Il terzo personaggio mi destò una curiosità anche maggiore. Una mattina che nevicava, in via Garibaldi, fa fermare il tranvai un piccolo signore sulla cinquantina, con gli occhiali e il pizzo grigio, s'avvicina per salire sulla piattaforma davanti, e, visto me, mi lancia un'occhiata severa e scappa sulla piattaforma di dietro. Diavolo! Già una volta l'avevo visto fare quell'atto; ma non m'era nato alcun sospetto: poteva essere un caso o uno sbaglio. Ma la seconda volta non cadeva più dubbio. Ero proprio io la forza repellente. E perchè mai? Non lo conoscevo; non ricordavo d'avergli parlato mai. È però tanto facile il dimenticarsi d'aver offeso, anche non volendo, uno sconosciuto, o con una lettera asciutta, o col silenzio, o con uno sgarbo fatto per la via, che mi diedi a cercare rapidamente nella mia memoria. Ma non vi ritrovai nè il suo viso, nè un indizio qualsiasi della sua esistenza. Che fosse un'antipatia letteraria così violenta da rendergli insopportabile la mia vicinanza? Ma non m'aveva l'aria d'un cittadino che potesse patire di quella malattia: pareva d'una professione remotissima dal mondo delle lettere, come un notaro o un segretario d'agenzia, un padre di famiglia serio e posato. A un certo punto, voltandomi indietro, mentre i due usci erano aperti, lo vidi ritto sull'altra piattaforma, e incontrai il suo sguardo: egli dilatò gli occhi, come a una sorpresa sgradevole, e voltò bruscamente il capo dall'altra parte.... Ombre degli avi miei! Era veramente un'antipatia d'indole acuta; era un uomo che m'avrebbe dato fuoco da due parti. Ebbene, rimasi male; sì, alla mia tenera età! perchè son uno di quei poveri diavoli che non sanno rassegnarsi a essere odiati. Presi nota di quel viso nella mia memoria. L'“amico„ doveva star di casa su quella linea, l'avrei rivisto, avrei forse scoperto il suo perchè, e mi si poteva offrir il modo di levare a lui il verme dal cuore e a me l'osso dalla gola....
*
Mi si presentarono intanto altri personaggi; la cosa s'avviava bene. Pensai che si potessero anche studiare sul tranvai gli effetti degli avvenimenti politici; ma mi persuasi presto che, per questo riguardo, c'era poco da cavare da un popolo dell'indole del torinese. Eran quelli i giorni della grande ansia pubblica per la sorte della fortezza di Makallè. Sui tranvai di Napoli avrei inteso chi sa che discussioni ed esclamazioni; su quelli di Torino non c'era nulla da raccogliere: la mattina leggevan tutti il Popolo e la Stampa, in silenzio, e solo i conoscenti barattavano qualche parola a voce bassa, per lo più dei: — ma! — secchi e solitari, come suoni di bottiglie stappate. Conobbi però un fattorino che s'occupava della guerra con gran passione, e che mi diede egli solo una forte spinta a scrivere il libro. Era una settimana sulla linea del Martinetto, un'altra su quella dei Viali: un lanternone biondiccio, con gli occhi lustri e le guance cave, che arieggiava lo Zanardelli. Lo chiamavano Carlin. Era acceso d'un sacro furore per la guerra d'Africa; diceva egli stesso che fin dal principio della campagna quello era un suo pensiero fisso, che non gli dava pace. Tendeva l'orecchio a tutti i discorsi guerreschi dei passeggieri, e quando sentiva biasimar la guerra o far presagi sinistri, faceva dietro le spalle del parlatore degli atti violenti di negazione. Le buone notizie lo inebbriavano, e allora parlava alto da sè: — Bravo Galliano! Ah non importa: si fanno un bell'onore! Ah, la vedremo! — E aveva il baco dello stratega: ripeteva ogni mattina che bisognava pigliarli fra due fuochi, e faceva l'atto con le braccia. — Ma perchè non li pigliano fra due fuochi? — Gli pareva così semplice! E non sapeva darsi ragione del perchè non lo facessero. — Non concluderanno niente — diceva —, fin che non li attaccheranno davanti e di dietro non concluderanno niente; non ne tornerebbe più uno a casa di quei maledetti negri, non uno! — Se la prendeva anche con la Francia per un pezzo d'articolo insolente che aveva