E allora si sollevarono dinanzi a noi i quattro prodigi delle Alpi: fu come una rapidissima sfolgorante visione del Monte Rosa e del Monte Bianco, del Cervino e del Gran Paradiso, di dieci valli, di cento laghi, di mille picchi, e di formidabili abissi, e di castelli merlati, e di torri e d'archi romani, e di vasti boschi d'abeti e di pini, imbiancati dalla luna e squassati dal vento dei ghiacciai. Benvenuti i granitici figli della grande vallata. A tutti parve di veder guizzare tra le file le gonnelle rosse delle ragazze di Gressoney, e alzarsi i larghi cappelli rotondi e i capricciosi berretti neri delle montanare di Challant e di Cogne. E tutti intesero gridare il nome del loro paese, le guide di Valsavaranche e i pastori di Valpellina, i vignaioli di Valtournanche e gli spazzacamini di Rhêmes, i tessitori di Valgrisanche e i figliuoli d'Aosta, italiani tutti nel cuore, qualunque sia il linguaggio che suoni sulle loro labbra, e prodi, certo, alla prova, come i loro padri della vecchia brigata, che il Piemonte venera ancora. — Viva Aosta la veja! — gridò la folla, rimescolandosi. — Viva Crodo! Viva Domodossola! Viva Val Sesia! — Poichè v'erano pure nel battaglione i figli di quella nobile valle, sulla quale spira come un'aura gentile la gloria di Gaudenzio Ferrari, che suscita e tien vivo nelle anime più incolte un sentimento amoroso dell'arte; di quei recessi profondi e tranquilli, di dove si vede lì come a un trar di mano sorridere e arrossire il Monte Rosa sotto il primo bacio del sole; di tutti quei bei villaggi di linguaggio e d'aspetto tedesco, che presentano ciascuno, come un fiore proprio, un costume di donna tutto grazia, colori e bizzarria. Passavano dei cacciatori d'aquile e di marmotte, degli stuccatori e dei marmoristi, dei giovani altissimi, delle teste bionde come il grano, dei nativi di Fobello, che ha fama di dar le più belle ragazze delle Alpi, graziosamente incoronate di nastri verdi e vermigli, ricadenti sopra le spalle: dei fratelli, dei fidanzati forse di quelle forti Margherite dell'alta valle di Sesia, che veston i giustacuori neri e scarlatti, trapunti d'oro e d'argento, scintillanti al sole come corazze di principesse guerriere. E la moltitudine gridava: — Viva Ivrea! Viva Vercelli! Viva Novara! — Era l'ultimo battaglione piemontese che passava, gli ultimi figli del grand'arco dell'Alpi che va dal Monte Rosa al Colle di Cadibona; i cuori batteron più forte, i fiori piovvero più fitti, i saluti presero il suono d'un addio, e si prolungarono.... Quando a un squillo delle nuove trombe che venne d'in fondo alla piazza, tutta la folla si voltò da quella parte impetuosamente, e il cielo risonò d'un grido solo: — La Lombardia!
