La sfilata doveva cominciare alle dieci. I palchi eran già tutti neri di giubbe, variopinti di signore, scintillanti di divise, brulicanti come vasti alveari; e un mare di gente, in cui mettevan foce molti torrenti, fiottava, rumoreggiando, su tutto lo spazio che corre dalla porta di Torino alla porta di Francia. Nelle grandi case della piazza pareva che si fossero ammontati tutti gli abitanti di Pinerolo, e che volessero schizzar fuori dalle finestre, come gocce di liquido compresso dalle commettiture del recipiente; i terrazzi rassomigliavano a enormi giardiniere, riboccanti d'ogni specie di fiori di montagna; e nei palchi e per la piazza innumerevoli fogli volanti, sui quali erano stampati i nomi dei venti battaglioni, e dei paesi dove si levano, s'agitavan per aria e giravano per tutte le mani, macchiettando la folla di mille colori, come grandi farfalle prigioniere. Dal giorno dell'entrata d'Emanuele Filiberto, Pinerolo non aveva più visto, certo, ribollire tanto sangue, fremere tanta festa tra le sue mura. A grande stento era tenuto sgombro un angusto spazio per il passaggio dei battaglioni, tra i palchi e i portici, ed anche quel piccolo solco, aperto di viva forza nella piena umana, continuamente si richiudeva, quasi che la folla ne soffrisse come d'una ferita. Gli Alpini dovevano sfilar per plotoni, venendo giù dalla valle del Chisone: da due giorni erano accampati là, dall'abbadìa fino a Perosa, e ne formicolava tutta la valle, come se fosse calato un esercito dal Delfinato. La testa della colonna era già alle prime case di Pinerolo. Tutto era proceduto e procedeva bene, anche lassù, dove s'eran dileguate fin dall'alba, sotto gli sguardi severi del Rogelli, le ultime nuvole d'un breve temporale della notte.
Allo scoccar delle dieci, annunziato dagli squilli di cento trombe e accolto da un applauso che parve il fuoco di fila d'una divisione, comparve il Re.
Nello stesso punto si videro spuntare in fondo alla piazza la penna bianca del Comandante del primo reggimento, e le penne nere del primo battaglione.
Un aiutante di campo portò l'ordine di cominciar la sfilata, le bande suonarono, la folla immensa si scosse, come corsa da una scintilla elettrica, e poi tacque per alcuni secondi, profondamente.
Il colonnello del primo reggimento s'avanzò. Il battaglione Alto Tanaro si mosse.
All'apparire delle nappine bianche della prima compagnia, scoppiò un applauso e un evviva che fece rintronare la piazza, e dalle finestre e dai palchi venne giù un diluvio di fiori. Tutti quei soldati alti, forti, e la più parte biondi, con quei cappelli alla calabrese, con quelle penne ritte, con quelle mostre verdi, d'un aspetto poderoso a un tempo e leggiero, e quasi arieggianti un'altra razza, e pure così italiani negli occhi, destarono un primo senso vivissimo di maraviglia e di simpatia. E anche l'applauso fu più caldo perchè era un battaglione singolare, composto di piemontesi e di liguri, levati in quel triangolo delle antiche Provincie, che poggia a Oneglia e a Savona, e tocca col vertice Mondovì: figli della montagna e giovani della marina, dai visi bianchi e dai visi bruni, diversissimi d'occhi, di lineamenti, di capelli. La folla acclamò alla rinfusa i paesi delle due parti delle Alpi: — Viva Garessio, viva Albenga, Bagnasco, Finalborgo, Pamparato, Diano! — E a tutti balenò alla mente, come visto per uno squarcio della catena, un declivio grigio d'olivi, e il villaggio bianco, circondato d'orti e di boschetti d'aranci, spiccanti sul mare azzurro, picchiettato di vele. Sfilavano in una maniera ammirabile. E nel voltarsi tutti a sinistra, di tratto in tratto, per correggere l'allineamento, mostravan le teste ben costrutte, i colli taurini, le guance vivamente colorite. La signora Penrith, piena di benevolenza protettrice per l'Italia, prorompeva in esclamazioni ammirative, dicendo che non avrebbero sfigurato accanto alle guardie della regina Vittoria. Il Rogelli non toccava più terra, pareva che li avesse impastati e modellati lui tutti quanti. E sclamava: — Guardi che casse forti di toraci! — Veda che travatura di corpi! — Magnificava il sistema di reclutamento: quello dell'esercito dell'avvenire. Non eran battaglioni misti di gente d'ogni provincia: erano pezzi viventi d'Italia che passavano, coi loro nomi e con le loro tradizioni; e avevan ciascuno una propria alterezza di famiglia, innestata sul largo sentimento dell'amor di patria e dell'onor nazionale. — Guardino che frontispizi di galantuomini! — Montanari di cervello dritto, coi concetti del tuo e del mio ben distinti, logici come quattro e quattr'otto, dai quali s'ottiene tutto ragionando, persuadendoli che le mancanze sono “cattive speculazioni„; affezionati ai loro uffiziali, coi quali prendon familiarità, senz'abusarne, nella vita comune della montagna; punto attaccabrighe, neppur quando trincano; sani e schietti come l'aria delle loro vallate. — Viva il battaglione Alto Tanaro! — gridò, alzando il cappello. — Viva Savona! Viva Mondovì! Viva Oneglia! — gridò la folla. E tutto il primo battaglione passò, — fra quelle rumorose acclamazioni della patria, ch'egli sentiva per la prima volta, — tranquillamente, — come se non fosse il fatto suo; e portò al Re d'Italia il primo saluto delle Alpi e del mare.
