— Ce n'è dunque molti di quella semenza? — domandò il passeggiere di prima.

Il fattorino lo guardò e diede una forte soffiata nel corno, che fu insieme una risposta a lui e un segnale al tranvai del Valentino, che sopraggiungeva. Poi commentò la suonata. Di prepotenti come quello, pochi; ma di rompiscatole infaticabili, di stuzzichini, di brontoloni meticolosi e noiosi che attaccavano ogni momento una bega, o per gli scontrini troppo piccoli e di carta troppo sottile, o per i vetri che lasciavan passar l'aria, o per le tende delle “giardiniere„ troppo corte, o per il puzzo che mettevan nel carrozzone i cocchieri sedendovi dentro durante le fermate, o per il tavolato fradicio, o per le panche incomode, o per i battenti duri, ce n'era un reggimento. — Bisogna proprio dire — esclamò — che c'è della gran gente che non ha nulla da fare! Ah, non è la vita del Michelaccio la nostra... — Poi, accennando davanti a sè, disse con accento di rassegnazione filosofica: — Però, quando si vedon questi....

Guardai dove accennava e vidi venirci incontro un carrozzone pieno stipato, tutto di giovani. Quelli sulla piattaforma davanti stavan rivolti verso i cavalli, diritti, immobili, impettiti, col mento alzato, in atteggiamenti di statue: eran tutti imberbi e pallidi, con qualcosa di comune nell'espressione del viso, non so che di chiuso e di triste, come se avessero tutti un solo pensiero, come una squadra di condannati. Il carrozzone correva. Vidi dentro di sfuggita due schiere d'altri visi immobili, eretti, con quella medesima espressione indefinibile, quasi di raccoglimento severo, come se tutti fossero assorti nell'audizione d'una musica grave che venisse dall'alto e ciascuno di essi si credesse solo ad udirla. Anche la piattaforma di dietro era affollata di quelle statue viventi, dal viso scialbo e senza sorriso, rigide e mute, e v'eran tra quelli dei ragazzi che avevan la stessa espressione degli adulti, come se appartenessero a una razza non dotata che di una gioventù fisiologica, nella quale la vita dello spirito fosse già una vecchiaia pensierosa. Passarono così rapidamente che non ebbi il tempo di riconoscerli, e mi diede un brivido la voce del fattorino, che disse: — Sono i ciechi dell'Istituto di via Nizza; prendono sempre un carrozzone per loro soli, a prezzo ridotto.

*

Non vidi nessuna di quelle scene amorose che m'aveva preannunziato il giovine pittore: non era buona luna; ma mi toccò su quella linea, proprio l'ultimo giorno, una delle “migliori„ corse possibili; poichè (lo debbono aver tutti osservato) si danno sui tranvai le corse buone, in cui non s'hanno che incontri e impressioni gradevoli, e le cattive, che sono una sequela di piccoli dispiaceri. La buona ventura mi cominciò sulla linea del Martinetto, andando a piazza Castello per pigliarvi il tranvai della barriera. Era il tocco e mezzo, una giornata splendida. Trovai sulla piattaforma Carlin, il fattorino africanista, felice della partenza del colonnello Pittaluga per Assab, donde si diceva che sarebbe entrato nell'Harrar con un corpo di spedizione. Il suo piano di prender gli abissini fra due fuochi stava per attuarsi; egli ne discorreva con una guardia municipale. — Son suonati! — esclamava — son suonati! Cani di negri! Non uno, non uno n'ha da ritornare al suo canile! — Pareva che avesse suggerito lui l'operazione al ministro della guerra: raggiava vittoria dagli occhi. Ma riconobbi che la sua curiosità non si pasceva soltanto, nei giornali, di politica guerresca, poichè, poco dopo, gl'intesi domandar spiegazioni a un passeggiere intorno a quel “professore dell'Austria„ dotato, come dicevano, di due occhi diabolici, che vedevano dentro alle scatole chiuse. Capii dalla risposta che intendeva parlare dei raggi Röntgen e m'accorsi che la spiegazione gli confondeva, invece di chiarirgli le idee: cosa frequentissima, fra dotti e ignoranti, anche in politica. Che un uomo avesse una vista così forte da vedere a traverso il legno, per quanto fosse strano, lo poteva comprendere; ma la spiegazione dei raggi elettrici fece nella sua mente un buio fitto. Rimase un po' sopra pensiero; poi ritornò alla guerra d'Africa, nella quale, almeno, vedeva chiaro.