Fu un'apparizione splendida e cara, un'ondata di poesia manzoniana che c'entrò nell'anima. Il battaglione Valtellina, i figliuoli del Resegone, chi non li conosceva? i compaesani di Lucia, d'Azzeccagarbugli e di Don Abbondio; le cui sorelle e le amanti portano ancora nelle trecce la raggera di lunghi spilli e il busto di broccato a fiori e la gonnella corta di filaticcio di seta. Ah! quelli sì avrebbero fatto la meritata accoglienza ai lanzichenecchi del Conte Rambaldo! Buona e prode Valtellina, che si gloria di non aver lasciato combattere battaglia nazionale, dal quarant'otto al sessantasei, senza farvi correre un rigagnolo del suo nobilissimo sangue. Devota morti pectora liberae, ancora, come contro alle legioni di Claudio Marcello e di Publio Silo. Venivano, e a noi pareva d'attirarli con la forza della simpatia profonda che c'ispiravano. La folla salutò il battaglione con un grido d'allegrezza. Erano bei soldati, d'aspetto montanino; ma singolarmente sereni, e quasi brillanti nel viso, che facevan pensare a cinquecento Renzi vestiti a festa, che andassero a domandare il giorno al curato. L'agronomo, invece, pensò al buon moscadello bianco e grigio dei loro paesi, lamentando la crittogama che aveva rovinato quei preziosi vigneti per dieci anni. — Ah! se fosse vivo Donizetti! — esclamò il Rogelli; — Donizetti che sentiva la montagna, che marce avrebbe composto per il suo battaglione alpino! — V'eran lì dei compaesani di Tommaso Grossi, dei giovani cresciuti fra i giardini deliziosi di Bellagio, dei figli delle tre pievi della riva occidentale, e della pianura infame, e della malaugurosa gola di via Mala, confusi a pescatori di Riva, e lavoratori della bella e selvatica Valassina chiusa nell'abbracciamento amoroso del lago, e a pastori dei monti bergamaschi, avvezzi al fragore della cascata del Brembo, o scesi dai villaggi che sentirono primi il fremito e l'eco del giuramento di Pontida. — Buona e brava gente, — disse il Rogelli; — dai petti di ferro e dai cuori d'oro, belli egualmente a vedere quando porgono la mano all'ospite e quando l'alzano sul nemico. Molti di quei soldati avevano padri e fratelli nella Nuova Zelanda o in Australia, dove lavorano al taglio dei boschi o alle miniere, e ricevevan denari di là; e non pochi di essi vi sarebbero andati, forse; ma per ritornare, certamente, poichè per la patria essi rovesciano il proverbio: Lontana dagli occhi, vicina al cuore. Una rosa alla Valtellina, mistress Penrith! — Viva i Valtellinesi! — gridò la folla. — Viva Lecco! — Viva Bergamo! — Viva Chiavenna! — E ci parevan più belli e più trionfanti quei soldati italiani, perchè vedevamo con la fantasia, di là da loro, come il fondo oscuro d'un quadro lieto, la miseranda Lombardia del seicento; e pioveva fiori da tutte le finestre e da tutti i palchi; e brillava negli occhi di tutti un sorriso, un'espressione di gaiezza insolita, come se vedessero tutti all'orizzonte la riva maravigliosa del lago di Como, fuggente sulle acque azzurre e sotto il cielo rosato.
Un altro battaglione, un'altra visione. Si levano a destra i monti scoscesi ed altissimi che fanno cintura da settentrione a Val Brembana e a Val Camonica e le cime bianche della giogaia del Tonale, di là dalla quale è il Tirolo tedesco; a sinistra la muraglia immensa delle Alpi, una fuga di coni e di guglie che fendon le nuvole, un ammasso prodigioso di ghiacciai, oltre i quali è il Canton dei Grigioni; e fra queste due formidabili pareti salta l'Adda giovane e sfrenata, disputando il fondo della valle alla grande strada che risale dalla pianura lombarda ai gioghi dello Stelvio, e trapassa l'intera catena. — Viva l'alta Valtellina! — s'udì gridar da ogni parte, e da un capo all'altro della piazza. — Viva la madre delle valli! — gridò il Rogelli. — Qui ci sono i figliuoli di quei temerari tiratori bormiesi che condussero per il passo della Reit la colonna dello Zambelli a sorprender la compagnia austriaca nel fortissimo sito dei Bagni vecchi. C'è dei giovani della gola del Ponte del diavolo che hanno visto da fanciulli fuggir gli austriaci sotto le fucilate delle guardie nazionali del Guicciardi. — E voi non v'entusiasmate? — domandai all'agronomo. Questi rispose che non conosceva i vini della valle. Ma ammirava l'aspetto guerresco dei soldati: carnagioni più sanguigne, occhi e capelli più chiari di quelli del battaglione della valle bassa, visi ossuti e gravi, su cui pareva improntata l'austerità selvaggia dei loro luoghi nativi. Erano vigorosi montanari del bel bacino di Sondrio e delle valli solinghe del Livrio e di Venina, giovani nati nella spaurevole bellezza