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Verso sera, passan pure dei soldati, che vanno a spasso per la campagna, quasi sempre a due a due. Sento degli accenti napoletani, siciliani, toscani, lombardi. Alcuni cantano. C'è un toscano che solfeggia dove vai, dove vai, ricciolina, deliziosamente, e molto bene accompagnato da un tappetto di fantaccino che dimena le spalle alla becera. Discorrono delle loro faccende: la consegna, la riparazione alle scarpe, il nuovo orario, la arne attiva, u capurale, quel bagolon d'un furée.... — Qualche volta esprimono dei sentimenti d'ammirazione per delle signore incontrate poco prima. — Chilla è bona! — Ah! che bonbonin! — Ce ne passan degli scompagnati, che si fermano a piluccare le more delle siepi con una ghiottoneria di bambini. Corron dietro alle lucertole, si chinano a frucar coi fuscelli nei formicai. Son capaci di perdere un'ora a cercare un uccello di cui sentono il verso dentro a un cespuglio o tra i rami d'un albero, grondando di sudore a forza di girare, di accoccolarsi, di torcersi come le biscie. Scendon giù verso i campi, tornano indietro con dei mazzi di fiori selvatici infilati nella tunica, felici di poter far quattro passi fuor delle scatole, col cinturino sulla spalla e con le mani nelle tasche, aspirando gli odori dei prati e dell'aie, dove son nati e cresciuti. E qualcheduno si volta a guardare in su, con una espressione di curiosità amichevole, che mi compensa di un mese di rompimenti.
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A una cert'ora, ci ho un altro spettacolo: vedo risalire per la strada di val di Lemina dei gruppi di vecchi e di vecchie del vicino Ricovero, vestiti di rigatino grigio, che ritornan dalla passeggiata. Poveri vecchi! Passando sotto il terrazzo, quelli che possono, alzano il viso; e allora posso dire anch'io che “quaranta secoli mi contemplano.„ Par che tornino da una battaglia. Vengono prima gli uomini, delle facce d'arancie seccate sopra le caminiere, dei corpi segaligni, nodosi come le calocchie, dei nani sbilenchi che paiono usciti di sotto un torchio, delle anime lunghe che spenzolano da tutte le parti, delle figure bizzarre, in cui non si raccapezza più la fisonomia, e rammentano i famosi struldbruggs di Laputa, condannati alla decrepitudine eterna, nel libro del Gulliver; delle andature che presentano insieme tutti i ciondolii e tutti i tentennamenti d'un mazzo di marionette tenuto dalla mano d'un paralitico. Quanto trista e maligna è la natura a imporci insieme a quel modo l'ilarità e la compassione! Poi vengon le povere donne, dei cubi, delle piramidi equilatere, delle esse, degli otto, dei visi pelosi e infunghiti; fra i quali pure si riconoscono degli occhi pieni di benevolenza e di dolcezza, che esprimono ancora un amore lieto della vita, e promettono ancora delle buone azioni, dei piccoli sacrifizi utili a qualcheduno. Ma chi mi dà a pensare più di tutti è uno sbilungone tutto rotto, vecchio come il primo topo, con una barba che pare un granatino sudicio, una faccia buffa, che dev'essere il bell'umore della compagnia, che racconta sempre qualche cosa, con una voce di trombone affiochito, degli aneddoti lepidi, da quanto sembra, perchè provoca intorno delle risate faticose, degli scotimenti di gobbe, degli accessi di tosse, dei milioni di rughe, uno scombussolìo da mandare per il medico. Che cosa diavolo dice? È una curiosità che mi tormenta. Deve ancora raccontare degli aneddoti lubrici, quel mummione, delle avventure del 1820, chi sa che birbonate.... e che finezze! Qualche parola m'arriva; ma il senso mi scappa, e mi ci danno.