letto tradotto in un giornale; avrebbe voluto che si “desse una lezione„ anche alla Francia. Era un esempio maraviglioso di atavismo bellico. Le sue idee sulla politica estera si riducevano in un solo concetto semplicissimo: — darle —; dandole, non importa a chi nè con qual fine, s'accomodava ogni cosa. Avendo un giorno udito parlare delle stragi d'Armenia, diceva che si doveva mandar là “in vcntiquattr'ore„ tutte le flotte: era molto semplice anche il suo modo di risolvere la quistione d'Oriente: — Bombardé tutt! (Bombardar tutto) — e accennava con un gesto largo tutto l'orizzonte. Ma pochi gli davan retta, perchè i blateroni, a Torino, fanno poca presa. V'era un solo passeggiere che gli rispondeva ogni tanto qualche monosillabo perchè lo doveva conoscere da un pezzo, un abbonato che saliva ogni mattina alla stess'ora sui tranvai diretto a Piazza Castello, un tipo di travet che ha del suo, grasso e severo, e correttamente vestito; che Carlin chiamava “cavaliere„. E anche questo era destinato ad essere uno dei miei personaggi prediletti. Era la figura ideale del bicchierino pacato e compassato. Si sedeva ogni mattina dentro, dalla parte posteriore del carrozzone, e se non trovava libero quell'angolo, anzichè sedersi in un'altra parte, restava in piedi di fuori. Appena seduto, ogni volta con lo stesso atto riposato tirava fuori dalla stessa tasca del soprabito la Gazzetta del Popolo, l'apriva lentamente, e leggeva sempre per prima cosa la cronaca cittadina, e poi il rimanente, ma senza mai tagliare il foglio, che voltava e ripiegava con tutti i riguardi, e senza dar mai nel viso il più leggiero segno di curiosità o di maraviglia, qualunque fossero le notizie del giorno; finchè arrivato in Piazza Castello tirava fuori l'orologio, ogni mattina con lo stesso gesto, e guardava l'ora prima di scendere. Un vero travet dello stampo antico, conservatosi intatto perfettamente. E d'un amor proprio campanilista così geloso! Una mattina, lui presente, vedendo che passava un carro sul marciapiede per lasciar la strada al tranvai, dissi forte a un mio amico: — Già, questa via Garibaldi è troppo stretta. — Egli alzò dalla Gazzetta il viso stupito e sgranando gli occhi verso di me, senza guardarmi in faccia, mormorò: — Stretta Via Ga-ri-bal-di? — Poi ricominciò a leggere con una sfumatura di sorriso ironico sulle labbra. Tutta l'anima del vecchio Torinese s'era rivelata in quelle tre parole. Me ne innamorai, e scrissi i suoi connotati nel mio taccuino.
*
Pure in quei giorni feci un'altra scoperta che mi diede un impulso di più a colorire il mio disegno, la scoperta (non posso far di meno di quest'espressione barbarica) dell'“erotismo tranviario„ una delle “molte forme psicologiche di quella eccitazione sessuale„ che, secondo il Ferrero, è cagione della minore attitudine della razza latina al lavoro metodico, in confronto della razza anglo-sassone. Scopersi che v'è una famiglia d'uomini di tutte le età, ma i più dell'età matura e della classe agiata, facilmente riconoscibili, per i quali il tranvai è un nido errante di delizie erotiche del pensiero, una specie di arem continuamente cangiante, in cui per la via degli occhi, dell'olfatto e dei contatti fortuiti essi si procurano mille godimenti raffinati dell'immaginazione. Infatti, respirare come in un salottino un'aria pregna di delicati profumi femminili, seder per mezz'ora in mezzo a due belle signore che vi pigiano, sentirsi urtare il ginocchio dal ginocchio o premere il piede dal piedino d'una signorina che entra o che esce, o appoggiar la mano inguantata sulla spalla da un'altra che perde l'equilibrio nell'atto di sedersi, e altre cosette simili, sono piccole voluttà in nessun altro luogo così frequenti e così facili come nella carrozza di tutti. V'è in questa famiglia una varietà grandissima di dilettanti, da quello che cerca soltanto dei piaceri quasi spirituali, come il grazie e il sorriso della signora a cui cede il posto o apre l'uscio o porge il