di Val Malenco e alle falde del monte delle Disgrazie; figli della turrita Bormio, triste della sua gloria caduta; cresciuti in quel labirinto di valli, di balze, di gole, d'abissi, gioia e disperazione degli alpinisti, che si stende e s'inalza intorno a Bormio fino al gruppo dei giganti dal capo eternamente candido, a cui impera l'Ortler titano. — Ludri! — gridava Rogelli pien d'entusiasmo; — ragazzi con le gambe d'acciaio e col fegato di bronzo, che cimentan la vita per andar a strappar gli ultimi fili d'erba sull'ultime roccie che pendon sui loro villaggi; lestofanti che, dopo una marcia da ammazzare i muli, domandano un permesso di dodici ore per andarne a passare una e mezza a casa loro, e partiti a piedi a mezzanotte, ritornano al campo a mezzogiorno, a restituire la penna d'aquila che si son fatti imprestare dal compagno per far colpo sull'amorosa. Questo particolare fece sventolare il fazzoletto alla signora Penrith, che s'attirò uno sguardo riconoscente d'un caporale della terza compagnia. Molte persone si levarono in piedi, le grida raddoppiarono. Alcuni gridavano a caso dei nomi sconosciuti di paesetti rimpiattati fra le rupi, — nidi di fabbricatori invernali di sedie e di culle, nei quali il parroco è maestro, medico, oste e scrivano; — e qualche soldato, al suon di quei nomi, voltava il viso, con una vaga espressione di curiosità e di compiacenza; e allora molte voci e molte mani lo salutavano. E così passò l'ultima compagnia assordata dagli evviva, ricacciando a destra e a sinistra, coi suoi plotoni inflessibili, le onde irrompenti della folla.
Seguirono alcuni momenti di silenzio e poi scoppiò una di quelle tempeste di voci umane, di cui si porta l'eco nell'anima per la vita. Erano i figli della lionessa d'Italia, era il battaglione della valorosa Val Camonica, che s'avvicinava, bello, serrato, superbo; svariato di tipi singolarissimi, dai giovani tarchiati, di viso largo e diritto, di naso ricurvo e d'occhi neri, rivelanti l'antica immigrazione umbra ed etrusca in Val dell'Oglio; alle alte figure bionde, dal viso rotondo e dagli occhi celesti, che tradiscono gl'innesti slavi, longobardi e alemanni; un mirabile battaglione davvero, un torrente di sangue caldo e generoso, di gioventù audace e possente, altera del nome bresciano, pronta in pari modo alle violenze dell'ira e alle ispirazioni d'ogni affetto più nobile; dal cui linguaggio tronco e vibrato traspare la bontà risoluta e sincera. Nell'altissimo grido: — Viva Brescia! — che alzò la moltitudine, v'era un saluto agli eroi della grande difesa del 49: — i soldati capirono; — e tutti quegli occhi corruscarono come carboni accesi. Erano abitatori degli aspri monti forati come madrepore dalle cave di ferro; figlioli del solitario Bagolino, discendenti dei bellicosissimi hominum, rispettati da Bruto; ardimentosi cacciatori d'orso di Monte Vaccio; e aitanti mandriani di Mù e di Saviore; eran lavoratori di metallo di Val Gobbia, lavoratori di marmo di Rezzato, tagliatori di pietra di Cortenèdolo, e carbonai di Pezzo, cresciuti sotto la selva sacra degli abeti e dei larici giganteschi, da cui scende a valle di notte il prete favoloso che cresce di statura a ogni passo. E ci balenava alla fantasia il romantico lago d'Iseo, mentre passavano, e l'Idro alto e triste, e la faccia tetra del Lago nero, e i riflessi argentei del Lago bianco; e la piccola Salò, madre gentile di figliuoli forti; e tutti quei poggi e tutte quelle valli, già rosseggianti di divise e di sangue garibaldino, i cui nomi ci avevan fatto tanto battere il cuore nel 66; e sentivamo tra gli squilli delle trombe sibilare al vento le fitte selve di quel piccolo Eden alpestre di Val di Scalve, e ruggire precipitando l'Ario furioso, coronato di mille arcobaleni. Chi sa che non ci fosse un soldato di quell'indimenticabile villaggio di Cimbergo, appiccicato alle altissime rupi come un nido d'aquila? o l'ufficiale che battezzò il passo della tredicesima ai piedi del Monte Adamello? Il Rogelli conosceva tutti, chiamava dei sergenti per nome, salutò con espansione il comandante della fortunata compagnia che si gode l'estate all'ombra dei colossali castagni d'Edolo, nell'antico luogo di passo dei pellegrini diretti a Roma e a Terra Santa; e non sentiva la voce insistente dell'agronomo che gli chiedeva notizie del vin di Volpino; mentre la folla gridava freneticamente, agitando fazzoletti e cappelli: — viva Val Camonica! viva Brescia! viva gli eroi del 49! e gli ultimi due plotoni passavano, con l'anima e gli occhi rivolti al Re, lasciando come un ribollimente di procella in tutto quel sangue italiano.
