Arrivato in fondo al corso Principe Eugenio, il tranvai si fermò, e prima s'udì un mormorio di voci argentine, poi salirono con allegra furia da una parte e dall'altra molte ragazzine vestite di bianco, accompagnate da due che parevano maestre, e sì slanciarono dentro il carrozzone, agitando i veli trasparenti e le gonnelle candide, come uno sciame di colombe con l'ali aperte. Fu come un soffio di primavera, come la luce d'un'alba improvvisa che entrò con esse fra quelle quattro pareti, e un vago odor d'incenso, di soppressatura e di capigliature fresche, che parve portato da un'ondata d'aria. Erano forse le alunne d'un piccolo collegio che avevan fatto la comunione e andavano a far colazione in campagna. Le maestre restarono sulla piattaforma; le alunne occuparono in un momento tutti i posti, cinguettando e ridendo; la donna tinta restò in mezzo a loro.

E allora segui una scena indimenticabile. L'aspetto di quella donna colpì qualcuna delle più grandicelle, che smisero di parlare e la osservarono. Il loro silenzio fece tacere le altre, che, naturalmente, si voltarono da quella parte dove le prime guardavano, e fissarono anch'esse lo sguardo su quel garofano e su quel nastro, su quella vecchiezza imbellettata e infarinata, su quella rovina d'ogni cosa, resa più orribile da una maschera grottesca di gioventù; ed esse pure fecero silenzio. Sul viso delle più piccole apparve un'espressione di stupore, in alcune uno sforzo d'attenzione scrutatrice; alle più grandi si stese sulla fronte corrugata come un'ombra di sospetto e d'inquietudine, simile a quella che ci dà la vista d'un insetto strano e sconosciuto. Guardai la donna, sola in mezzo a tutto quel candore d'anime e di vesti, e vidi sul suo viso una leggiera e istantanea contrazione dei muscoli come in una persona sorpresa in un nascondiglio. Lanciò un'occhiata rapidissima alle due maestre, a me, al fattorino; ma non guardò in faccia alle ragazze: guardò le loro mani, i libri da messa e le scarpette bianche con uno sguardo velato e fuggente; e dopo qualche momento, durando il silenzio e l'attenzione di cui si sentiva l'oggetto, piegò lentamente il capo all'indietro, appoggiò la nuca alla parete, e come presa tutt'a un tratto dal sonno chiuse gli occhi, e non gli aperse più.

Il fattorino, che la stava osservando con curiosità, comprese, e mi ammiccò sogghignando.

Ma io sentii una stretta di pietà che mi fece torcere lo sguardo da quella infelice come se l'avessi vista trapassata e confitta da un pugnale nella parete a cui s'appoggiava.

A Porta Palazzo essa si riscosse bruscamente e, senza guardar nessuno, discese; le ragazzine ricominciarono a discorrere e a ridere, e il tranvai riprese la sua corsa, allegro e sonoro come una gran gabbia d'uccelli.

CAPITOLO QUARTO.

Aprile.

