— Tò: anche questo ha il difetto solito: bisogna che l'Amministrazione si decida a cambiare i freni.

Mi bastò per riconoscere un tranvaiofilo. Ne conoscevo già vari. Ogni nuovo servizio pubblico, che rappresenti un progresso cittadino, tira a sè un certo numero di questi amatori, che prendono a cuore il suo andamento, i suoi interessi, i suoi più minuti particolari come se fossero azionisti della Società che lo esercita. Il mio vicino era uno di quelli che sanno il numero esatto dei carrozzoni chiusi e delle giardiniere della Società Torinese e della Belga, che conoscono i regolamenti, il profitto medio quotidiano di ciascuna linea, il nome d'una cinquantina di fattorini, cocchieri e controllori, il nomignolo, l'età, le buone qualità e i vizi di altrettanti cavalli, che nelle loro corse quotidiane esaminano il materiale, interrogano gl'impiegati, notano gl'inconvenienti, danno una mano. se occorre, a rimettere sulle rotaie un carrozzone sviato, e fanno qualche volta delle proposte per lettera all'Amministrazione, e parteggiano quasi tutti per l'una o per l'altra Società, senza alcuna ragione determinata, per un sentimento spontaneo di simpatia, che non si saprebbero spiegare.

Ricominciò a celiare con Giors sul Grand Hôtel della barriera, e a ridere ad ogni sua risposta amena ammiccando ora all'uno ora all'altro come per dire: — Eh, che bell'originale? Ci son io soltanto che lo so stuzzicare. — Poi, essendo scesi parecchi, si rivolse a me solo, abbassando la voce: — Gran buon uomo, sa. È stato soldato. Prima d'entrar nei tranvai faceva l'imballatore. Già, è tutto un personale eccellente quello della Belga; l'avrà osservato lei pure. Anche quello dell'altra, non fo' per dire. Ah, non ci possiamo lamentare. Io son stato all'estero.... e non c'è Parigi, non c'è Londra. Per quello che è personale, badiamo bene. Non potrebbero fare una scelta migliore.... salvo rare eccezioni. — Poi soggiunse sorridendo: — Ce n'è di tutte le provenienze. Non troverà un altro personale di servizio pubblico che sia passato per tanti mestieri. Anche con quelli d'una Società sola lei può mettere insieme una pattuglia di carabinieri, di soldati di cavalleria, di guardie di finanza; ci trova chi le fa la barba, chi le canta l'Aida, chi le stampa un libro, chi le cucina un pranzo in tutte le regole. Ci son perfino dei marinai e dei segretari comunali. C'è un fattorino della Belga che sa mezzo Dante a memoria e parla latino. Non è vero, Giors, che c'è un fattorino che ha fatto il Liceo?

— E come! — rispose il cocchiere. — Ha sempre la testa nelle nuvole. Gli caricano tutti i soldi dell'Argentina.

*

Quel benedetto “tranvaiofilo„ mi fece cambiar idea un'altra volta: fui tentato di fare uno studio soltanto sugli impiegati dei tranvai. L'argomento si prestava a rappresentare in un quadro forte la lotta disperata degli innumerevoli cercatori di piccoli impieghi, che, nuotando come naufraghi in tutte le direzioni, s'afferrano a tutte le travi e a tutte le tavole, e lascian l'una per avvinghiarsi all'altra, s'affondano e risalgono per riattaccarsi alla prima, da per tutto respinti, sospinti, adunghiati da cento mani che cercano la salvezza sullo stesso palmo di legno. La biografia d'una cinquantina di cocchieri e di fattorini sarebbe stata una storia maravigliosa, e non inutile, di famiglie fulminate e smembrate dalla sventura, dì piccoli commercianti falliti, di piccoli proprietari rovinati, di poveri diavoli travolti senza posa dalla caserma all'officina, dall'officina all'anticamera, alla bottega, alla portieria, alla cantina, all'ufficio, sbalzati sul tranvai dalla vettura, dal furgone, dalla carretta, dal carro funebre, diversissimi fra di loro d'educazione e di cultura, e nel modo di considerare il proprio stato, che è immutabile e soddisfacente per gli uni, e transitorio e insopportabile per gli altri, destinati in gran parte a nuove cadute, a nuove trasformazioni, a nuove avventure. Ed anche mi allettava allo studio la vita strana di costoro, che corrono la città tutto l'anno e tutto il giorno, mangiando a scappa e fuggi come soldati alla guerra, in contatto con gente d'ogni classe e d'ogni ceto, strisciati dalla veste profumata della signora, urtati dal gomito brutale del briaco, costretti continuamente a disputare, a ammonire, a comporre dissidi, spettatori e uditori obbligati d'amori, di pettegolezzi, di discussioni, di beghe, di ridicolaggini e di miserie infinite. E con questa nuova idea, per vari giorni, andai interrogando fattorini e cocchieri....

*

Ma proprio in quei giorni fermarono la mia attenzione altri personaggi, che m'indussero da capo ad allargare il campo del mio libro.

