*

Sulla stessa linea del Valentino, questa mattina, nell'atto che facevo fermare il tranvai, uscendo di casa del mio amico, rividi finalmente la “vergine morta„ che dal febbraio non avevo più ritrovata. Sedeva sull'ultima panca della giardiniera: bianca, serafica, impassibile come sempre, spiccante fra le altre signore come una madonna del Fiesolano in mezzo alle figurine d'un giornale di mode. Standole dietro ritto sulla piattaforma potei ammirare da vicino la ricchezza dei suoi finissimi capelli castagni, sotto la quale s'inchinava, come sotto un peso soverchio, il suo collo bianco e delicato; così bianco da far pensare che il bacio d'un bimbo v'avrebbe lasciato una traccia purpurea, così delicato da parer che una leggerissima stretta delle dita sarebbe bastata a soffocarvi la vita. Aveva sulle ginocchia non so che di rotondo, rinvoltato in un foglio della Stampa, e lo teneva fermo con una mano sottile e nivea come il suo collo; la quale non vi doveva pesar su più di un petalo di giglio. Il suo lungo corpo leggiero non aveva un fremito, come se per lei non fiorisse la primavera, come se la sua natura angelica fosse insensibile al mutare delle stagioni; nè le sue guance dalla linea purissima erano più colorite in quel tepore d'aprile che non fossero nelle giornate rigide dell'inverno; e non uno dei suoi capelli di seta si agitava sulle sue tempie fresche di bambina, benchè l'aria si movesse; e quieti come i suoi capelli erano senza dubbio anche i suoi pensieri. L'osservai per un pezzo, e mi riprese più acuta la curiosità di saper chi fosse, poichè non riuscivo a immaginare alcuno stato o occupazione o scopo delle sue corse che convenisse al suo aspetto tanto dissimile da ogni altra forma di fanciulla ch'io avessi veduta mai. E anche stamani cercavo con la fantasia, e tutto quanto trovavo mi pareva discordante, impossibile a conciliarsi con quel freddo candore, con quella serenità di cielo d'inverno, con quell'apparenza di ignoranza claustrale o di sovrana indifferenza pel mondo. Il mio pensiero non riposava che immaginandola come m'era apparsa la prima volta, coronata di rose e ravvolta in un velo bianco, distesa sopra un feretro, con le braccia incrociate e un sorriso sulle labbra, rivolto a un mondo sovrumano. Ebbene, mentre così l'immaginavo, in un momento che il tranvai, sboccando sul corso Vittorio Emanuele, faceva un sobbalzo, l'involto ch'essa aveva sulle ginocchia si schiuse, e la corrispondenza strana, quasi miracolosa di quello ch'io vidi con quello che immaginavo, mi diede un brivido di terrore.

Era un teschio.

Il mistero era svelato; ebbi come una visione istantanea di lei in mezzo agli orrori d'una sala anatomica, e rimasi come trasognato; la verità era l'ultima cosa a cui avessi mai potuto pensare. Studentessa di medicina!

*

È scritto: non riuscirò mai, mai a conquistare il cuore del cavalier “Bicchierino„. Quest'oggi gli sono caduto in disgrazia da capo. L'avevo accanto sul tranvai, in via Garibaldi, alla solita ora della mattina. Anche sulla giardiniera, come nel carrozzone chiuso, se non trova libero il posto a sinistra della panca in fondo, piuttosto di sedersi da un'altra parte, egli rimane in piedi sulla piattaforma. Avevamo in mano tutti e due la Gazzetta del Popolo. Io ritardai la lettura per ammirare la pacatezza e la precisione meccanica con la quale, dopo letto la prima pagina, per legger l'altra senza tagliare, egli ripiegò il foglio di mezzo e fece scorrer le dita sulla piegatura, e poi piegò un'altra volta il foglio intero, e corresse anche la seconda piegatura con la mano aperta e lenta, premendosi il giornale sul petto come una cosa sacra. E mentre faceva quel lavoro, lo vedevo nel suo ufficio fare ogni mattina quegli stessi passi contati, riporre sempre la penna allo stesso posto, appuntare il lapis ogni tanti giorni a quell'ora, uscire ogni giorno a quel dato minuto preciso, e pensavo che i suoi pensieri si succedevano e si riproducevano certamente con lo stesso ordine e la stessa lentezza, e che doveva essere un'immagine della sua mente la sua casa assestata e lucida di buon travet torinese, celibe e tranquillo. Celibe senza dubbio, perchè era impossibile che un uomo simile si fosse messo in casa il disordine vivente d'una moglie. E come mai, pensando a tutto questo, io potei commettere sotto i suoi occhi l'imprudenza imperdonabile che commisi? Per cercare una notizia nella seconda pagina della Gazzetta, vi cacciai dentro la mano e lacerai il foglio con le dita tese. Egli si voltò, come se un istinto l'avesse avvertito dell'atto vandalico, osservò con gli occhi allargati la dentellatura orribile che aveva fatto la mia mano nei margini, e poi, alzato lo sguardo al disopra degli occhiali, mi fissò per qualche momento con un'espressione indescrivibile di stupore e di riprovazione. Compresi allora l'enormità del mio sproposito, e dissi in cuor mio: — Son perduto; mai più, mai più mi potrò rialzare nella sua stima. — E infatti, nella cura ostentata con cui ripiegò il giornale prima di scendere vidi chiaramente l'intento di farmi comprendere che nessuna relazione amichevole sarebbe mai stata possibile fra di noi due. Ebbene, sì, egli ha ragione: ci dev'essere una differenza enorme di temperamento, di vita e di opinioni tra chi straccia il giornale come faccio io e chi lo ripiega come fa lui. Dimmi come tratti la Gazzetta del Popolo e ti dirò chi sei.

