Il battaglione Val Pesio s'avvicinò, in mezzo ai battimani e alle grida. Eran daccapo piemontesi e liguri confusi, compaesani dello statista Botero e del romanziere Ruffini, del presidente Biancheri e dell'autore di Monsù Travet; figliuoli di Taggia piena di viole, di Bordighera coronata di palme, di San Remo inghirlandata di ville, di tutti i più incantevoli paesi della riviera di ponente; e con loro i soldati di Carrù, di Trinità, di Villanova, della Chiusa, dalle rudi voci, dagli aspri dialetti, dai fieri volti. — Giovani di nerbo e di testa, — esclamò il Rogelli; — dopo cinque settimane di servizio son soldati! — Vini forti e secchi, — disse l'agronomo; — dopo cinque anni di bottiglia, sono un'essenza da principi! — Sono bella gente, — osservò la signora. — Sono Alpini, — rispose modestamente il cugino. — E come ci tengono! Lei dovrebbe vedere alla visita di leva, quando si dice a un aspirante Alpino: — Sei troppo debole, — come si fanno rossi dal dispetto e dalla vergogna. — Ma io ne porto un paio di zaini! — rispondono; perchè vogliono entrar negli Alpini a ogni costo; anche per non allontanarsi da casa, si capisce; ma molto più per amor proprio, in faccia alle ragazze del paese, a cui voglion far la corte con la penna in capo. La signora avrebbe voluto ritrarre il battaglione con la fotografia istantanea. — Ma che! — esclamò il Rogelli. — Questi non sono Alpini! — Bisognava coglierli in marcia, all'apparire d'un villaggio, dove sperano di ballare la sera, quando tutti si rianimano e s'aggiustano sul cappello le stelle di montagna, che non c'è verso di fargliele levare, a quei don Giovanni alpestri ambiziosi. Bisognava vederli dall'alto, quando formano una striscia nera e serpeggiante su per i fianchi nevosi del monte, lunga a perdita d'occhi, che si spezza, si riannoda e lampeggia, facendo risonare la valle deserta di risa e di canti, ripercossi dall'eco di cento gole. Bisogna vederli sfilare come fantasmi sulle vette altissime, velati e ingigantiti dalla nebbia, o far la catena nei passi pericolosi, con la neve fino all'anche, stretti per mano gli uni agli altri, o legati con le corde alla cintura; o camminar brancicando nella tormenta, col berretto calato sugli occhi, col fazzoletto annodato intorno al capo, col bastone in pugno e le crapette ai piedi avvolti e accecati dal nevischio; o correre di notte per la montagna, come un branco di pazzi, in mezzo ai tuoni e ai baleni, dietro alle tende portate via dall'uragano. Bisogna vederli quando precipita un loro compagno non si sa dove, e occorrendo quattro arditi per andarlo a prendere, venti buttan via il cappello e la daga, e sono già sotto a rischiar la pelle, che gli ufficiali gridano ancora: — Prudenza! — Là si vedon gli Alpini! — E come se avesse inteso quelle parole, la folla salutò l'ultimo plotone di Val di Pesio con uno scoppio tonante di evviva, che parve l'urrà d'un assalto.
