DAL BASTIONE MALICY

Ecco perchè finisco il libro sul bastione Malicy. Il giardino della villa Accusani copre per l'appunto il terrapieno dell'antico bastione Malicy dov'era una delle più grandi fonderie della Francia, e il muro alto che lo sostiene è ancora quello della fortezza di Luigi XIV. A un'estremità di questo muro c'è una finta facciata di castello, dalla quale sporge un terrazzino, che dà sull'aperta campagna. Di lì si vede, a destra, l'imboccatura della valle del Lemina, di fronte, quella della valle del Chisone, più in là a sinistra, quelle delle valli di Luserna, del Po e della Varaita, e al di sopra di un mezzo cerchio di colli e di monti floridi, le alpi Cozie, dominate dal Monviso, il quale par piccolo, come sogliono i grandi a chi li avvicina. Sotto al terrazzo, alle falde del colle di San Maurizio, ci son due poderi di due sorelle, la morte e la guerra: da una parte il cimitero, dall'altra la piazza d'armi, e in mezzo, fiancheggiata dalle ultime case sparse di Pinerolo, passa la strada diritta che conduce a Penosa e a Fenestrelle, attraversando il bel villaggio dell'Abbadia. Più lontano si vede San Secondo, al piede d'un monte, e nel piano, la rocca di Cavour. Un paesaggio vasto, vario, fresco, che sale, trasformandosi gradatamente, dal sorriso verde dei campi e dei giardini, alla maestà bianca e celeste delle più alte montagne d'Italia. Fu quella bellezza che mi fece scrivere. Non si direbbe; ma è della bella natura come delle belle donne, che fanno commettere delle corbellerie. Composi quasi tutto il mio libro sul bastione Malicy: per questo ce lo finisco. Non ci ho quasi colpa; ci fui forzato. Vadano a picchiar dei pugni nel bastione, i critici.

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Ci passai tante belle ore, solo e tranquillo, a meditare dei capolavori che non farò mai e a fabbricarmi delle ville che non avranno mai fondamenta! È vero che anche là, qualche volta, m'arrivano delle amarezze e delle noie, in busta e sotto fascia, suggellate e raccomandate, con francobolli di tutte le forme e di tutti i colori. Ma che volete? Non attaccano. Il vento se le porta via, insieme a tutte quelle piccole teste multicolori di re, di imperatori e di presidenti di repubbliche, che dopo avere un po' volteggiato per aria, si vanno a posar sui pampini del vigneto di sotto. E poi, ho delle cose ben più importanti da pensare, la mattina per tempo, quando m'avvio al terrazzo con la posta sotto il braccio. Ci sarà o non ci sarà il Monviso stamani? Sarà tutto ammantato, o solamente incoronato, o avrà le spalle coperte e il capo nudo? Con che grillo si sarà levata sua maestà? A che ora potrò riverire il Cornour, il Frioland, il Servin, e le altre eccellenze canute? Che spettacolo avremo a Corte quest'oggi? Il terrazzo è chiuso da una porta. Alle volte, apro la porta del paradiso: è uno splendore immenso di verde, di azzurro, di neve, di sole, e come l'effetto d'un prodigio, che abbia spinto le Alpi innanzi di dieci miglia. Altre volte, è un malumore universale, una musoneria così chiusa e cocciuta, che lascio subito ogni speranza: non mi attento neanche a domandare il più piccolo favore. Certe altre mattine, invece, è una mutabilità di umore, un via vai di nuvoloni, un errare incerto di fiocchi bianchi e di grandi veli grigi lacerati, un lavorìo, un fare e disfare inquieto e faticoso, col quale mi sembra che la natura risponda alla mia domanda: — Non so.... vedremo.... sto cercando.... vede bene che non sto con le mani in mano.... Ripassi fra un'ora. — Ma io resto là, appunto per veder le prove, coi gomiti sulla ringhiera del mio palchetto, fino all'ultima scena del quint'atto, in cui tutto viene in chiaro e s'aggiusta.

