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E tutti si fermano un minuto al muricciolo ad ammirare il tramonto. Quando tutta la pianura è già nell'ombra turchina della sera, scendono ancora per la valle del Chisone, per la valle di Luserna e per la valle del Po, come per tre immense finestre, dei fasci di luce calda, che rischiarano tre lunghissime striscie di campagna, indorando case, boschi e torrenti. I monti bassi son già quasi neri; i monti alti d'un azzurro cupo; le montagne altissime ancora chiare, d'un azzurrino limpido, unito e dolce come l'acqua della grotta di Capri; e tutte ornate a ponente di tante mantelline di seta rosea tempestate di gemme e di stelle d'oro. Poi tutte queste mantelline s'accorciano, si stringono, si riducono a una collana, non son più che un diamante, svaniscono. Ultimo resta ancora il Monviso sotto la larga carezza del sole. E il sole lo accarezza, — lo tocca, — lo lambe, — lo abbandona. E allora tutta l'enorme catena bruna si intaglia violentemente nel cielo, e lo squarcia e lo morde coi suoi mille archi acuti e con le sue mille piramidi, disegnando nel fuoco una delle più belle e più formidabili immagini di grandezza che sian mai balenate alla mente umana.
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A quell'ora i contadini tornan dal lavoro e i ragazzi e le vaccaie dai pascoli. Da tutte le parti mi arrivan dei canti all'orecchio; quei canti dei contadini piemontesi, così strani e tristi, cantati a voce altissima, e strascicati con un lungo sforzo, come per farsi sentire a grandissime distanze, e rotti da certi trilli gutturali, fiorettati di certi vezzi, direi quasi, violenti, che fan soffermare per la viottola il cittadino che passa, offeso nell'orecchio, e pure curioso di risentirli. Alcune voci mi suonano vicine, delle voci femminili, piene e poderose, che mi fanno immaginare delle grandi ragazze con la bocca squarciata e col seno ansante; altre più vicine, di cui distinguo le parole, una voce tremula, una canzone patetica, che comincia l'America è grande l'Italia è piccolina, e dice d'un mazzetto di fiori che sarà portato a traverso all'Oceano; altre, lontanissime, delle voci lunghe e dolenti, simili alle cantilene dei marinai e alle grida degli spazzacamini, le quali s'avvicinano, si allontanano, muoiono, e poi tornano a suonar più lontano; e pare che tutte quelle voci si chiamino e si rispondano di qua e di là dal Lemina, e dalla pianura alle colline; grida d'amore tradito, sospiri di miserie senza speranze, addii a soldati lontani, e implorazioni di soccorso: cento voci, la grande voce diffusa e stanca della campagna che si lamenta delle fatiche mal compensate, dei balzelli, della leva, delle guerre, e invoca il sonno consolatore.
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Tutt'a un tratto, un vento impetuoso che vien dall'Alpi disperde tutte quelle voci. E allora, davanti a me, comincia la grande sommossa della folla verde, agitata da mille idee e da mille passioni contrarie. È un rimescolìo di tempesta: delle dispute appassionate di tigli che s'insultano; delle denegazioni rabbiose di gelsi offesi che gridano; no — no — mai, mai in eterno; — degli atti disperati e convulsi di acacie atterrite; degl'impeti di furore di pioppi che si curvano per far violenza ad alberelle sottili, le quali si arrovesciano e si divincolano; e delle piccole mischie feroci d'alberelli che s'odiano, e più in là un tentennìo lento di grandi alberi saggi che disapprovano tutto quel sottosopra. A poco a poco, tutto si queta. Poi, da capo, come al soppraggiungere improvviso d'una mala notizia, un nuovo scoppio d'ira e di dolore, uno scatenamento di proteste e d'imprecazioni, una disperazione, un dimenìo, un non volersi dar pace, un tumulto di moltitudine minacciante, la quale pure, a grado a grado, si rabbonisce, abbassa le braccia e la voce, si lascia quasi persuadere, s'acqueta a certe condizioni, facendo ancora dei segni di dubbio, con un mormorìo leggero di malcontento, per non parer troppo facile a contentarsi. Quand'ecco, giunge un telegramma che smentisce tutto.... e allora scoppia formidabilmente, per non più placarsi nè interrompersi, la rivoluzione sociale.