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Passano alle volte delle squadre di collegiali coi berretti rigati d'oro, in due file, accompagnati dall'assistente; i primi, piccoli, d'otto o dieci anni, gli ultimi sulla quindicina, beati di essere all'aperto, e di aspirare quell'aria a sorsate come un vino generoso; passano allargando e allungando le file, voltandosi da tutte le parti, parlando tutti insieme, con una gradazione ascendente di forza vocale, dalle note femminee della prima ginnasiale ai vocioni velati del liceo, disputando a tre a tre, a quattro a quattro, e spandendo per la strada delle regole di grammatica latina, degli enunciati di teoremi, delle risate, dei nomi storici, dei trilli, dei calcoli di ventesimi, confusamente, con quella mimica sbracciata e angolosa degli scolari, che somiglia un po' alla gesticolazione delle marionette. Ah! quanto è lontano quel tempo.... che è tanto vicino!... Ci ritrovo delle teste ricciute di antichi miei compagni di scuola in quelle file, ci riconosco delle voci di venticinque anni fa, dei gesti che mi ricordano mille cose. Ma non c'è mica da fidarsi a star sul terrazzo mentre passano, perchè si può dare il caso, come una sera, che i primi discutano del miglior modo d'acchiappare le mosche, e quei di mezzo tacciano, e gli ultimi ragionino ad alta voce, e senz'alcun sospetto, di colui che pende, non visto, sul loro capo; e, certo, può accadere di sentirsi dire delle cose gradevoli, ma si corre anche il rischio....
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Altre volte, dopo una mezz'ora di silenzio, sento un bisbiglio di voci armoniose, e vedo a traverso ai rami degli alberi una confusione variopinta di penne, di fiori, d'ombrellini, di veli; tre o quattro famiglie affollate; delle ragazze di dieci anni, delle signorine di venti, delle signore di trenta, la scala vivente del paradiso, che vien su. E fanno un bel quadro, per alcuni minuti, tutti quei visi rosei sul fondo verde delle viti e delle acacie, e le calzine bianche fra l'erba; e un po' più in qua, i cappellini vermigli e rosati che spiccano sull'azzurro delle montagne; e anche più vicino gli occhi celesti che scintillano sotto le ciglia nere. E a proposito, com'è il sangue di Pinerolo? Non saprei che dire. Tra il sangue di Torino e quello di Pinerolo non c'è che un'ora di strada ferrata. Arrotondate un po' più le spalle e colorite un po' più le guancie.... Intanto le signore son lì sotto; la fatica della salita fa ondulare i seni, l'aria dei monti agita i capelli sulle tempie, e le braccia che si alzano a ravviarli mostrano i contorni graziosi e la pelle bianca.... Ma è la visione d'un momento. Il mormorìo armonioso s'allontana, i veli e le ombrelline si rinascondon fra gli alberi, e non resta più che un po' di profumo nell'aria e qualche orma di piedino sulla via.
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Poi passano delle coppie d'amici, a molta distanza l'una dall'altra, lentamente, parlando forte, in modo ch'io sento le parole prima di vedere i visi, e raccolgo dei brani di discorsi curiosi, tagliati poi d'un colpo, o continuati con un abbassamento improvviso di voce, quando la coppia arriva in vista dell'osservatorio. — .... Capisce! — dice una voce rimbombante che s'avvicina, — mi siringa trecento quaranta lire di ricchezza mobile! E io li schiaffo lì per lì tanto di ricorso, dimostrando come e qualmente.... — Scompariscono: non sento più nulla. Dopo cinque minuti, una voce lenta e placida che espone una biografia: — .... in seconde nozze la signorina Gloriocci, figlia di primo letto del commendator Gloriocci, ch'era capo divisione agl'interni nel 1860; dimodochè egli venne ad essere cognato della contessa Vespretti, precisamente l'anno dopo che s'era separata dal marito per il famoso scandalo col capitano.... — Passano, succede un lungo silenzio, e poi una voce stridula e concitata: — .... a parlar di calunnie e d'intrighi, birbone che non è altro! Con che diritto? Con quali prove? Come ha tanta faccia di accusare gli altri dopo quella birbonata del settantasette? Come non capisce che un giorno o l'altro.... — Poi daccapo una voce grassa e pacata: — .... in un involto di carta, oppure dentro a un pezzo di tela, e lo mette in pentola: ma senz'acqua, badi! e deve cuocere in quattro o cinque ore, a sola bragia, per effetto dei vapori che si svolgono, e che restan lì chiusi: lei mangierà il miglior lesso che sia mai stato assaggiato al mondo dacchè si parla di mangiare e di bere....