Allora si vide una festa di famiglia bellissima, un battaglione che entrava trionfalmente in casa propria, soldati nati a un passo fuor di Pinerolo, figliuoli della forte Fenestrelle, della ridente Perosa, della bella Giaveno, ricevuti nella loro piccola capitale, dove li aspettavano i parenti, gli amici, le belle, che s'erano conquistati i primi posti tra la folla a furia di gomitate, e che aspettavano da varie ore quel sognato momento: non v'erano d'estranei che quei di Cesana e della città di Rivoli, l'Auteuil di Torino. Si vedevan nella calca molte donne dell'alta valle di Fenestrelle con quegli strani cuffioni bianchi, che paiono grandi elmi di carta; molte di quelle vispe montanine di Pragellato, che nei loro balli tradizionali, a una nota convenuta del violinista, s'arrestano, e danno e pigliano dal ballerino un lungo bacio sulla bocca; e centinaia di ragazze degli opifici, con gli occhi lustri e antiche facce di nonni, ch'eran forse calati dai loro villaggi per l'ultima volta. Non aspettarono che passasse le prima compagnia: scoppiarono all'apparire dei zappatori. Pareva che non li avessero più visti da anni. Urlavano e ridevano, agitavan le braccia, chiamavano i soldati per nome, si cacciavano in mezzo ai plotoni, volevano romper le file. Gli altri spettatori, commossi, non applaudivano più. La signora inglese inumidì le frange del suo ventaglio. Essa credeva che quell'espansione affettuosa fosse l'effetto di una lunga separazione. Ma il Rogelli la disingannò. Si vedevan molto sovente, anche troppo. Era il lato debole degli Alpini quello di passar troppo spesso vicino a casa. Si poteva dire che le uniche mancanze loro erano gli scappamenti. Innamorati del loro angolo di mondo, come tutti i montanari, quando vedono di lontano il campanile del villaggio, sono affascinati: sanno quello che li aspetta dopo la scappata, non monta; svignano che il diavolo li porta, e ritornano poi col capo basso e col viso lungo, rassegnati al castigo previsto, che scontano senza rifiatare, ruminando i lieti ricordi; e se qualche cosa li trattiene talvolta, non è il timor del castigo, è il terrore d'esser ripescati a casa dall'arma benemerita, e di farsi vedere nella propria valle in mezzo ai cappelli a due punte. — Poveri uccelli di montagna! — esclamò il Rogelli. — Bisogna vederli poi l'inverno nelle città grandi, dove non han mai messo piede, che altra gente diventano, come paion piovuti dalle nuvole! Tornano dal teatro sbalorditi, si smarriscono per le vie di pieno giorno, corron come matti al suono della ritirata, scantonando a casaccio, presi dalla furia e dall'affanno; e guai alle costole degli urtati! E sempre sospirano l'estate che li ricondurrà alle loro montagne e ai loro parenti; ai quali, nel frattempo, scrivono delle lunghe lettere faticose, su fogli comprati uno alla volta, col soldato alpino sul margine. E intanto il battaglione Val Chisone era passato, e i soldati degli ultimi plotoni si scotevano in fretta dai cappelli e dalle spalle i rododendri e le margherite, che cadevano insieme ai pensieri della famiglia e dell'amante, nel cospetto del Re.