*

Ho girato tutta la sera della domenica per godermi lo spettacolo curiosissimo degl'incontri delle giardiniere affollate. Strana è quella visione fuggitiva di trenta facce, che paiono d'uno sciame umano volante: facce curiose, facce esilarate, facce impassibili, facce istupidite dalla digestione difficile d'una mangiataccia domenicale, o brillanti d'una sbornietta discreta, o sorridenti della dolcezza d'un riposo onesto; begli occhioni neri o celesti che vi gittano un raggio di fuga, coppie d'amanti che conversano, vecchi coniugi che sonnecchiano, teste bionde di bimbi, che agitano le braccia in segno di festa verso di voi. È un momento; ma se sul tranvai che passa c'è una signora bella o un vestito elegante o un cappellino bizzarro, non sfugge all'occhio d'alcuna donna che stia sul vostro, e tutte le teste femminili si voltano; e in quei rapidi incontri persone si riconoscono di qua e di là, e si scambiano scappellate a scatto, apostrofi tronche e saluti della mano, che ripetono a distanza, come da poppa e da prua di due vaporini. Vedete prima trenta visi in pieno, poi trenta teste di profilo, poi trenta nuche e trenta dorsi: la comitiva vi si presenta sotto ogni aspetto come un gruppo statuario sopra il trespolo girante. Incontrate delle giardiniere allegre e chiassose in cui predomina la giovinezza e paion tutti compagni di festa; altre che par che portino un carico di musoneria, tutte facce gravi o insonnite; qualcuna con una guardia civica davanti e due carabinieri in fondo e qualche soldato dai lati, che pare una carrozzata di condannati tradotti alle carceri. E più curioso è lo spettacolo a notte fatta, quando passano di volo, illuminati dai raggi bianchi della luce elettrica o dai raggi gialli del gas, e variamente colorati dai lanternini dei carrozzoni, gli uni vermigli, altri verdi, altri mezzo accesi e mezzo oscuri, visi intontiti di briachi, visi languidi d'amanti, bambini addormentati, teste di donnine appoggiate sulla spalla del marito, braccia maritali strette intorno alla vita della moglie, e mani amorose intrecciate, e bocche e orecchie che si toccano, e musi lunghi di solitari, oppressi da una giornata di noia. Oh quante noie e delusioni, e rammarichi del denaro sciupato, e impazienze febbrili d'innamorati, e speranze e sogni d'amori nascenti, e presentimenti tristi d'amari diverbi coniugali portano a casa la sera tutti quei carrozzoni! E qualche cosa d'amaro ho portato a casa io pure. In una giardiniera che passava ho riconosciuto il mio buon nemico Siapure. Era ritto anche lui sulla piattaforma di dietro, e aveva accanto una ragazzina di otto o dieci anni, il suo ritratto, somigliantissimo; una figliuola di cui ignoravo l'esistenza, graziosa, con due grandi occhi neri e buoni, già un po' velati dal sonno. Ci passammo accanto alla distanza di due passi sotto la luce d'una lampada elettrica; i nostri sguardi s'incontrarono; avremmo avuto tempo di stringerci la mano.... e voltammo il viso tutt'e due dalla parte opposta. Ah vecchi bambini vergognosi!

*

Il tranvai, ottimo osservatorio per studiare la tirchieria. Ecco un signore obeso che scomoda dieci persone e si fa venir le budella in bocca per cercare un soldo caduto; ecco un facsimile di senatore, con tanto di pelliccia in dosso, che fa una scenata perchè il fattorino gli ha dato col resto un soldo greco; ecco un grasso provinciale che non vuol pagare un soldo di più per l'ultima corsa perchè il suo magnifico orologio d'oro non segna ancora le dieci precise. Era una famiglia agiata, si vedeva, quella che è salita questa sera sul tranvai della barriera di Casale, in piazza Solferino: marito e moglie, tre ragazze e un bimbo sui tre anni, che teneva in mano un cannocchiale da teatro; e il marito, che mi dava le spalle, aveva certo nei capelli tinti, divisi a filo sulla nuca, tanto di cosmetico quanto valeva il biglietto che s'è rifiutato di pagare per il posto del suo bimbo, disputando col fattorino dall'imboccatura di via Santa Teresa fino a piazza San Carlo.