Questo piccolo accidente m'occorse l'ultimo giorno del gennaio, verso il tramonto, sulla linea del Corso Vinzaglio. Il carrozzone era pieno. Sul Corso Vittorio Emanuele salì e rimase in piedi sulla piattaforma davanti una donna del popolo d'una trentina d'anni, vestita male, che teneva in braccio una bellissima bambina bionda di nove o dieci mesi. Stando lei rivolta verso i cavalli, la bambina, appoggiata alla sua spalla, volgeva il viso indietro, verso uno dei finestrini; dietro il quale, nell'angolo interno del carrozzone, sedeva una giovane signora, che avevo visto altre volte su quella linea, e che per il viso, il modo di vestire e il contegno ugualmente singolari m'aveva colpito. Era piccolina, ma bella, con due grand'occhi scuri e sporgenti; un viso bruno pieno di vita e improntato d'una bontà grave, calda, inquieta, ardita, come quella d'una suora di carità sul campo di battaglia; e avevo notato che quando parlava le veniva su di tratto in tratto un'ondata di sangue e le si gonfiava il collo e le s'alzava il seno con violenza come se la forza della passione le opprimesse il respiro. Ed era vestita bene, ma senza nulla di vistoso, con una discrezione evidentemente voluta, che appariva anche più modesta accanto all'eleganza della bambinaia che aveva con sè; e c'era nel suo vestito una certa trascuratezza inconsapevole, che s'accordava coi suoi capelli un po' scomposti, non per arte, si vedeva, ma per negligenza. Teneva in quel momento ritto sulle ginocchia un bambino d'un anno al più, vestito con lusso, bruno come lei, con gli occhi grandi e oscuri come i suoi; il quale stava appoggiato col viso e con le mani contro il vetro del finestrino.
Il bambino e la bambina si trovarono così di fronte l'uno all'altra, quasi toccandosi col viso, non separati che dal vetro.
Appena si videro, parve che si riconoscessero dopo essersi per lungo tempo desiderati e cercati. Non è raro il caso fra bambini di quell'età; ma uno così bello non l'avevo visto mai. Cominciarono a sorridersi, poi a ridere, a scuotersi e a tender le braccia, la bambina chinandosi, il bimbo alzandosi sulla punta dei piedi; palpavano il vetro con le manine, volevano toccarsi, avvicinavano i visi, cercavano di sguisciare dalle mani delle loro mamme, ed eccitati a vicenda da quella mimica amorosa, s'agitavano e ridevano sempre più forte, mostrandosi i sedici dentini incisivi che avevano fra tutte e due, ansando e accendendosi nelle guance, trillando e scattando con tal vivacità l'un verso l'altro, che prima le due madri dovettero voltarsi e trattenerli perchè non dessero delle capate nel vetro, e poi tutti i passeggieri ch'eran dentro si misero a guardare, sorridendo, maravigliati di quella espansione irrefrenabile di simpatia e d'allegrezza.
Tutt'a un tratto la signora balzò in piedi, aperse l'uscio con una mossa vigorosa e uscendo sulla piattaforma alzò il suo bimbo verso la bambina, che l'aspettava con le braccia tese. Volevano baciarsi, ma non sapevano, si misero le mani sul capo e intorno al collo, si strofinarono il viso l'un contro l'altro, e poi s'avviticchiarono, parendo per un momento un solo grosso bimbo con due teste, vestito per metà da povero e per metà da signore, con una capigliatura mezza bruna e mezza bionda....
— Ah che birichinaia grama! — esclamò Giors, dando una frustata ai cavalli, dopo aver visto la scena. — Maledetta razza di sfaccendati, di mangiapani a tradimento! — E voltando verso di me il viso esilarato: — Eh, a quell'età, in pieno tranvai! E il povero Giors che fa lume! — E diede in una risata. Ma vidi che aveva gli occhi inumiditi.
— Il libro è fatto — pensai.
CAPITOLO SECONDO.
Febbraio.
Un consiglio agli studiosi delle donne: osservino i loro diversi modi di far fermare il tranvai, di sulla strada e di dentro, e ne ricaveranno gran lume a giudicare del loro carattere. Alcune agitano l'ombrellino in alto, da lontano, come un capitano di cavalleria agita la sciabola, o gridano un alt imperioso, corrugando la fronte e tendendo il braccio come per dare un ordine perentorio a un marito ribelle; altre muovono la mano all'altezza della spalla, come chi chiama a sè qualcheduno, o l'alzano graziosamente con due dita tese e col capo un po' inclinato da una parte, sorridendo, nell'atto della scolaretta che chiede il licet alla maestra: mogline sottomesse, parrebbe. E infinita e piena di significati psicologici è la gamma degli alt argentini e gravi, tremoli e dolci come note di tortora o interiezioni amorose, o duri e taglienti come i no d'una virtù inespugnabile. Quelle che hanno l'alt soave, per lo più, s'affrettano a salire, chiedendo scusa del ritardo con uno sguardo timido e sorridente; le altre, invece, se anche sono d'un bel tratto lontane, fanno il comodo loro, non badando agli atti d'impazienza dei passeggieri che aspettano, o mostrando un viso di regine offese. E sono anche più diversi i modi di far fermare per discendere. Le une s'alzano di scatto e danno una strappata alla correggia del campanello come padrone irritate che chiamino il servitore; le altre fanno un cenno di preghiera al fattorino perchè tiri lui, o se stanno sulla piattaforma, premono delicatamente con l'indice la spalla del cocchiere e gli domandano all'orecchio, come in confessione, se vuol far il piacere di fermare un momento. E si capisce che in molte, specialmente della classe alta, deriva da un concetto esagerato della brutalità degli uomini del popolo e del loro mal animo contro i signori la cortesia eccessiva e quasi umile che usan con loro; con la quale cercano d'ammansirli, come cagnacci ringhiosi, per timore di villanie gratuite; ed è altrettanto palese che quelli rispondono malamente, in molti casi, a quella cortesia soverchia, appunto perchè ne intuiscono la cagione, e se ne adontano.
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