Altre trombe squillarono, un nome sonò, e mille nuove immagini, come un getto di scintille di mille colori, ci luccicarono alla mente: colli verdi, antiche torri, un gran fiume, e Giulietta, e l'Arena, e le tombe, e Dante esule, e Catullo, e i grandi quadri del Veronese: quanta Italia! S'avanzavano le compagnie dei Monti Lessini, dei giovani alti, di forme fatticce e svelte, e d'occhio vivo: nati in buona parte su quei benedetti colli che sentirono tuonare il cannone della speranza nel 48, nel 59 e nel 66, e tre volte videro la speranza svanire all'orizzonte col fumo delle ultime cannonate. La folla li accolse con una musica strepitosa di battimani e d'evviva, dominata dal bel nome di Verona. — Son facce simpatiche, — disse la signora; — ci son già dei tipi veneziani. — Ci son dei nativi di Valpolicella, — osservò l'agronomo, scotendo il capo, come per dire: — fortunati mortali! — Il Rogelli inneggiò alle bellezze dei Monti Lessini, vestiti d'un verde di smeraldo, picchiolati di centinaia di fattorie, dove si beve un latte da principini ereditari, di cui gli alpini si fanno delle spanciate da vitelli. Egli era stato l'anno innanzi con una compagnia alpina nella valle di Bertoldo, dove l'illustre Bertoldo è nato, ed era andato ad affacciarsi al grande baratro del vallon di Campegno, a quello spaventevole pozzo, dove si conserva il ghiaccio eterno; — e aveva tirato indietro per i capelli, appena in tempo, uno di quegli scervellati ragazzi, che faceva la marionetta sull'orlo. Aveva praticato tutt'e quattro le compagnie. V'erano giovani di tutte le parti del Veronese; di quelli degli ultimi gioghi del regno, nati alle porte sospirate del Trentino; coltivatori dei campi di battaglia di Pastrengo e di Rivoli; e colligiani cresciuti sulle ariose alture da cui minacciano ancor la campagna i castelli diroccati degli Scaligeri. — O bel paese! — esclamò. — O Caprino! O Bardolino! O San Pietro Incariano! — Ah sì, gli si poteva far eco. O bel monte della Rocca di Garda, dai burroni fasciati d'ulivi e di mirti, che si dipingon sull'acque! O bell'orto d'Italia, monte Baldo glorioso, dalle smisurate radici, che vedi da una parte ai tuoi piedi la calata maestosa dell'Adige, aspettato all'amplesso dalla sua metropoli armata, e dall'altra quella bellezza infinita d'isole e di penisole, di castella e di porti, e d'inaccessibili rupi e di fosche selve, e i battelli scorrenti sull'acque limpidissime del Benaco, o i cavalloni furibondi che sollevano sino al tuo capo il muggito della tempesta! Bella e cara terra, amata d'un amor sacro e triste da chi ti vide per la prima volta dalle alture insanguinate di Monte Croce! — Bei e cari fioi pieni de cor e buon umor! — esclamò il Rogelli. Marcerebbero tutto il giorno per poter ballare tutta la notte! E raccontò che mentre egli arrivava morto alla tappa, essi facevano sbucare le montanine non si sa donde, e ballavano a suon di tromba e a lume di luna per tre ore gonfiate, e poi andavano ancora a implorar dal capitano un'ultima polka, con l'aria di chi chiede la grazia della vita. — Viva gli Alpini, ost...! — gridò. — E mille voci ripeterono: — Viva gli Alpini! Viva i Monti Lessini! Viva Verona! — E un visibilio di fiori cadde sui talloni delle ultime file, che disparvero nel polverio della piazza, insieme alla visione del Lago di Garda.