Stavo riandando queste osservazioni, fatte per l'addietro, quando salì accanto a me sul tranvai dei Viali, vicino alla Mole Antonelliana, un bel giovanotto di mia conoscenza, una specie di fanciullo erculeo, sano e fresco come un fiore, figliuolo d'un ricco proprietario di case, dilettante di pittura a ore perse, simpatico per un misto originale d'ingenuità e d'arguzia, e compagno di chiacchiere piacevolissimo, perchè conosceva mezza Torino. Seguitai con lui a voce alta il corso dei miei pensieri.
— Ah! — esclamò, — lei fa degli studi sui tranvai. E anch'io. — Aveva fatto egli pure delle osservazioni sull'“erotismo tranviario„, ma s'occupava d'un ordine particolare di fatti: era uno specialista del bel sesso. S'interruppe per guardare una signora seduta dentro; poi mi domandò se mi ricordavo dove quella signora fosse salita. In piazza Vittorio Emanuele, mi pareva. — E scusi — ridomandò — ha osservato che abbia preso il biglietto di coincidenza? — Non l'avevo osservato. Rimase un po' pensieroso; poi disse piano: — L'ha preso di sicuro. È strano. Gira su tutte le linee e prende sempre la coincidenza. Ci dev'essere un perchè: forse per sconcertare i curiosi, o per sviare qualche spia, che sospetta d'aver alle calcagna. — Gli domandai chi fosse. Lo sapeva; ma non lo disse. — È la signora.... delle coincidenze — rispose sorridendo. E mi parlò della sua “specialità„. Egli si divertiva a indagare i misteri amorosi. C'era, per esempio, una signorina di famiglia conosciuta, che saliva sempre sul tranvai con la sua cameriera, ma fingendo di non essere in sua compagnia, e a un dato punto scendevano tutt'e due, e l'una pigliava da una parte, l'altra dall'altra, come se non avessero nulla a che fare fra di loro: c'era lì sotto un segreto, che non aveva ancora potuto scoprire. Ah i tranvai, che agevolezze avevano portato agli amori e che tormenti alle gelosie! Egli sapeva di mariti gelosi che proibivano assolutamente alla moglie di salirvi; che piuttosto di salire con essa sulla piattaforma affollata, quando dentro non c'era più posto, facevano due miglia a piedi sulla neve, e che quando eran costretti a ficcar la loro metà in quella calca d'uomini in piedi, vigilavano le facce circostanti con occhi di basilisco soffrendo delle torture d'inferno. Ne aveva inteso uno, in un salotto, chiamare l'istituzione del tranvai immorale, e definire i carrozzoni veicoli di scandalo, case ambulanti di mala fama. Ma d'altra parte, era un'“istituzione„ assai comoda per il servizio di polizia coniugale. Egli conosceva una signora che cercava gli scontrini negli abiti di suo marito per accertarsi ch'egli fosse veramente andato dove aveva detto, e che spesso, quando egli usciva dicendo: — Vado nel tal sobborgo — usciva essa pure, subito dopo, per pigliare un'altra linea convergente allo stesso punto; per il che accadeva qualche volta che in capo alle due corse, alla barriera di Nizza o di Casale, moglie e marito si ritrovavano di fronte, lei contenta d'averlo riconosciuto sincero, lui arrabbiato d'esser stato seguito; e ne seguìva una scena. — La linea dove avvengono più incontri d'amanti — disse poi —, è quella da piazza Castello alla barriera di Nizza. — Gli domandai perchè. — Non lo so — rispose —, ma è quella. Ne riparleremo. — E mentre stava per scendere, si rattenne per dirmi: — Guardi là, intanto, un quadretto curioso per lei.
Era un quadretto amenissimo, infatti; una famiglia numerosa, raggruppata da un lato del viale, due vecchietti, tre ragazze e due bimbi, che accennavano al cocchiere di fermare agitando tutti insieme nella nebbia una canna, quattro ombrelli e non so quanti fazzoletti, con le braccia in alto, con un movimento regolare e continuo, come un gruppo di naufraghi sopra uno scoglio, che chiedessero soccorso a un bastimento.
— Frequenti la linea della barriera di Nizza — mi ripetè il pittore discendendo; — ci troverà molti documenti.