Un'altra indiavolata musica di trombe, un altro battaglione d'atleti rosei, e di nuovo mille grida in un grido: — Ecco i Valsusini. — S'avanzava il battaglione Val Dora, il meglio dei figliuoli della valle famosa, del canale d'eserciti, a cui dà il nome la vecchia Susa, chiave d'Italia e porta della guerra, che vigila le vie del Monginevra e del Moncenisio, e guarda le Alpi Graie e le Cozie. Eran giovani d'ogni parte della lunga valle, dal ventaglio di vallette che s'apre intorno alla fredda Bardonecchia, fino ai bei laghi di giardino, che danno grazia e fama a Avigliana. — Che pezzi di colonne! — esclamò il Rogelli, inorgoglito; — veri pilastri di cattedrale! — Tali erano infatti. Si trovavano là in mezzo degli intrepidi pastori che avevan passato l'adolescenza a guidar pecore fra gli aquiloni che flagellano le cime del Rocciamelone e della Ciaramella, dei tenaci lavoratori delle cave di Bussoleno; dei membruti contadini d'Oulx, nati in fondo a un sepolcro immane di montagne. L'agronomo lanciò un'esclamazione solitaria, ch'era come il frammento vocale d'un soliloquio muto: — Il vino di Chiomonte.... ah lo credo! — Lepide usanze! — disse, come fra sè, il Rogelli. C'eran lì i soldati di Gravere, che quando si presenteranno alla casa della sposa per condurla in chiesa, troveranno sull'uscio una vecchia sformata e cenciosa, la quale vorrà darsi in cambio della ragazza, e ne seguirà un diverbio di commedia, fin che la vecchia butterà una mestolata di riso in faccia al giovane, che scapperà coi compagni ridendo. Quelli di Monpatero, invece, avranno il comodo di poter calcolare la dote delle ragazze dal numero di strisce rosse che portano in fondo al gonnellino nero nei dì di festa. Altri vedranno scappar la sposa di chiesa dopo il sì, e dovranno andarsela a cercare per molte ore, fin che la troveranno in un nascondiglio... che sapranno prima. V'erano nel battaglione anche dei giovani di San Giorio, i quali, nel giorno del Santo Patrono della cavalleria, accompagnano la processione, vestiti d'ogni sorta di carnovalesche divise, brandendo mostruosi spadoni, e battendosi per via, a capriole e a versacci, fin che si ribellano al loro duce, e ammazzatolo, lo copron d'erba, e ne eleggono e portano un altro in trionfo. Chi avrebbe sognato mai quelle fantocciate guardando quei visi composti e quegli occhi fissi! Curiosa gente, a cui le montagne enormi, e i giochi strani della luce e le oscurità spaventose dei luoghi ove vivono, volgono la mente alle superstizioni. E credono e raccontano storie miracolose d'inabissamenti di monti e di apparizioni terribili, e consultan gli stregoni e ragionan coi morti la notte. — Con quelle facce lì, sì signori! — gridò il Rogelli guardandoli, col suo largo riso paterno. — E porteranno nelle marce le tasche piene di minerali per il loro tenente, od anche una marmotta viva, o un miriagramma di muffa per farsi il letto; ma un teschio trovato fra le rocce, per il museo alpino del maggiore, ah! mai al mondo.... Ah i miei cari semplicioni! Evviva la faccia vostra! Evviva Val Dora! — E la folla ripetè entusiasticamente: — Evviva Val Dora! Evviva Susa! Evviva Avigliana! — fin che fu intronata alla sua volta dalla fanfara infernale di Val Moncenisio.


Era il battaglione gemello di quel di Val Dora, levato nella stessa Comba di Susa e nelle tre valli sorelle per cui scendono a salti sonanti i tre rami della Stura di Lanzo, e sui poggi ameni di Corio, di Rivara, di Fiano, di Ceres, seminati di borghi floridi e di ville. O belle memorie di scampagnate domenicali, di cene sotto le pergole e di balli nei giardini illuminati! Bei valloni boscosi e freschi, e santuari altissimi, luccicanti come perle bianche sull'immenso manto verde della montagna! A veder le facce di melagrana di quei soldati, venivano al pensiero le fiorenti balie di Viù, ingioiellate come madonne, che spandono intorno un odor di latte e di salute, e le vezzose montanine di Lemie, col loro cappello di feltro nero calcato baldanzosamente sur un orecchio. Mi parve di riconoscerne molti, di averli veduti ragazzi, con le racchette ai piedi, scendere per le viottole coperte di neve, che conducono a quelle povere scuole della valle, dalle cui finestre non si vede cielo. Certo v'eran fra loro dei frequentatori della Comba selvaggia, dove andavano a cacciar l'orso i principi Savoiardi, e di quei che vivono sotto la minaccia perpetua di Roccapendente, e dei nati in quel triste villaggio di Bonzo, al quale per sessantanove giorni dell'anno non si mostra il disco del sole. Quante ne dovevano aver già