari sagaci e ragionatori. Il Rogelli si vantava di distinguere una valle dall'altra, di riconoscere i valdagnesi d'origine nordica, scesi dai monti dirupati di Recoaro, da quelli dell'angusta valle dell'Astico, nati all'ombra del Capel del Dose. Ma era pura millanteria. Il battaglione, peraltro, presentava una varietà notevole di volti, e tutte le sfumature immaginabili del biondo dei capelli e del rosso delle carni. Erano bei fusti di giovanotti, degni rampolli di quegl'indefessi contadini del Canale di Brenta che lavorano da tre secoli a convertire in campi fecondi le nude rocce; figli della antica lega dei Sette Comuni, gloriosa dei suoi cinquecento anni di governo autonomo, e della sua fedeltà cavalleresca a San Marco; ingagliarditi alle aure “pregne di vita„ dei boschi e dei pascoli sull'ubertoso altipiano che si leva tra la provincia di Vicenza e Valsugana. Chi sa! Ve n'eran forse parecchi nati in quei villaggi fuori di mano, dove si parla ancora il dialetto cimbro; v'era certo qualcuno di quegli ossuti ed agili montanari che tiran giù le slitte al fondo della valle dal bel villaggio d'Enego; e non pochi, senza dubbio, che avevan già fabbricate molte migliaia di quei milioni di scatole e di secchie che portano sin di là dall'Oceano il modesto nome del loro paese. Vaghi paesi, leggiadre borgate dai tetti aguzzi, dove suona il canto melanconico delle bionde intrecciatrici di paglia, solitudini predilette dalle fate bianche che regalano le matasse miracolose, o infestate dai nani rossi, che scarmigliano i capelli alle ragazze; riposte valli dalle leggende eroiche e dalle tradizioni misteriose, piene di poesia e di bellezza, troppo ignorate da noi, vagabondi cercatori d'ispirazioni straniere! E tu pure ci avevi in quelle file il tuo sangue, o bella madre di pittori, vecchia Bassano dai verdi poggi, donde
scende la Brenta al mar tacita e bruna,
e tu Marostica industre, che tendi al cielo, come un braccio titanico, il nero torrione di Can Grande; e tu, tomba famosa dell'insuperabile cantor maccheronico, o Campese; e tu, Asiago ridente, che spandi per monti e per valli gli accordi armoniosi delle tue campane, vibranti ancora nell'anima dei tuoi figli lontani come la dolce voce dei parenti! — Viva Bassano! — gridò la folla. — Viva Recoaro! — Viva Valdagno! — Il Rogelli urlò: — Viva i Sette Comuni! — Ma la signora l'interruppe per domandargli se sapeva delle parole cimbre. Ed egli disse rapidamente: — Kersa, pluma, langez, sbalbala, taupa, veuer, stearn, sela, engel, Got. — E siccome l'entusiasmo lo metteva in vena di galanteria, tradusse con un crescendo appassionato: — ciliegia, fiore, primavera, rondine, colomba, foco, stella, anima, sole, angelo, Dio. — E matto, come si dice? — domandò mistress Penrith. — Narre! egli rispose, esaltandosi. Ebbene? Sì, oggi son matto, e dico che un vecchio italiano che non diventa un po' matto, al veder passar tutti insieme per la prima volta i figliuoli armati delle Alpi, ha meno cervello in capo di quelli che lo perdono! Ah! poveri patriotti morti, poveri nostri vecchi sepolti, che non li potete vedere! — Ed eccitato com'era, si sarebbe lasciato soverchiar dalla commozione, se gli applausi fragorosi che salutavano Val di Schio, non fossero stati interrotti improvvisamente da uno squarciato grido: — Val Brenta! — che annunziò un nuovo battaglione.
— Val Brenta! — rigridò la folla voltando le diecimila teste verso il battaglione che s'avvicinava. Fu come un soffio d'aria di Venezia che ci venne in viso. — L'agronomo fece l'atto della deglutizione, socchiudendo gli occhi, e sclamò: — Ah! l'eccellente Verdiso! — Ecco gli Alpini di
là dove il Sile a Cagnan s'accompagna.