C'era sulla piattaforma posteriore il cavaliere Bicchierino, che non aveva trovato dentro il suo posto solito, e nell'interno, in fondo, la ragazza di borgo San Donato, poveretta, con una pezzuola verde sopra un occhio. All'angolo di via Siccardi, come sempre, salì il giovane, il suo supposto fidanzato, che la salutò col solito sorriso malinconico, e le sedette di fronte. Il cavaliere, ritto in faccia a me, leggeva la Gazzetta del Popolo: aveva certo la consuetudine di leggerla ogni giorno anche a quell'ora, forse per riparare alle dimenticanze della lettura mattutina, o, più probabilmente, la leggeva mezza la mattina e mezza fra il tocco e le due. Incontrando per un momento il suo sguardo capii che non m'aveva perdonato il mio giudizio offensivo per la via Garibaldi. L'aria era limpidissima: per le imboccature delle venticinque vie laterali il sole metteva altrettanti torrenti luminosi nell'ombra severa della via lunghissima, e da una parte le grandi Alpi bianche e azzurre, dall'altra la facciata classica del Palazzo Madama, con tutte le vetrate fiammeggianti, formavano uno dei prospetti più ammirabili che la natura e l'arte, fronteggiandosi, possan fare ai due capi d'una via cittadina. Essendo salito a un certo punto il primo segretario del Municipio, che è poeta e artista, gli dissi: — Guardi, che bellezza è via Garibaldi! Non par di essere nello stesso tempo a Parigi, a Napoli e ai piedi delle Alpi? — A quelle parole il cavaliere alzò il capo dalla Gazzetta, diede un'occhiata alla strada e alle Alpi, e poi una a me, rapidissima, e dignitosamente benigna, che significava quasi il perdono. Sia ringraziato il cielo, pensai; eccomi aperta la via alla conquista del suo cuore. — La corsa principiava bene.

All'angolo di via Botero un'apparizione straordinaria riscosse tutti i passeggieri. Salì e sedette dentro una coppia matrimoniale: inglesi, parevano; sposi, senza dubbio; ricchi, si vedeva; due dei più belli e poderosi esemplari della razza anglo-sassone ch'io avessi veduti mai, un atleta e un'amazzone, tutt'e due coi capelli d'oro, gli occhi di zaffiro e le guance di rosa, due splendori di gioventù, di forza, d'amore e di fortuna, di quelle creature che la natura sembra aver fatte l'una per l'altra, per mostrare quantunque ella può, e che lasciano per tutto dove passano un fremito d'ammirazione e d'invidia. Tutti gli occhi si fissarono su di loro; perfino Carlin uscì in un'esclamazione ammirativa: — Che bella pariglia! — Ah, quei due poveri fidanzati malaticci di San Donato, con quei panni logorati dalla spazzola, come parevano più poveri e più meschini vicino a quei due grandi e splendidi fiori britannici! N'ebbi un senso di pietà vivo, quasi doloroso, come a veder le vittime d'un atto d'ingiustizia crudele. La ragazza, in special modo, mi colpì. Guardava la signora, che le sedeva accanto e la sorpassava di tutto il capo, voltando il viso in pieno, per vederla con quell'occhio solo che aveva scoperto; la guardava come una creatura tanto al di sopra di lei che non la potesse neanche invidiare, e quel suo occhio dilatato e fisso esprimeva un'ammirazione così ingenua, una simpatia così buona e insieme una così dolce e umile rassegnazione all'inferiorità propria, che in quel momento era bellissimo, bello come una di quelle sante parole che in certe grandi prove della vita ci rivelano a un tratto, in un'anima, un tesoro infinito di bontà e di gentilezza. Osservai tutti i suoi movimenti. Dopo un poco essa fissò lo sguardo, con la stessa espressione benevola, ma meno viva, sul signore, e poi cercò quello del suo amico, e si guardarono tutti e due per qualche momento, e parve che si dicessero: — Come sono belli, come sono fortunati, non è vero? Ma, vedendoli, io mi stringo ancora più fortemente a te, perchè penso ch'essi hanno tanti altri beni ed io ho te soltanto, e che siamo fatti l'uno per l'altro noi due pure. — Quando essa s'alzò per discendere in piazza Castello, ed egli le tese la mano, il suo viso si colorì d'un leggiero rossore; forse perchè pensava che i presenti facessero in quel punto un confronto fra di loro e quegli altri due; e il suo rossore ebbe un riflesso leggerissimo sul viso di lui. Pudore della bruttezza e della povertà, più bello, più rispettabile di quello dell'innocenza.