passate a vent'anni, quali dure prove doveva aver già vinto quella loro gagliardissima tempra! I figli dell'ultima Balme, più di tutti; molti dei quali avrebber potuto raccontare orrende istorie di parenti schiacciati dalle frane, e di tristissimi mesi di prigionia, trascorsi nelle case sepolte, in mezzo alle provvigioni accumulate come per un assedio, che poteva finir con la morte. — Qui ci son degli orfani delle valanghe, — disse il Rogelli, scotendo il capo. La signora Penrith buttò giù una manata di semprevivi. — Viva Lanzo! — gridò improvvisamente la folla. — Viva Viù! — Viva Groscavallo! — Anche i figli di Groscavallo passavano, i discendenti degli audaci minatori che i Duchi di Savoia portavan con sè nelle guerre, i figli di Chialamberto, del piano d'Usseglio, d'Ala di Stura, che scendono l'inverno a fare i brentatori o gli spaccalegna, o vanno fuori di Stato a guadagnarsi la vita coi più duri mestieri, con quell'unica suprema ambizione di riuscire a mettere l'una sull'altra quattro pietre dei loro monti, per morirvi sotto, dicendo: — Muoio nella mia valle e in casa mia! — Ed era ancora l'amore appassionato dei loro monti che metteva in tutti quei capi un solo proposito, visibile negli occhi intenti e nelle fronti corrugate; l'impegno di mantenere le file diritte e parallele a prova di spago, perchè si dicesse: — Come hanno sfilato bene quelli delle tre valli di Stura! — E i cinquecento montanari passarono, allineati come veterani, rispondendo appena con un leggerissimo sorriso degli occhi immobili all'acclamazione della folla; la quale li seguitò con lo sguardo e col grido, fin che apparve dall'altra parte della piazza una nuova penna candida di colonnello, che annunziava i figli d'altre valli e d'altre montagne.


Dal movimento che si fece nella folla si poteva argomentare che il primo battaglione che veniva innanzi dovess'essere un battaglione di conoscenti e di vicini. Era quello di Val Pellice, infatti; formato di giovani di Torre, di Bobbio, di Rorà, d'Angrogna, del fiore dei montanari scomunicati; ma già dimentichi del passato, nati già oltre a dieci anni dopo la redenzione civile dei loro padri; e frammisti ai figli della Rocca di Cavour, ai compaesani del Pellico, del Denina e del Brignone, e ai soldati di Cumiana e di Villafranca. Appena il primo plotone comparve, qualcuno gettò un grido: — I Valdesi! — E quel grido, quell'idea di veder confusi con gli altri quei soldati, in un battaglione nominato dalla loro valle, destinato a combattere sulle loro montagne, in difesa della patria di tutti, fu come una scintilla che fece divampare e prorompere in grida altissime mille sentimenti generosi. Si videro agitarsi tra la folla centinaia di cuffiette bianche di Valdesi; da una finestra cadde una corona con l'emblema della candela della fede; e mistress Penrith, balzata in piedi, ricacciò dentro a stento un grido d'entusiasmo protestante. Cinque barbuti ministri delle valli, ch'erano in un angolo del nostro palco, s'alzarono, scoprendosi il capo. Ma al Rogelli passò un triste pensiero. — A chi sa quanti di costoro, — disse, — è già entrata in capo l'America! — All'agronomo era entrato in capo il vino di Bricherasio, come se l'alito di quei soldati gliene avesse portato alle nari l'aroma. — E rimangon così calmi, — osservò la signora, — così placidi, in mezzo a tante dimostrazioni! — Che vuol lei! — riprese il Rogelli; — sono Alpini. Son tutti così. Ma vedono e sentono tutto, non dubiti. Come in montagna. Vanno su zufolando, e paion distratti; ma nulla sfugge al loro sguardo e al loro orecchio: nè il pietrone accanto alla via, che l'anno passato non c'era; nè una scorciatoia che faccia risparmiar cinque passi; nè il suono d'una voce lontanissima che noi non udremmo neppure un miglio più avanti. Ah! i sensi degli Alpini, signori! Dove noi non distinguiamo una casa da un masso, essi distinguono una donna da un uomo; odorano l'erbe da insalata a dieci passi di distanza, sentono al fiuto l'acqua nascosta e la nebbia che s'alza; indovinano il sentiero invisibile, prevedono il burrone lontano, capiscon dallo scroscio del torrente se si può o no guadare, vi segnano la pioggia e la neve dove voi non vedreste una grandine di formaggi d'Olanda, e riconoscerebbero le orme d'una cavalletta. E son quei lupi di montagna lì, quelli lì proprio! — esclamò, accennando i soldati. E in quel momento appunto i lupi della prima compagnia sfilavano davanti al palco reale, e quelli dell'ultima davanti al nostro, rilevando il largo busto e la fronte ardita sotto la calda carezza della patria.