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Sotto il terrazzo passa una stradetta, fiancheggiata da un muricciolo, la quale forcheggia in quel punto: un ramo va giù verso il cimitero, l'altro discende, nascondendosi quasi subito, per il fianco del colle di San Maurizio, fino a Pinerolo. Il bivio forma come una terrazza, da cui si vede la pianura e le montagne. Per questo passan di lì, salendo e scendendo, quasi tutti i pinerolesi peripatetici, che fanno il giro del colle verso sera. Anche ai tempi della fortezza, ci doveva correre una strada, o un sentiero, un po' più lontano, prediletto dagli amanti dell'aria libera, che facevan delle passeggiate extra muros. Ecco, per esempio, è un gran divertimento, per me, nelle lunghe ore che passo là, veder venire innanzi i giovani fratelli Bochiardi, Paolo e Antonino, stretti a braccetto, tutti e due grandi e belli, che concertano a bassa voce il viaggio da Pinerolo al Corno d'oro, dove difenderanno eroicamente la porta d'Adrianopoli contro l'esercito del secondo Maometto; e poi scendere lentamente, tenendosi su la tonaca di domenicano, e fantasticando forse qualche nuova birberia da affibbiare a Zanni di Bergamo, quel capo ameno di Matteo Bandello; e dietro di lui, un'amazzone snella e ardita, la contessa Ortensia di Piossasco, ancora tutta trionfante d'aver salvato la città dalla scalata notturna dei soldati del Lesdiguières; e poco dopo, una cavalcata pomposa dello stato maggiore del cardinale Richelieu, e una frotta d'ufficiali cappelluti del Direttorio, e una folla d'italiani d'ogni provincia, i nostri bei volontari di cavalleria del cinquantanove, che passano declamando i versi del Berchet e di Gabriele Rossetti.... L'ultimo è sempre il generale Brignone, grigio e curvo, con quell'aria di sant'uomo; che passa solo solo, a passi brevi e stanchi, meditando sulle sue battaglie e sulle sue sventure.

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La mattina, peraltro, c'è quasi sempre vita nel piano. Nella piazza d'armi galoppano rumorosamente, lampeggiando, dei drappelli di lancieri, comandati dagli ufficiali della Scuola; ci son non so dove (vicino al camposanto, mi pare) i trombettieri del distretto che s'esercitano a straziare gli orecchi e le anime; e dal cortile d'una caserma, in cui vedo dentro, vengon su sonore e distinte le voci dei soldati che rispondono all'appello su cento tuoni, come una tastiera di cembalo picchiata a caso da un bimbo. Intanto vien giù per la strada di Fenestrelle un gran tintinnìo di sonagli, un armento dietro l'altro, dei torrenti enormi di lana, che traboccano nei fossi, e par che minaccin d'allagare la campagna; scendon file di carri carichi di lastre del Malanaggio; sull'aie vicine si batte il grano coi correggiati; arriva il tranvai di Perosa, sbuffando; il Lemina brontola, e qua e là in mezzo ai campi fumano, come tede gigantesche, gli altissimi camini rossi delle officine. Qualche volta, in quell'ora, passa là sotto fra gli alberi, per la strada bassa del cimitero, un feretro, seguito da molta gente con le candele accese; e allora fa un contrasto stranamente drammatico quel mormorìo lamentevole di preghiere, che vuol dire: — Tutto è finito, — con quei nitriti violenti, con quelle grida giovanili d'ufficiali, per cui la vita incomincia: — Aaaaavanti! Caaaaricate! — grida alle quali tien dietro la pesta precipitosa di cento cavalli sfrenati.

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Poi seguon dell'ore di silenzio e di solitudine, e allora il mio spettacolo preferito è una casetta rustica, lì accanto, abitata da una piccola famiglia: una vecchia vedova, che fa la lattaia; un suo figliuolo, che lavora da muratore; la moglie del figliuolo, che fa la balia, e una ragazzetta, figliola della vecchia. Tutto il loro avere è un pezzetto di prato e un par di vacche. Campan di nulla, e paion contenti. La sposa è una trovatella, presa bambina dalla lattaia, e allevata da lei. Il figliuolo se ne innamorò e la volle. L'adorano tutti. È allegra, canta dalla mattina alla sera, col suo bacherozzolo in braccio. Io tengo dietro a tutte le loro faccende e conosco tutte le loro abitudini. Quando ritorna dal lavoro, il figliuolo conduce le vacche nel prato, e così, per spasso, gira il braccio intorno al collo ora all'una ora all'altra, mentre è chinata che pascola, le arrovescia la testa in su, e la bacia nel muso amorosamente. Sull'imbrunire, mangiano una minestra, seduti davanti all'uscio. Dopo cena, gli sposi fanno una passeggiata di trenta passi, fino al bivio, dove rimangon un po' di tempo appoggiati al muro, a guardare i monti. Rincasano; brilla un lume a una finestrina per un quarto d'ora; poi si spegne, e tutto è finito. E così tutti i giorni, e tutto l'anno. E io provo un piacere, una commozione di fanciullo, a raffigurarmi cento volte un vecchio milionario malato, che va a bussare una sera a quella porta con una carta della Maternità fra le mani, ed entra in quella casa; e sento un grido: — mio padre! — e uno scoppio di pianto, e il rumore d'una caduta, e voci confuse di meraviglia e di gioia, e il frullo dell'ali della pace che vola via da quel nido per sempre....