Era Treviso che veniva innanzi, la prediletta amica di Venezia, la giovanile e arguta Treviso, felice della divina ricchezza d'acqua, d'aria e di verde che le dà salute e fragranza. Eran soldati d'aspetto geniale, d'occhi sfavillanti, d'andatura viva e sciolta; figure di montanari, molti, ma come ingentiliti anche di fuori dallo spettacolo d'una bella natura, illeggiadrita dall'arte; molti visi che facevano supporre una vena di bizzarria piacevole, estri di capi originali, fantasie vivide e mobili come fiammelle agitate. — Questi son di buon umore! — esclamò il Rogelli. — Non c'è caso che lascin languire la conversazione al bivacco o morire il canto per via. E una destrezza a menar le forbici! Ma da ragazzi di garbo, senza forare la pelle. Hanno il folletto in corpo. È uno spasso. — La folla li assordava d'evviva, essi sorridevano. Si pronunziavano da ogni parte, come nomi d'amici, i nomi dei loro paesi, così noti e simpatici a tutti; e la prode Conegliano passò, con le sue torri e i suoi cipressi, bella come un sogno di pittore, e quel beato angolo di terra di Valdobbiadene, quasi diviso dal mondo, e i colli di Montebelluna, sparsi di ville, vestiti di pampini, irti di frutteti, e l'adolescente Vittorio, chiusa fra le braccia dell'Alpi. — Ah signori, Asolo! — esclamò la signora Penrith, appuntando il dito bianco sulla tabella di reclutamento. — Pensare che ci saranno dei soldati di Asolo! Cugino, indicatemi i soldati d'Asolo! — Questo superava la percezione e la presunzione anche del Rogelli. Ma la signora non insistette, chè già l'aveva portata l'immaginazione all'Asolo del cinquecento, davanti alla pomposa Regina di Cipro, seduta all'ombra dei baldacchini di broccato d'oro, in mezzo a una corona di letterati e di principi; e udiva le grida delle cacce e delle giostre, e come la musica, lontana di quel breve regno gentile. — Viva Treviso! — gridò la folla. — Viva Conegliano! — Viva l'amorosa marca! — gridò il Rogelli. — Signori, vent'anni sono, in questo medesimo giorno, entrava in Treviso il primo drappello dell'esercito italiano! — Queste per Asolo! — disse la signora, gettando una pugnata di viole ciocche. E tutta la moltitudine, come obbedendo al cenno d'un solo, gridò in coro anche una volta: — Viva Val Brenta! — E gli ultimi soldati passarono, poderosi ed alteri come le quercie della loro “magna selva Fetontea„ girando sugli spettatori le pupille chiare e potenti, come quando nei dì sereni si voltano dalle loro alture a guardare all'orizzonte Venezia, somigliante a un'isoletta azzurra perduta tra i vapori dell'Adriatico.
E altri squilli di tromba echeggiarono, e un altro battaglione s'avanzò, d'un aspetto nuovo.... Salve, Belluno antica, cinta di monti superbi che affondan le fronti bianche nel cielo; salve, o piccola Pieve immortale, sfolgorante della gloria del tuo Tiziano; orrida gola del Cordévole, tagliata a picco nelle alte rupi dolomiche, dalle forme mostruose; salve, o conca paradisiaca d'Agordo, cerchiata di montagne splendide, simili a sterminate piramidi di candido marmo, o maravigliosa muraglia di Monte Civita, o gigante Antelào, o inespugnabile nodo di gioghi e di boschi, Scozia d'Italia, popolata di villaggi di legno, su cui brillano le chiesuole nivee, e s'alzano come lance i campanili snelli ed acuti, gloria a voi, poetiche valli dal sorriso triste, così belle allo sguardo, così dure alla vita; e ai figli vostri, e ai figli dei lottatori impavidi del 48, ai Cadorini dal saldo petto, così pronti sempre a invermigliare di sangue le loro rocce per ricacciar gl'invasori. La folla li salutò con uno slancio d'affetto caldissimo, gridando parole che scotevan tutte le fibre, ed essi passavano composti, con una cert'aria di curiosità riflessiva, come di gente venuta da lontano. — Viva Auronzo! si gridava da ogni parte. Viva Pieve di Cadore! — Viva Perarolo! — Viva Lorenzago! — E a quei nomi alzavan la faccia, e guardavan qua e là, come se dovessero veder qualche cosa dei loro paesi; ed eran facce che dicevano una vita di sacrifizi e di ardimenti: facce di cavatori di rame dei monti d'Agordo, di conduttori di zattere del Piave, di boschieri, abituati a parlarsi a cenni nello strepito assordante delle cascate d'acque e dei venti, e a giocar la vita ogni giorno fra i torrenti e le rupi; facce d'antichi scottoni, che da fanciulli avevan portato il cibo ai boscaiuoli, a prezzo di pericoli mortali e di stenti terribili, visi dai lineamenti risentiti e gravi, che nella loro freschezza giovanile raccontavan già la storia di molte emigrazioni oltre l'Alpi, di fatiche, di privazioni di molti anni accumulate in pochi mesi, per metter da parte e riportare a casa qualche scudo; visi d'una bellezza loro propria, irradiata dall'anima indomita, che faceva correr la mano al saluto reverente prima che all'applauso festoso. Era il penultimo battaglione, eran del Cadore; la folla li costrinse due volte a fermarsi; una tempesta di fiori cadde su quelle larghe spalle e su quelle braccia di ferro; le acclamazioni copersero il suon delle trombe. La signora Penrith, consapevole della particolare simpatia dei concittadini pel Cadore, si credette obbligata a mostrare una commozione insolita, ricordando con rotte parole la sua gita a Pieve, alla casa del Tiziano, convertita in beccheria. Il Rogelli gettava ai soldati delle frasi cadorine: Fra nos, nos bos, nos vacis, faron nos fatis; ma morivan a mezz'aria negli applausi. Il comandante dell'ultima compagnia lo riconobbe, passando, e gli fece un cenno. — Ah! capitano, — gli gridò dietro il Rogelli, esaltato da un ricordo improvviso, — la nostra gita a Caprile con gli alpinisti! L'abbraccio alla vecchia colonna col leone di San Marco! La colezione davanti alle due bandiere della Serenissima! Ah! il mio Cadore adorato! — Ma gli portò via la parola il doppio acutissimo grido della moltitudine, che mandava l'ultimo addio a Val Cadore e il primo evviva a Val Tagliamento.