La prima fu una vecchietta della campagna solita a venire a Torino sul tranvai che parte dalla barriera di Francia. Veniva forse da Pozzo di Strada. La trovavo quasi sempre sulla piattaforma, con accanto un sacco ritto, pieno di non so che, molto pesante, al vedere. Scendeva ogni volta al crocicchio di via Venti Settembre. Giors l'apostrofava di tratto in tratto come una conoscente: — Bondì, mare —; essa rispondeva con un cenno del capo. Non apriva mai bocca se non per chiedere scusa ai passeggieri dell'ingombro del suo sacco, che mutava di posto ogni momento, perchè impacciasse il meno possibile. Era una vecchierella piccolissima, con le braccia d'una cortezza straordinaria, vestita rozzamente, ma molto pulita, con un fazzoletto di colore sul capo: un viso umile e buono. Soleva star ritta in un angolo, con una spalla appoggiata alla colonnina, con la fronte bassa, con gli occhi fissi sui piedi dei vicini, come meditando, e non solo non guardava, ma pareva che non vedesse nessuno, e ogni tanto chiudeva gli occhi, e stava un po' così, come se dormisse. Per via Garibaldi si faceva il segno della croce quando il tranvai passava davanti alla chiesa di San Dalmazzo, alla Trinità e ai Santi Martiri, o quando incontrava una processione di Figlie verdi col crocifisso. Era evidente che aveva un pensiero fisso, un'immagine triste immobile davanti alla mente, un dolore chiuso e grave che non cercava conforti e che nessuna parola pietosa avrebbe potuto alleviare. Una mattina poco mancò che un sobbalzo improvviso del carrozzone non la buttasse giù: fece appena in tempo ad afferrarsi alla colonnina; ma non passò sul suo viso bruno e rugoso la più leggiera espressione di spavento: non le premeva la vita, si capiva. Che poteva esser stata la sua vita? La ricorrevo con l'immaginazione, guardando lei: curvata al lavoro fin da bambina, sfiorita a vent'anni, sposata per la dote d'un palmo di terra, maltrattata, abbandonata dai figliuoli adulti, rimasta sola, forse, dopo cinquant'anni di fatiche e di stenti, con un vecchio ingrato e malato.... Mi destava una grande pietà. All'angolo di via Venti Settembre scendeva, si metteva il sacco sulle spalle e, piegata sotto il peso, pigliava verso Porta Palazzo. Vista di dietro, nella strada, pareva una bimba, tanto era poca cosa: era veramente l'immagine della sua vita: una cosa di nulla, china sotto un gran carico, in mezzo a gente che la urtava e non le badava. Studiando la sua tristezza, l'ultima volta che la vidi, vi scopersi l'espressione d'un dubbio o d'una speranza, mi parve come un dolore che aspettasse, e che dovesse cessare un giorno o mutarsi in disperazione....

L'altro “personaggio„ fu una signorina che trovavo qualche volta sul tranvai del Martinetto, qualche volta su quello di corso Vinzaglio, sempre sola. La prima volta che la vidi, seduta in un angolo del carrozzone, il suo viso si disegnava di profilo sopra il vetro del finestrino, dov'era dipinto in colore azzurro e rosso di fuoco un annunzio figurato di pastiglie per la tosse; e pareva veramente un viso di vergine campeggiante nell'invetriata d'una cattedrale; così puro di linee, così casto d'espressione e d'una bianchezza così eguale e soave che avrebbe attirato il primo sguardo fra dieci visi di monache tutte belle. Fui anche più maravigliato quando si voltò, mostrando due grandi occhi chiari e sereni, che si fissavano un momento ora sull'uno ora sull'altro di quelli che la guardavano senza dare il più leggiero segno nè di stupore, nè di compiacenza, nè di suggezione, come gli occhi d'una creatura chiusa alle passioni umane. Aveva l'aria d'una ragazza che non potesse arrossire per ignoranza del peccato, che non avesse più mutato aspetto dall'età di cinque anni, e a cui mancasse la coscienza del proprio sesso: una di quelle figure serafiche, che non ci riesce d'immaginare intese a un'occupazione volgare, e quasi neppure alla soddisfazione d'un bisogno fisico, come se del corpo umano non avessero che le forme esteriori. Ebbi un disinganno, peraltro, quando la vidi levarsi in piedi e discendere: era molto alta di statura, stretta di spalle, un corpo di bambina allungata, così esile e leggiera, che un ragazzo l'avrebbe potuta portar via. Tutta la sua bellezza era nel capo, incoronato d'una stupenda capigliatura castagna: la natura le aveva abbozzato il resto senz'amore. Vestiva molto modestamente, con semplicità severa, come si vestirebbe una monaca costretta a smettere per un giorno l'abito religioso. Mi destò una viva curiosità. E fin dalla prima volta mi sorse nella mente un'immagine che non ne uscì più: Vittoria Colonna morta, del pittore Iacovacci: chi sa perchè? Vidi lei vestita di bianco, distesa sopra un catafalco, lunghissima, ravvolta in un velo bianco, coronataci fiori bianchi, in mezzo a quattro grandi ceri fiammanti, e la chiamai dentro di me: la vergine morta. Chi poteva essere, così bella e così strana, e sempre così sola? Non l'ombra d'un pensiero mi passò per la mente, che non fosse rispettoso, poichè s'ha un bel sapere per esperienza che i visi ingannano: ci sono dei visi su cui si giura. E mi rimase un desiderio acuto di sapere, e feci il proposito fermo di chiedere, di scoprire in qualunque modo chi fosse.