— Ma ha un orario più lungo.

— E se ne vanta! È la sola che faccia servizio fino alle undici!

— S'accomodi; ma la Belga ha le migliori linee, passa per le strade principali. Sa che il Martinetto e il Vinzaglio danno dalle settanta lire per giorno?

— Corbellerie! In ogni caso, dà più da sola la barriera di Nizza che quelle due messe insieme.

— Che sproposito!

— Non è una risposta da persona civile!

— Non è da persona civile voler dare ad intendere delle assurdità!

E così, agitando tutti e due il giornale della mattina che annunciava il maremoto del Giappone con quaranta mila morti e ottomila case distrutte, tirarono via fino al corso Vittorio Emanuele, dove si vide un carrozzone della linea dei Viali, uscito dalle rotaie, risospinto indietro a gran fatica dal cocchiere e dal fattorino, fra due ali di passeggieri impazienti. E il paladino della Torinese, voltandosi verso il suo avversario col viso lampeggiante, e accettandogli il carrozzone deviato: — Vede? — gli disse, — è della Belga. — Poi tacque, e assaporò il suo trionfo. O cervelli, appetto a cui il cranio d'una formica è palazzo Pitti! come diceva Francesco Domenico. Eppure, non è giusto, perchè vi sono anche nei cervelli e negli animi grandi dei ripostigli oscuri in cui s'annidano di queste idee nane e di queste passioncelle miserabili, che vengon fuori di tanto in tanto, e paion più nane e più miserabili e fanno più compassione e più dispetto.... appunto perchè escono dal Palazzo Pitti.

*

Un altr'ordine d'osservazioni feci di quei giorni sui malati in tranvai. Ne avevo già osservati nei mesi addietro: un giovinetto tisico, che faceva ogni giorno, forse per ricreazione, il giro intero della linea dei Viali, sempre solo, e che guardava tutti e tutto con lo sguardo stupito e insistente di chi, sentendosi già diviso dal mondo, lo vede a una distanza in cui gli apparisce quasi sotto un aspetto novo; una signora ancor giovane, pallidissima, che ad ogni scossa del carrozzone si premeva una mano sul cuore, chiudendo gli occhi e torcendo la bocca, come per un colpo di coltello; ed altri, dei visi smunti e bianchi, sui quali i passeggieri fissavano lo sguardo, troncando ogni conversazione, come per scrutarvi il mistero della morte. Ma non mi s'era offerto mai uno spettacolo così triste come quello che vidi la domenica di San Luigi, penultima di Giugno, sull'imbrunire, quando sui tranvai s'accendono i lumi. In un carrozzone chiuso, pieno di gente allegra che tornava da scampagnate e da feste, salì con grande stento, sorretto per un braccio da un giovinetto, un uomo sui cinquant'anni, dalla faccia smorta e disfatta; il quale, appena messo il piede sulla piattaforma, si cacciò una mano sulle reni, come trafitto da un gran dolore improvviso, e rovesciando il capo indietro, si battè l'altra sulla fronte, e gridò con una voce d'angoscia da far rabbrividire: — Oh mi povr'omm! Mi povr'omm! — Doveva esser la sua una di quelle forme terribili di malattia della spina, accompagnate da sensazioni strane e spaventevoli, che paiono il principio d'uno sfacelo repentino dell'organismo e quasi l'annunzio della morte imminente. Entrò, più portato che sorretto, e cadde sopra la panca come un sacco di cenci buttato, volgendo intorno uno sguardo d'agonizzante, e mettendo un lamento sommesso, continuo, spaurito, infantile, tra il gemito e il pianto, che schiantava il cuore. Fra i passeggieri fu come se avessero gettato nel carrozzone un cadavere; ed era orribile veramente sotto la luce fioca della fiammella che ingialliva il suo viso chino, lasciandogli gli occhi nell'ombra, come già spenti. In tutta quella gente spensierata si destò bruscamente il sentimento della fragilità della vita umana, il pensiero d'una vecchiaia martoriata e disperata, la visione delle mille infermità miserande che ci aspettano, come mostri appiattati, sulla via degli anni, per saltarci sulle spalle e cacciarci a furia di morsi alla fossa. E vidi bene che fu in quasi tutti un effetto di sgomento più che di pietà. Alcuni impallidirono; una signora s'alzò e uscì sulla piattaforma; altri, per non vedere, torsero il viso verso la strada, e un signore vicino a me redarguì il fattorino, dicendogli che non era lecito, che era “un'indegnità„ il lasciar salire sul tranvai un uomo in quello stato. Un'indegnità! Gli avrei voluto ridire che tale non mi pareva; che se non l'avessero fatto salire, quell'infelice avrebbe sofferto doppia tortura a strascinarsi a casa a piedi, e ch'era giusto che la carrozza di tutti trasportasse anche i dolori, e ch'essa faceva del bene pure per questo: che costringeva qualche volta anche i felici a fissare in viso la disperazione e la morte, ad accogliere il grande pensiero che fuga ogni vanità e schiaccia ogni orgoglio. Ma avrei sciupato il mio fiato perchè proprio in quel momento, mentre passavamo accanto al giardino di piazza dello Statuto, si sparse una maledetta tempesta di note di flauto e di tromba da una giardiniera che veniva giù di corsa dallo stradone di Rivoli, tutta occupata da una banda musicale di dilettanti in cimberli, e lo spettacolo nuovo e comico di quel carrozzone sonoro, in cui si vedevano al chiarore dei lumi le facce rosse e enfiate di venti sonatori soffianti negli strumenti con una furia d'energumeni, ricondusse il pensiero di tutti dalla morte alla vita.