Un'altra penna di colonnello biancheggiò in fondo alla piazza, e vennero innanzi le nappine bianche del battaglione Col di Tenda, i giovani nati tra le foreste brune e le forre cupe delle due alte valli, in cui scrosciano il Gesso e la Vermenagna; i grossi Limontini dalle facce color di giuncata e di sangue, i fratelli delle Tendesi robuste che portano come un diadema intorno al capo biondo il nastro di velluto nero, e i pastori del vasto altopiano di Vallasco, tempestato di fiori azzurri e bianchi, e delle montagne di Valdieri; molti dei quali, giovinetti, incontrarono mille volte per le loro erte viottole Vittorio Emanuele solitario, vestito da alpigiano, che li salutò col ciau famigliare. Duri soldati, nati in villaggi di duri nomi, stridenti come comandi soldateschi: Entraque, Roccavione, Robillante, Roaschia; cocciuti come quel loro comune famoso, che negò al Re per molti anni il privilegio di cacciare nelle sue terre. E venivano innanzi a passi lunghi, calcando il piede come per provar la saldezza del terreno, e guardando diritto davanti a sè, senza badare agli applausi e agli evviva. — Questi sono solidi! — esclamò il Rogelli. — Frammenti di roccia; tutte ossature di zappatori; trentatrè chilogrammi addosso e via come caprioli; quattr'ore a quattro gambe per la neve a cercare i sentieri coperti; tre giorni filati in mezzo alla furia dei temporali; dei capitomboli da sbriciolarsi il capo, e su, dopo una fregatina di neve alle orecchie, come se niente fosse, con un compagno ferito sul dorso, se occorre; e gelati dal vento che fende la faccia o saettati dal sole che affoca le rocce, su ancora, su sempre; e quando arrivano alla tappa, capaci di scaraventar lo zaino in un burrone per far la scommessa d'andarlo a riprendere, o di scivolar per tre miglia giù da un monte, facendo slitta della giacchetta, afferrati alle maniche come a due briglie. E con questo, in ottantasette giorni di seguito, non un malato nella compagnia! Degli appetiti da Gargantua, e tutti matti per la vite. Li sanno a mente come i dì della settimana, per nome e cognome, i sindaci e i farmacisti che hanno la buona abitudine di offrire il bicchiere ai bravi Alpini! E nelle osterie meglio provviste ci fanno piazza pulita in un quarto d'ora. — E a una domanda della signora: — Dei soldi? — rispose; — sono i Nabab dei soldati degli Alpini; ci pensano i padri e i fratelli che fan quattrini fuor di patria; piovono i vaglia internazionali. Viva il battaglione Col di Tenda! — E quel grido, risuonando in un momento di silenzio, destò l'eco d'altre mille grida, e fece cadere un nuvolo di fiori davanti ai soldati dell'ultimo plotone, che li guardavano stupiti, come per dire: — Fiori?... Bottiglie avrebbero ad essere. E il plotone passò, urtando con l'ala sinistra, spinta in fuori da un ondeggiamento del centro, contro lo steccato d'un palco, che scricchiolò come per un colpo di catapulta, provocando un nuovo scoppio di grida festose e d'applausi.
Ed ecco le trombe arrabbiate e la lunga penna d'aquila del comandante del battaglione Val di Stura. Io vidi lontano il villaggio severo di Vinadio, aggruppato sul pendio della montagna, come un pugno d'armati alla difesa, e il forte minaccioso in alto, e la strada ferrata in fondo alla valle, serpeggiante sui ponti mobili e sotto i voltoni a feritoie, accanto al torrente rotto dalle rocce; e più in là la gola sinistra delle Barricate, allagata di sangue francese; e il colle dell'Argentera, sfavillante delle legioni di Pompeo. L'agronomo vide invece il villaggio di Castelmagno in Val di Grana, celebre pel suo formaggio azzurreggiante, e le belle colline di Caraglio, di cui conosceva il vino, grosso, ma buono. Il battaglione procedeva nella piazza, franco e ordinato, mostrando le sue cinquecento facce rosate e virili, su cui pareva espresso un pensiero solo. Mistress Penrith credette di vedervi un'espressione generale di tristezza, e domandò se quella fosse l'indole degli abitanti delle due valli. — Lei mi fa celia! — rispose il Rogelli, ridendo; — qui fanno gli impostori. — Era da vedersi, come aveva visto lui, con che matta furia, dopo dieci ore di marcia “effettiva„ davano la caccia ai corvi, per l'ambizione di quelle benedette penne, o gareggiavano a far ruzzolar pietroni dai precipizi per snidar camosci dai nascondigli, con la speranza d'assaggiare un boccone da buongustai. E descriveva le scene amenissime dei pasti: gli Alpini su in cima che salutano festosamente l'apparizione dei muli carichi giù nella valle, chiamandoli per nome un per uno, come fratelli; lo squillo del rancio accolto con cento grida di gioia; e via tutti di volo a cercar legna e rododendri a mezzo miglio all'intorno; e in pochi minuti rieccoli carichi di fasci enormi e di tronchi d'alberi interi; i fuochi brillano, le gamelle bollono, gli esperti di culinaria tiran fuori l'erbe colte per la via, lo zucchino o il pomodoro portato in tasca per sette miglia, qualche volta il porcospino o lo scoiattolo cacciati la mattina; e allora salti e allegrie; e chi trita, e chi pesta, e chi soffia: impasticcian salse maravigliose e soffritti incredibili; s'ingozzano di fragole spiaccicate, s'annerano il viso di sugo di more e di bacche di mirtillo, succhiano la borraccia fino all'ultima gocciola, e su, che è risonata la tromba: tutto quel festino è durato trenta minuti, tra apparecchi e primo chilo, e sono già in fila un'altra volta, che ricomincian la salita, affettando e macinando pane placidamente per spazzare il canale cibario, che tornerà a gridar soccorso fra un'ora. — Brochi! Brochi! O Brochi! — gridò improvvisamente il Rogelli, dando in una risata di cuore. — Chi è? Cos'è? — domandarono intorno. Aveva visto nell'ultimo plotone un soldato di sua conoscenza, un mangiatore famigerato, privilegiato di doppia razione e sempre rimpinzato dai compagni, e pure eternamente famelico. Ma il suo grido andò perduto nel clamore della moltitudine che dava l'ultimo saluto a Val di Stura.