fazzoletto dimenticato o sorregge il bambino quando scende, via via, per una gradazione minuta, fino a quello che preferisce le voluttà più sensuali della piattaforma, dove le sere dei dì di festa, fra la calca della gente in piedi, si trova a strofinar la barba sulla capigliatura fresca d'una ragazza del popolo, o riceve sul petto e nel viso l'urto e l'alito d'una bella persona buttatagli addosso da un sobbalzo del carrozzone, o può premere col braccio un braccino imprigionato, di cui sente la morbidezza a traverso la manica. Studiare questi vari “amorosi„, e in special modo gli ultimi, del palcoscenico rotante, osservare le simulazioni diverse di fredda indifferenza o di raccoglimento filosofico con cui cercano di coprire le loro ebbrezze silenziose, e cogliere anche il contrasto comico che c'è qualche volta tra la gravità dei loro discorsi politici e la natura delle loro sensazioni e dei loro pensieri segreti, mi parve una cosa nuova e allettante. E apersi una colonna per gli erotici dei tranvai nello scartafaccio dei miei appunti.
*
Ebbi ancora una spinta a scrivere esperimentando quante più cose abbracci e penetri la facoltà d'osservazione quando invece d'aspettare, come di solito, il richiamo degli oggetti, si fa una facoltà attiva, che interroga e cerca, acuita dalla curiosità e stimolata da uno scopo. Non ero ancora ben fermo nel mio proposito che già, in quegli ultimi giorni di gennaio, avevo raccolto una maggior quantità d'osservazioni che non avessi fatto per l'addietro in molti anni; alcune delle quali, d'ordine generico, m'avrebbero messo sulla via di farne molte altre curiosissime. Avevo osservato, per esempio, che signori e signore, rispetto al modo di considerare il tranvai, si dividono in due ordini: quelli che lo hanno accolto e se ne servono volentieri, senz'alcuna ripugnanza, anzi quasi compiacendosi della promiscuità delle classi che v'è inevitabile, e quelli che se ne giovano perchè non possono farne di meno, ma che, per quella ragione che lo rende ad altri piacevole, vi ripugnano, e fanno un piccolo sacrificio d'amor proprio ogni volta che vi salgono, e mostrano a mille segni sfuggevoli, mentre vi stanno, di adontarsi dei contatti plebei e di non veder l'ora di uscirne. Avevo notato, in special modo nella gente del popolo, e più che altro nel sesso femminile, altre due grandi famiglie: quella dei disinvolti, in cui è vivo e altero il sentimento dell'eguaglianza, che s'accomodano e discorron forte fra i signori come in casa propria, non vergognandosi, anzi facendo quasi ostentazione dei loro panni poveri; e quella dei timidi, giovani e ragazze per lo più, anche del ceto medio, che entrano impacciati e arrossendo come in casa d'altri, umilmente cerimoniosi, e siedono tenendo gli occhi sulle ginocchia, e aspettano per scendere che tiri un altro il campanello, per non attirar l'attenzione sopra sè soli. Mi s'era presentata fra i passeggieri d'ogni classe un'altra divisione notevolissima: la schiera dei noncuranti, che non hanno alcuna curiosità dei propri simili, che stanno là con gli occhi morti, senza guardar nè chi esce nè chi entra, come se fossero stufi dello spettacolo della vita e non avesse più alcun viso umano maggior significato per loro che una pietra del lastrico, e quella degli spiriti curiosi, che giran gli occhi continuamente da un viso all'altro, badando a ogni atto e a ogni parola di tutti, con la vivacità evidente d'un pensiero che scruta, indovina e commenta, come se ogni sconosciuto che entra nel carrozzone entrasse nella vita loro e dovesse un giorno esercitare un influsso sul loro destino.... E altre mille cose osservavo ogni giorno, maravigliandomi di non averle prima vedute mai, come se fosse stato sempre tra me e i miei compagni di corsa interposto un velo, che soltanto in quei giorni si squarciasse. Quante scene mute finissime e giochi riflessi di fisionomia e manifestazioni involontarie di pensieri e di sentimenti intimi fra quella gente che non si