Libero in questo mese da ogni altro pensiero, posso dedicar maggior tempo ai miei viaggi circolari intra muros, e scrivere distesamente, giorno per giorno, le mie osservazioni. Eccone una: il tranvai, istituzione educativa. E non è celia. Nel contatto quotidiano con gente d'ogni ceto i superbi perdono sul tranvai un po' della loro muffa; gli egoisti contenti odono discorsi di miserie e di dolori che li fanno pensare; la signora che tiene un figlioletto sano fra le braccia domanda pietosamente alla donna del popolo che cos'ha il bambino pallido che ripiega il capo sul suo petto, e la madre dura, che ha visto ammirata dai circostanti la floridezza e la grazia della sua creatura, discende col cuor raddolcito dalla carezza fatta al suo orgoglio. Ed è ancora una scuola di cortesia la carrozza di tutti poichè, a furia di veder altri cedere il posto alla donna, finisce con cederlo pure, quasi per istinto d'imitazione, il popolano che non ci aveva mai pensato; e dall'esempio dei cortesi che porgon la mano al vecchio che sale o sorreggono per il braccio la vecchia che scende sono indotti anche i villani a far l'atto stesso, e si corregge a poco a poco la volgarità degli atteggiamenti e delle mosse perfin nell'uomo più volgare sotto lo sguardo dei molti occhi in cui egli vede un'espressione di rimprovero o di disgusto, che lo ferisce nell'amor proprio. Sì, quei cento carrozzoni che girano per la città tutto l'anno sono cento piccole scuole ambulanti, dove le diverse classi sociali imparano l'una dall'altra molte cose utili; per esempio, che non c'è grande differenza fra di esse se non nella scorza; che basta a poveri e a signori l'astrarre un po' col pensiero da questa per sentirsi spinti gli uni verso gli altri dagli stessi impulsi che ravvicinano fra loro gli eguali; che molti dissensi e rancori cesserebbero fra chi è in alto e chi è in basso per il solo fatto di parlarsi e di conoscersi a vicenda; che le avversioni sociali non nascono tanto dalla disuguaglianza della fortuna quanto dal sospetto reciproco dell'odio e del disprezzo, e che la cortesia è un'alta sapienza e una grande forza benefica. Queste cose pensai stamani vedendo nel carrozzone un grosso signore e un giovane operaio chinarsi tutti e due a un tempo per raccogliere lo scontrino che una vecchia campagnuola aveva lasciato cadere sotto la panca. Vent'anni fa il secondo non si sarebbe chinato, e forse.... neppure il primo.

*

Una conoscenza nuova: il marchese. È un fattorino che, per rispetto al galateo, sta sulla sommità della scala, di cui Tempesta occupa l'ultimo gradino. L'ho conosciuto in questi giorni sulla linea del Valentino, andando a trovare Angelo Mosso. L'hanno soprannominato il marchese i frequentatori della linea. È una figura di tenorino: biondo, pallido, svelto, con gli occhi azzurri e una bocca d'occhiello, perpetuamente sorridente sotto due baffetti d'oro arricciati. Saluta porgendo lo scontrino, risaluta ricevendo i soldi, chiede “pardon„ nel passarvi davanti, aiuta le signore a salire e a discendere mettendo loro delicatamente la punta delle dita sotto il gomito, prende sul predellino degli atteggiamenti eleganti di cavallerizzo ritto sul cavallo, salta giù a raddrizzar l'ago alle biforcazioni e risalta su con una grazia di ballerino, e ha un suo modo particolare, amabilissimo, di mettere il resto nelle piccole mani inguantate, come si mette una chicca nella palma d'un bimbo, sorridendo col capo inclinato e fissando negli occhi della creditrice, senza varcare il segno del rispetto, uno sguardo soave, che la costringe a fare un cenno di ringraziamento. Appartiene alla famiglia degli erotici sentimentali. Pare un galante padron di casa che faccia gli onori del suo salotto a una comitiva d'invitate. Si capisce che l'aver che fare col bel sesso signorile è una dolcezza della sua vita. Un sorriso, un segno di compiacenza, uno sguardo di curiosità o di simpatia d'una signora o d'una signorina gli danno una scossa così viva, che per un momento par che gli manchi il respiro; e poi respira forte e s'arriccia i baffetti con la mano agitata, mandando baleni dagli occhi. Dev'esser stato ballerino al Teatro regio, o modello di pittore, o cameriere di fiducia di qualche vecchia nobile. Perfin nel segnare i numeri sul libretto ha un certo modo artistico di menar la matita come se schizzasse il ritratto delle sue passeggiere. Se ha un'innamorata della sua condizione, la povera ragazza dev'essere terribilmente gelosa al pensare che, mentre essa è a casa o in bottega al lavoro, lui se la scarrozza in mezzo alle gale e ai profumi del bel sesso, distribuendo scontrini e sorrisi e accogliendo ogni soldo come un fiore, e deve con l'immaginazione inquieta far sulla linea tutte le corse regolamentari, sospirando il fanale bianco dell'ultima, come un segnale di liberazione.