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Dovetti appunto in quei giorni frequentar quella linea per andar a visitare un vecchio amico malato, che stava sul corso Galileo. E fu un piacere nuovo per me, in quelle mattinate grigie d'inverno, correndo quella lunghissima via diritta, a cui la grande stazione affumicata della ferrovia, i camini delle officine, il via vai fitto dei carri e la folla e la nebbia danno l'aspetto d'una via di Parigi o di Londra, osservare nella rapida corsa come la città via via dirada, rappicinisce e si acqueta fino alla barriera di Nizza, dove par che nelle cose e negli uomini incominci la pace della campagna. In pochi giorni conobbi la linea. Andando verso le dieci vedevo venir giù la vivandiera, il carrozzone consolatore che porta in piazza Emanuele Filiberto la colazione dei fattorini e dei cocchieri, il carico dei canestri sospirati, gli uni per gli scapoli, dati dalla Cucina economica della Società Torinese, gli altri portati alla Società o rimessi man mano al conducente lungo la via e raccomandati come bambini dalle mogli e dalle figliuole, appostate ogni giorno a quell'ora in quei dati punti, come per un convegno amoroso. Ritornando verso mezzogiorno incontravo il tranvai della “corsa degli impiegati„, quello che, partendo da piazza Castello alle undici e mezzo, raccoglie lungo il tragitto tutti i travet che vanno a desinare a casa in borgo San Salvario, sbadigliando a bocca squarciata, con la faccia lunga dalla fame e gli occhi rotanti dall'impazienza. Ritornando invece a notte fatta, trovavo nel carrozzone illuminato delle famigliole borghesi che andavano al teatro, eccitate dall'avvenimento insolito come se venissero a Torino da un'altra città, strette in conversazioni scolarescamente vivaci, come brigate giovanili partenti per un viaggio notturno d'avventure. E tra una corsa e l'altra, osservando i cavalli mentre aspettavo la partenza alla barriera, cominciai a prender simpatia per quelle povere bestie, venute la più parte dall'Ungheria, comprate alle fiere di Lunigo, di Novara e di Padova, alcune ancora belle e vigorose, altre con le gambe davanti già piegate e sformate dagli strapazzi, distinte con ogni specie di strani nomi, trovati dalla fantasia degl'impiegati intinti di lettere, — Sparta, Ovo, Falò, Rabagas, Romanziere, Ministro, Bibi, Colonnello, Episodio, Camelia, Passerotto, Senato, — destinate a passare un giorno dai tranvai alle cittadine, alle carrette, alle macine, ai carri mortuari, ai carrozzoni dei saltimbanchi, per dare poi all'uomo anche la carne e la pelle e le ossa, dopo aver faticato dieci anni al suo servizio e lasciato la vita sotto la sua frusta....
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Fin dal primo giorno conobbi su quella linea un cocchiere tipico; e do a questa parola il suo vero significato, perchè era un di quelli che in ogni famiglia d'impiegati o d'operai par che condensino in sè tutti i malumori, tutte le stizze, tutti gli spiriti ribelli della famiglia. Era un traccagnotto col capo nelle spalle, con un viso color di terra cotta, che pareva enfiato, con gli ocelli di bragia, la barba di setole, una voce di tuono. Gli muggiva in corpo una tempesta perpetua. Eruttava “accidenti„ smozzicati, di continuo, contro le biciclette che passavano, contro i monelli che spaventavano le bestie, contro i carrettieri che gl'ingombravan la via, contro chi saliva e chi scendeva, contro i cavalli, la frusta, il campanello, il colore del tempo. E quando non sacrava a voce, sacrava con tutti i moti della persona, col modo di frustare, di tirar le redini, di girar la testa e lo sguardo, di stringere il freno e di pestare i piedi; e quando non se la pigliava apertamente con nulla o con nessuno, faceva dei soliloqui stizzosi inintelligibili guardando in alto, come se dei nemici visibili a lui solo lo provocassero, danzandogli davanti per aria, o si sfogava soffiando nel suo fischietto, cacciando dei fischi prolungati, rabbiosi, senza necessità, come se fischiasse la creazione. Da piazza Castello alla barriera non lo vidi un momento rabbonito; pareva che portasse dentro l'ira d'un popolo; non potevo capire come non schiattasse. Pensai che, se aveva moglie, la povera donna doveva aver il paradiso assicurato. Intesi che lo chiamavan Tempesta, e il soprannome gli tornava a pennello. Dei passeggieri se ne lagnavano, brontolando; ma a me fece compassione, perchè un povero diavolo che passava la giornata a quel modo si condannava da sè al più miserando dei supplizi che gli potesse augurare la più vendicativa delle sue vittime; e mi pareva anche da compatirsi perchè per ogni Tempesta cocchiere c'era bene una decina di Tempesta passeggieri, che mettevan la pazienza dei suoi colleghi alla stessa prova a cui egli metteva la nostra.
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Apparteneva alla famiglia dei Tempesta il grosso signore coi baffi tinti e la caramella all'occhio, che la mattina dopo fece cenno di fermare all'angolo di piazza Carignano e di via Amedeo. Fece cenno in modo che il cocchiere, un perticone dal naso a becco, credè che lo facesse al tranvai di Vanchiglia sopraggiungente, e datagli un'occhiata, tirò via. Quegli si mise a correre accanto al carrozzone, col viso acceso, agitando la canna e gridando ira di Dio, e quando fu sulla piattaforma, ansante, investi il cocchiere. — Che maniere son queste? T'avevo fatto segno dì fermare; non ti faceva comodo, è vero? Queste sono facezie da birichin! — Il cocchiere, risentito, si difese; ne nacque un battibecco; venne innanzi il fattorino, un giovane biondo, dall'aria per bene, che ebbe il torto di pigliar le parti del compagno. L'altro imbestialì, gridò che sarebbe ricorso alla direzione.