E vennero innanzi le nappine rosse di Val Tanaro, salutate due volte da diecimila grida. Mi parve di riveder passare il primo battaglione. Ma non v'erano più i visi bruni della marina. In questo erano i figli di tutti quei villaggi segnati dalla storia, i cui nomi sono per noi come schianti e lampi di fulmine, che rischiarano il viso pallido di Buonaparte: i figli di Cairo, di Montenotte, di Dego, di Millesimo; di quei memorabili monti, dove i piemontesi contrastarono per quattro anni, di rupe in rupe e di gola in gola, il passo alla Francia. Erano soldati delle terre dove il Genovesato e il Piemonte si toccano, confondendo i linguaggi e le costumanze; nati fra gli alti boschi di castagni e di faggi, tormentati dai venti del mare, che spandono per le solitudini un lamento pauroso e solenne; degni veramente di chiamarsi liguri fra i loro vicini della marina e piemontesi tra i loro fratelli del Monferrato; saldi al lavoro, arrendevoli alla disciplina, bravi come i molti padri loro che onorarono il sangue italiano nella legione immortale di Montevideo. E venivan tra loro i piemontesi pretti di Murazzano, di Donesiglio, di Dogliani, i figliuoli dell'altera Ceva, già dura ai denti di Napoleone, e quelli che le madri portarono in fascie a baciar l'altare della Madonna di Vico. — Viva Ormea! — gridò la folla. — Viva Bossolasco! Viva Sassello! — L'agronomo avrebbe voluto gridare: — Viva il vino Dolcetto; — ma confidò il suo pensiero a me solo. Il Rogelli, pratico di quei paesi, ricordava le belle prese di pernici e le grandi canestrate di tartufi bianchi. E riprese a decantare il reclutamento alpino, grazie a cui una buona parte dei giovani nei battaglioni son conoscenti vecchi. Vi si trovano accanto il padron di casa e il suo inquilino; e molte volte il proprietario d'un podere, soldato semplice, e il suo affittavolo, caporale; o i figliuoli di due consiglieri comunali nemici, che si riconciliano al fuoco del bivacco; od anche i corteggiatori d'una stessa ragazza, per i quali il servizio nell'esercito è come un periodo di pace armata, dopo di che ricomincierà più ardente la lotta. Bisogna sentire le loro conversazioni, che sapor locale! E come commentano il Popolo del sabato, che porta la cronaca del comunello! — Guardino quei zappatori! — esclamò, e gongolò in fondo all'anima all'applauso che salutò i zappatori dell'ultima compagnia: otto colossi, che parevan stati scelti fra mille, e che s'avanzavano maestosamente, a passi da commendatori di pietra, col coltellaccio alla cintura, armati di badile, di gravina, di picozza e di maranese, sorridenti e disinvolti sotto quel carico come se portassero degli oggetti d'ornamento. E gittò un grido squillante: — Viva Val Tanaro! — al quale rispose la moltitudine in coro; e poi si voltò dall'altra parte urlando: — Viva Val Pesio! — e la folla rispose: — Viva Val Pesio! — e si girò verso il nuovo battaglione, che mostrava già in fondo alla piazza le sue cinquecento nappine verdi.