I figli del Monviso, signori! — gridò uno studente. Era il battaglione Val Maira che veniva avanti; un battaglione levato nella valle di quel nome e nelle due valli di Saluzzo; i nati su
Le alpestri rocce di cui, Po, tu labi;
cresciuti lungo le umili sponde del rigagnolo che porterà all'Adriatico il tributo di dieci fiumi e di mille torrenti. Giovani di alta statura, di viso pacato e benevolo, con quell'andatura a ondate della gente avvezza a salire; soliti in buona parte di emigrare in Francia l'inverno, o di scendere al piano per le mietiture e per le vendemmie. La folla gridò: Viva val Varaita! Viva Saluzzo! — La prima compagnia ricevette una canestrata di miosotidi da un gruppo di signore saluzzesi affacciate a un terrazzo. Molti soldati avean tra la folla le loro famiglie scese dai monti per salutarli. C'eran dei nativi di Crissolo, che da ragazzi s'erano avventurati tremando nelle tenebre della grande caverna del Rio Martino, echeggiante di fragori misteriosi; e dei Paesanesi, usati a indicare al forestiero la casa leggendaria dove spirò Desiderio; e montanari di Casteldelfino, pratici della foresta stupenda di pini cembri, a cui il Monviso deve il bell'aggettivo di Virgilio. Villaggi, borgate, dove durano ancora costumanze bizzarre antichissime. Parecchi di quei soldati, per esempio, — quelli di Sampeyre, — li aveva portati a battesimo il padrino, con le spalle ravvolte in un fazzoletto bianco, simboleggiante il suo ufficio donnesco. Essi medesimi, al desinare degli sponsali, sarebbero passati in piedi sopra la tavola per andar a schioccar un bacio alla sposa, sotto la cuffia carica di trine fatte in casa. Altri riceveranno da lei, il dì prima del matrimonio, il regalo consacrato del pagliericcio e il loro corteo nuziale sarà romanamente preceduto da un giovinetto portante una conocchia fasciata di lana. E per molti il letto matrimoniale sarà il primo letto in cui avran la consolazione d'allungarsi, poichè nei paesi loro, per tradizione, il celibato non ha diritto che al fenile. — Sono sposi di buona stoffa, — disse il Rogelli; — lo garantisco io! — E tutti risero; ma egli non rise. Sì, certo, egli li aveva visti lavorar senza zaino. Con lo zaino, maraviglie; senza zaino, prodigi. Salgono su per l'erte più ripide, diritti come statue, col respiro inalterato; camminano su per massi mobili di roccia bilicati sull'orlo dei precipizi; s'arrampicano su per le nevi ghiacciate, per pareti di sasso quasi verticali, attaccandosi a crepe, a sporgenze leggerissime, a bassorilievi di pietra liscia appena afferrabili, e sotto i loro piedi c'è la morte, e sopra il loro capo una croce; che importa! Dove gettan la mano, è un artiglio; dove piantano il piede, è inchiodato; e mentre chi li guarda trema, essi ridono! — Evviva! Viva! Viva! — gridò con quanto n'aveva in gola. E vedendo che la folla non aveva bisogno d'eccitamento all'applauso, il buon chauvin delle Alpi rimase un minuto immobile, con lo sguardo come smarrito dietro alla fantasia prepotente, che lo trasportava forse nei valloni silenziosi e profondi e nelle grandi foreste di larici e di abeti, da cui eran discesi i suoi “figliuoli.„ Lo riscossero le trombe “laceratrici„ di Val Chisone.