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Conobbi anche in quel torno altri personaggi singolarissimi tra gl'impiegati dei tranvai: un cocchiere che parlava a ogni proposito delle sue terre, e che possedeva infatti non so dove cinque magre “giornate„ di prato, per cui era ammirato e invidiato dai colleghi come un latifondista americano; un fattorino che leggeva e rileggeva continuamente da mesi e mesi un volumetto sbrindellato e sudicio del romanzo La mano del defunto, diventato per lui una specie di libro dei libri, in cui scopriva ogni giorno nuove maraviglie; e un altro cocchiere, il più originale di tutti, un rozzo montanaro gozzuto, il quale, manieroso con tutti gli uomini, riserbava tutto il suo orgoglio e la sua villania per il bel sesso, che parea che odiasse a morte; tanto che quando una signora gli toccava la spalla con la punta dell'ombrellino perchè fermasse, si voltava indietro furioso, come se gli avessero piantato uno spillone nelle carni. Chi sa perchè! Ci doveva esser sotto qualche segreto di tradimento coniugale, che gli aveva messo nell'anima l'orrore della gonnella. E una sera scopersi finalmente, dopo un pezzo che lo cercavo, il dantista, per caso, sulla linea della barriera di Milano. Salendo sul tranvai nel momento che finiva un diverbio fra il fattorino e un contadino che scendeva, intesi quello mormorare fra i denti: — .... in costà, malvagio uccello! — Un verso di Dante! — pensai —; che sia lui? — L'osservai. Era un giovine alto e bruno, di viso piccolissimo, con due occhietti neri pieni d'intelligenza e due baffetti arricciati di studente; sotto ai quali guizzava il sorriso ironico, e come abituale, d'un conoscitore precoce della vita, scettico e benevolo a un tempo. Sì, doveva esser lui. E glie lo domandai senza preamboli: — È lei che sa Dante a memoria? — Si mise a ridere; ma non parve maravigliato della domanda.
— Son fandonie —, rispose ridendo; — storie che hanno messe in giro i miei colleghi. Non ne so di più di quanto ne sanno tutti quelli che hanno fatto la prima Liceo. E poi, anche se l'avessi saputo, l'avrei scordato. — E mostrandomi il libretto degli scontrini, disse: — Il mio Dante è questo adesso. — E soggiunse con un sorriso: — Lo mio volume. — Gli domandai in che maniera dal Liceo fosse venuto a cascar sui tranvai. Me lo disse con disinvoltura. Suo padre, ingegnere, morto all'improvviso; la famiglia numerosa rimasta sul lastrico; un tentativo di commercio fallito; un impieguccio in una Società d'Assicurazioni, ottenuto e perduto un mese dopo, per riduzione di personale; la storia solita.
— E l'impiego attuale? — domandai.
— Ahi... Selvaggio —, rispose sorridendo —, et aspro e forte. — E mi disse tutto, familiarmente. Era la prima volta che sentivo giudicare il pubblico da un “signore„ ridotto in quella condizione, donde lo poteva vedere di sotto in su: mi disposi a ascoltarlo con viva curiosità. Ma fu assai temperato, se non nella sostanza, nella forma, come tutti quelli a cui la disgrazia non sfibra, ma fortifica l'animo.
Il peggio, a suo senso, non era l'orario dalle sedici alle diciott'ore, il dover mangiare come i briganti, e la pioggia delle multe per un ritardo, per una svista, per mille errori di nulla, quasi inevitabili. Il peggio era il continuo contrasto, la lotta continua col pubblico, il doversi guardare da ogni specie di piccole insidie di nemici. Cose da non potersi immaginare. Bricconi che salgono sul tranvai, ci stanno un bel pezzo, e poi, fingendo d'aver sbagliato linea, saltan giù senza pagare, per far lo stesso gioco col tranvai successivo; beceri che salgono in sei o sette, le sere di domenica, e attaccan lite apposta fra di loro perchè nella confusione riesca a qualcuno di non pagare; imbroglioni che tirano a appioppare al fattorino dei soldi falsi, affermando, per esempio, d'averli avuti col resto d'una lira, magari dopo un quarto d'ora che se li rimestano in tasca; prepotenti che vanno sulle furie perchè il fattorino non vuol cambiare un biglietto da dieci, gridando che non è vero che non abbia spiccioli, come se di questi egli volesse far commercio a vantaggio proprio; birboni, insomma, e birberie d'ogni stampo. E poi ci son quelli che hanno perduto un oggetto sul tranvai e accusano il fattorino d'averlo raccattato e intascato; quelli che se la pigliano con lui perchè hanno sbagliato linea, o lo investono perchè s'è dimenticato di indicar loro la cantonata dove volevan discendere; e quelli che, avendo fretta, vanno in collera perchè egli non taglia col tranvai il corteo funebre o il battaglione che passa, o perchè un cavallo cade o tutte e due vanno lenti, come se fosse colpa sua quello che dicono, che la Società non nutre abbastanza le bestie. — Così è — concluse celiando. — Il fattorino, vede, è l'uomo
Al qual si traggon d'ogni parte i pesi.
Entravamo allora in quel largo corso Vercelli, ai due lati del quale si aprono strade e vicoli che si perdono nei campi e s'alzano camini di officine da ogni parte, in mezzo a case disuguali e sparse, che paion d'un villaggio, ma che serbano ancora nell'architettura, nei colori, nelle botteghe, in qualche cosa che sfugge alla parola l'aspetto assestato e rigido dei quartieri centrali di Torino. Quando fummo all'imboccatura di via Carmagnola, il fattorino m'accennò una casetta di due piani, poco lontana, coi terrazzi tutti fioriti, e disse: — Guardi; io stavo là, nel tempo felice. Il mio povero padre è morto là, al primo piano. S'era come in campagna. Ora stiamo a un quarto piano di via Barbaroux, in due buche, e la mattina mi tocca a fare un par di miglia per trovarmi sul posto prima di giorno. — E soggiunse sorridendo: — Uomini fummo ed or sem fatti sterpi.
Poi riprese il discorso di prima. — No — disse — lei non si può figurare le pretensioni e le stramberie del pubblico con cui abbiamo da fare. — E le peggio, disse, non erano quelle della gente bassa, dei barabba che vogliono cantare in tranvai, e che rispondono alle preghiere con minacce, a cui convien rassegnarsi per non avere suon di man con elle; dell'erbaiola che vuol caricare a ogni costo un sacco grande come un armadio, senza un pensiero al mondo che il fattorino si buschi una multa per cagion sua; del briacone fradicio che si vuol sdraiare nella giardiniera come in una stalla. Più irritanti di costoro son le persone per bene che dovrebbero essere ragionevoli: il signore, per esempio, che pretende che il fattorino faccia alzare un tale per far posto a sua moglie, quello che vorrebbe ch'egli facesse smetter di fumare un tal altro che gli manda il fumo sul viso, la signora rimasta in piedi che se la piglia con lui perchè non c'è posto, dicendogli che ha pagato e ha diritto di sedersi, o anche lo minaccia di far rapporto perchè non fa tacere un signore vicino che “parla male„.
— Il pericolo per me —, disse — è che qualche volta mi dimentico della mia condizione e son tentato di rispondere da “signore„ come rispondevo una volta, che sarebbe la mia rovina. Che sforzo debbo fare per rimandar giù le parole che mi vengon su! E me ne vengono, sa! Ma...! D'essere stati poveri è facile scordarsi; ma d'esser stati signori, quanto è difficile!