— Quando avrà tolto una giornata di pane alla mia famiglia, — rispose il cocchiere, — non avrà ragione per questo. Intanto, non mi deve trattare col tu.
Il signore tinto lo guardò con stupore; parve più punto da quella osservazione che dall'altre parole. — Conosco la regola, — disse bruscamente — si dà del lei al controllore, del voi al fattorino e del tu al cocchiere.
— È una regola rispose l'altro — che riguarda il personale, noi fra di noi, non i passeggieri.
— È quello che saprò dalla direzione, — ribattè il signore, tirando fuori un taccuino per segnarvi il numero del carrozzone.
— Faccia pure.
— Non ho bisogno del suo permesso.
Il fattorino s'interpose da capo con buone parole, e quegli, borbottando, s'acquetò; ma rimase ritto sulla piattaforma nell'atteggiamento d'un nume corrucciato. Dove m'era già apparso quel viso? Non mi ricordavo; ma avevo visto certo molte persone che avevan con quella un'aria di parentela, ne avevo visto in ogni paese, in mille occasioni, leticare con camerieri d'albergo, con giovani di caffè, con commessi di negozio, con fiaccherai e con facchini, anche più vecchi di trent'anni di loro, dando del tu a tutti, con lo stesso piglio di quello, e mostrando con tutti quasi un risentimento d'istinto. Era uno di quei tanti per cui la società pare che si divida in bianchi e in negri, e che non capiscono come in questi ci possa essere qualche cosa di somigliante all'amor proprio; che, trattando coi negri, giudicano naturale e logico di adoperare il Galateo dei bianchi rovesciato; che non adoperano più il bastone, come i loro padri antichi, soltanto per paura dei pugni, ma, per forza d'atavismo, lo alzano ancora qualche volta, e più sovente ne parlano; e che con queste tendenze accordano per lo più le loro idee politiche, abbracciando tutti coloro che parlano di libertà, d'eguaglianza, di diritti degli umili con una sola e vasta designazione: — I baloss. — I mascalzoni.
L'uomo tinto discese sdegnosamente sul corso Vittorio Emanuele; il fattorino biondo lo seguitò un tratto con gli occhi, e poi mise un soffio.
— Cattiva pratica, eh? — gli domandò un passeggiere.
Quegli scrollò il capo. Lo conosceva da anni. Era una calamità di quella linea: vi faceva due corse il giorno; non passava settimana che non l'attaccasse con qualcuno. Una volta aveva fatto una scena perchè il fattorino, prima di dargli il resto, aveva esaminato il suo biglietto da una lira con diffidenza. Era ricorso un'altra volta alla direzione perchè a un suo rimprovero il cocchiere aveva risposto con un sorriso sarcastico. Un altro giorno aveva minacciato di ricorrere perchè lo stracciare gli scontrini, in segno di controllo, sulla faccia dei passeggieri, invece di bucarli con le tanagliette come fanno sulle strade ferrate, era una mancanza di rispetto. E “ricorreva„ infatti. Alla direzione ci dovevano aver già un mucchio di lettere sue. Tutto il “personale„ della Società lo conosceva. Lo chiamavano tintura Migone per via dei baffi. Quando saliva lui sul tranvai, si mettevan tutti sulle difese, preparati a un assalto. Poi soggiunse: — E se fosse il solo!