Nella piazza, fra la gente che aspettava la partenza del tranvai della barriera, mi diede nell'occhio un ometto sbarbato di mezza età, con un viso e un vestito di commediante povero, il quale stava osservando con viva attenzione, e con gli occhi sorridenti, i due cavalli attaccati. Li osservai io pure. Si accarezzavano come due fratelli amorosi: l'uno faceva scorrere il muso sulla criniera dell'altro, ravvicinavan le teste toccandosi con le tempie, si strofinavano, si mettevano a vicenda la bocca accosto all'orecchio, socchiudendo gli occhi, come se si parlassero, come se si confortassero l'un l'altro della dura vita presente con la predizione dei lunghi sonni che avrebbero dormiti nei loro ultimi anni davanti alle porte dei teatri e delle stazioni, sotto la guardia dei fiaccherai sonnolenti. A un tratto l'ometto sbarbato mi rivolse la parola, come a un conoscente, con una vocina d'uccello: — Come si vogliono bene, eh? Effendi e Calice; quattro e cinque anni; sono ancora ragazzi; ma male appaiati: l'uno forte, l'altro debole: non fanno mica un buon servizio insieme. — Un “tranvaiofilo!„ Non m'occorse altro per riconoscerlo. Soggiunse subito dopo: — Gran bella linea questa! — Era un amatore della Società torinese. Riprese infatti il discorso sulla piattaforma, quando si partì, dicendomi i profitti quotidiani e straordinari della linea di Nizza “la regina delle linee„ con quell'accento di compiacenza e d'alterezza con cui sogliono molti poveri diavoli numerare e magnificare le ricchezze dei milionari celebri e farsi quasi suonar nella mente i loro sacchetti, come se dessero in quel modo a sè stessi l'illusione momentanea e il godimento del possesso.

Il tragitto da piazza Castello in là fu amenissimo. Vicino alla piazzetta Lagrange, mentre il tranvai correva, una giovane signorina, graziosamente vestita, che stava aspettando sul marciapiede, prese la corsa, spiccò un salto, e piantato un piede sul montatoio, senz'afferrarsi alla colonnina, restò un momento ritta in quell'atto, come un acrobata che aspetti l'applauso: poi aperse l'uscio ed entrò in mezzo all'ammirazione generale. Il mio vicino soltanto non mostrò alcuna maraviglia. — È una maestra di ciclismo per le signore, — disse, o meglio, gorgheggiò; — vinse anche un premio alle corse, due anni fa. — E inteso ch'era la prima volta ch'io vedevo una signora salir sul tranvai a quel modo: — Lo credo, — rispose, — è ben raro; a Torino non ce n'è che quattro.

La sicurezza con cui fece quell'affermazione, come avrebbe detto: — Non c'è che quattro monumenti equestri, — mi stupì. Egli specificò, contando sulla punta delle dita. — C'è questa, dunque; ce n'è una sulla linea della Crocetta, un'ex cavallerizza del Circo Amato, che prese marito; c'è una serva sulla linea del Valentino, mi pare.... ma quella è una mezza matta; e una fioraia, che sta dalle parti di Porta Palazzo.