Avanti il battaglione Val d'Orco! Avanti il bel Canavese verde, padre dei vini generosi e dei gagliardi lavoratori, dall'anima aperta e dal sangue bollente, impetuosi nell'ire e nell'allegrezza come le piene dell'Acqua d'oro! Avanti i calderai infaticati di Cuorgnè sonora, i fabbricanti di cucchiai d'abete della romita Ceresole, e i vignaioli dalle gaie canzoni, che rompono i silenzi dei castelli d'Agliè e di Valperga! In mezzo a questi, venivano i montagnoli dell'industriosa Val Soana, gli zingari del Piemonte, buoni ad ogni arte e ad ogni mestiere, e parlanti fra loro uno strano gergo furbesco; e quelli di Valchiusella, curiosi e cortesi, e di bell'aspetto; — i più tenaci faticatori delle tre valli; — i quali, per compenso di non poter pronunciare le esse, posseggono le più appetitose ragazze della regione; dei visetti provocanti di santarelle fallite; — quelle di Rueglio; — vestite d'una sottana che stringe il ventre e s'arruffa dietro in mille piegoline, e d'un giubbetto ricamato, su cui s'appoggiano e tremano i più sodi tesori del Canavese. La folla salutò il battaglione con grida gloriose di: — Viva Ivrea! Viva Castellamonte! Viva Locana! — quando una voce stentorea dal palco vicino urlò: — Viva Pietro Micca! — Perdio, aveva ragione: v'erano nel battaglione i figliuoli della Manchester d'Italia, i compaesani di Quintino Sella; v'erano i giovani di Val d'Andorno. Mille grida echeggiarono: — Viva Micca! Viva Andorno! — E tutti gli occhi cercarono in mezzo alle file gli abitanti di quel fresco paradiso di Val del Cervo, ordinato e pulito come un parco reale, dove tutti san leggere e nessuno tende la mano; cercarono quei muratori nati, quei minatori d'istinto, quelli scalpellini partoriti apposta, che vanno a fare il gruzzolo e a onorar la fibra italiana in tutte le plaghe dei venti; altrettanti rozzi Quintini per ardimento, pertinacia e buon senso; e a tutti passarono per la mente le loro grandi ragazze, curve sotto l'ampia gerla, in cui porterebbero l'amante sulla Mologna; biancorosate che paion dipinte dal Rubens; con quegli occhi color di zaffiro, e quel fazzoletto a colori serrato intorno alla fronte bianca, e quelle maniche di camicia tagliate al gomito, che lascian vedere le braccia di lottatrici. — Ah che bellezza di battaglione! — esclamò il Rogelli. — Ah! il buon vino di Valdengo! — sospirò l'agronomo. E la signora buttò una rosa per aria dicendo: — A Pietro Micca! — E la moltitudine vibrò un lunghissimo grido, in cui si sentì un fremito d'affetto per il salvator di Torino. E tutti quei giovani passarono, sorridendo di gratitudine, come per dire che nei lontani paesi dove sarebbero andati a guadagnarsi il pane per la vecchiaia, non avrebbero dimenticato quel grido.