conosce, che si vede e si tocca per un momento, e non s'incontrerà forse mai più nella vita! Che baleni guizzano sul viso della ragazza povera, ma bella e opulenta di forme, quando siede di fronte alla signorina d'aspetto infelice e d'abbigliamento splendido, della quale si sente gli sguardi addosso e indovina i pensieri; quali ombre passano sul viso della signora elegante, regina del tranvai per cinque minuti, quando n'entra un'altra elegantissima, che svia da lei e attira a sè tutti gli sguardi e le siede davanti vittoriosa posando i piedi sulla sua corona caduta; e quante cose dicono gli occhi della vecchia ragazza malinconica quando le sta di faccia una florida mamma campagnuola con un gran pezzo di marmocchio rosato che le succhia l'anima dal seno! E che rapido e parlante scambio di sguardi e di sorrisi segue tra i passeggieri quando il sindaco della città, conosciuto da tutti, non trova più posto che accanto a uno spazzino municipale con tanto di scritta sul cappello, e quando una mondana dipinta, incipriata e petulante, riconoscibile alla prima occhiata, si viene a seder dirimpetto a una povera monachella che sfila il rosario col mento inchiodato sul petto, e quando un giovinotto attillato, che ha già preso un atteggiamento galante davanti a una bella signora, scendendo questa ad un tratto, si vede sedere di faccia in luogo suo un vecchio donnone in rovina con un cavolo enorme fra le braccia! E muta ogni tanto, come un quadro dissolvente, l'aspetto generale della compagnia. Predomina per un tratto il bel sesso signorile con un profumo misto d'essenze fini e di viole; poi si squaglia come per accordo, e prevale il popolo minuto — operai, erbivendolo, serve — con un odor forte di pipe spente e di cipolle; e poco dopo si trasforma il carrozzone in una stanza della Maternità, dove cinque o sei piccini sgambettano e gnaulano, rodono mele e pagnotte e succhiano poppaiole e caramelle; e dieci minuti appresso non ci son più che vecchi intabarrati, occhiali e barbacce, facce gravi d'uomini d'affari che consultano taccuini e discuton di cifre come in una sala d'agenzia. E in ciascuno di questi quadri mutevoli è un succedersi continuo di macchiette che spiccano vivamente sul fondo, ora un ufficiale in gran divisa, ora un prete che legge l'ufficio, o una signora con un mazzo di fiori, un ubbriaco che parla da sè, un malato che languisce, un contadino che dorme. Una piccola immagine della società umana, infine, un piccolo mondo pieno anch'esso di pompe e di miserie, di ravvicinamenti strani e di contrasti bizzarri, col suo baratto perpetuo d'invidie, di disprezzi e di danari; nel quale v'è chi scende, chi sale e chi casca, chi va fino a capo della corsa e chi s'arresta a metà, e chi non trova posto e chi n'occupa troppo, e gli uni lo disputano agli altri, e questi ridono, e quelli si lagnano, e tutti hanno premura di giungere, e il veicolo che porta tutto questo — come quell'altro — va, va, va senza posa
per tornar sempre là donde s'è mosso.
*
A questo punto il libro mi si disegnò nel pensiero lucidamente: scrivere quello che vedevo sui tranvai, giorno per giorno, per il corso d'un anno, dipingendo le persone più notevoli che v'avrei rivedute più sovente; rappresentare le relazioni e l'azione che esercitano l'una sull'altra, mescolandovisi, le varie classi sociali, senza forzare il vero ad alcun fine; ritrarre, insomma, il più fedelmente possibile, quella varia commedia umana, sparsa e fuggente per quindici lunghissime linee, che, intersecandosi in cento punti, costituiscono nella circolazione generale della vita cittadina una circolazione più rapida, e quasi una vita volante al disopra di quella della popolazione che cammina. Ma dal concepire il disegno al cominciare risolutamente il lavoro c'è un passo, che in più d'un caso non si fa mai. A farlo occorre alle volte un ultimo impulso, un piccolo accidente, che è come la fiammella che dà fuoco a una grande architettura pirotecnica lungamente preparata.