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Allora, solo sul terrazzo, nell'oscurità che sale, flagellato dal vento, come sul cassero d'un naviglio, mi godo tutto quel fragore d'uragano, pieno di grida, di sibili, di gemiti, di parole dolorose, che mi suonano all'orecchio come susurrate da spettri invisibili che mi passino accanto di volo. Il fragore viene a ondate: sono urrà di Eugenio di Savoia che si slancia all'assalto di Santa Brigida, urli dei prigionieri del Saint-Mars flagellati, pianti dei fanciulli astigiani sepolti nella torre degli Acaja, rantoli di cavorresi sgozzati sulla rocca; e poi, dopo un breve mormorio sordo e come compresso, ecco, la marchesa di Spigno scoppia in singhiozzi, i Valdesi cantano i salmi della vittoria sulle vette d'Angrogna, i cannoni della Varaita tuonano, gli emigranti mandano l'ultimo addio alla patria, trentamila grida di gioia salutano il vincitore di San Quintino; tutto il passato si ridesta e mi parla; tutti quei benedetti dolori, tutte quelle sante gioie, tutta quella grande storia di sangue, di fuoco e di pianto, alla quale io debbo la mia soddisfazione di quel momento: la soddisfazione d'un italiano libero, che contempla i confini della sua patria libera, sul finire d'una giornata operosa, nella quale scrivendo, ricevendo saluti d'amici lontani, e scorrendo giornali e libri d'ogni provincia, è vissuto un poco in tutte col pensiero e col cuore, e ha come sentito sulla fronte il grande alito caldo della Madre comune.
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Intanto, s'è fatto notte; le finestre delle officine e delle caserme, giù nel piano, son tutte accese, e qua e là, per i campi e sulle colline, brillano pochi lumi, come occhi infiammati, che battan le palpebre, sul punto di chiudersi al sonno. Allora, in quella oscurità fitta, in cui le falde dei monti scompaiono, par che tutta la campagna vastissima salga, e sia già falda delle Alpi; e le Alpi nere appaiono immense sul cielo grigio, come le onde d'un mare prodigioso che si sia levato per sommergere il mondo, e rimanga immobile lassù, minacciando. Quelli sono i momenti in cui mi sento più incatenato ad ammirarle, poichè non c'è più nulla sulla terra che distolga da loro gli occhi o il pensiero. E le guardo, le adoro, le chiamo madri di soldati di ferro e sorgenti eterne di poesia e di salute, terribili, bellissime e buone, nostra alterezza, nostro amore, e nostra forza. E starei chi sa quanto a parlar con loro, se a un certo momento non mi sentissi quattro piccole mani sulle spalle e due voci leggiere negli orecchi, che mi domandano: — Ebbene, che cosa fai qui? A che cosa pensi? — A che cosa penso! Come ve lo posso dire? Penso a queste montagne che han visto tante cose, a questo angolo d'Italia dove si è tanto sofferto e combattuto, e ch'io vorrei far conoscere e amare da tutti, e che un giorno potreste esser chiamati a difendere, anche voi due, miei cari figliuoli. Voi non capite ancora queste cose; ma io scriverò un libro nel quale ci sarà tutto, perchè lo leggiate poi fra molti anni, in faccia alle Alpi; e lo intitolerò Alle porte d'Italia. — E provo un grande piacere allora a udir gridare quelle quattro parole da quelle due voci infantili, con un accento in cui si sente quasi un primo fremito inconsapevole del più grande degli affetti; e m'immagino tutta la loro generazione che le ripeta insieme a una voce, in un giorno di pericolo, dei milioni di voci confuse in un grido amoroso e tremendo, il quale passi sopra la patria come il soffio precursore della vittoria.