E — avanti! — gridava Desbotonass ogni volta che il tranvai si fermava sul Corso San Maurizio, la sera della festa di San Pietro. Aveva accanto sua moglie; doveva aver festeggiato il proprio onomastico; era briaco fradicio. I lampioni, danzando e moltiplicandosi ai suoi occhi, confondevano le sue idee topografiche; credendo di essere al Valentino, si stupì di veder lì la Mole Antonelliana, che apostrofò; scambiò l'Arena torinese con una casa di canottieri; e la vista improvvisa del piazzale delle Benne lo riempì di maraviglia come un'apparizione fantastica. — Ma dovè che semm chi? — andava esclamando; — ma dovè che se va? — E sempre ripicchiava su quel chiodo di non voler che il tranvai si fermasse, e gridava: Avanti! con furore crescente. Poi s'assopì per qualche momento, e, ridestandosi, fu preso da un impeto di tenerezza malinconica per sua moglie, e messole un braccio dietro la schiena e il capo sulla spalla, cominciò a confessarle i suoi torti, a dirle che era una buona, una santa donna, ch'egli era indegno di lei, che voleva cambiar vita; e glie lo prometteva e glie lo giurava; ma prima voleva esser perdonato. E inutilmente essa gli rispondeva di sì, che gli perdonava, ma che si quietasse, che non facesse scene. Ogni sua assicurazione di perdono non faceva che dar la stura a una nuova e più larga ondata di parole di pentimento e d'affetto, rotte da singhiozzi di pianto e di vino. — Ah no.... meriti minga.... no, sont minga degn.... A ona donna come ti! La mia Mariettina! Dimm che te me perdonet! Te me 'l devet dì ancamò una volta, ancamò cent, ancamò mila volt!... — E di nuovo accennava a torti propri, a virtù di lei, all'assistenza ch'essa gli aveva fatta quand'era stato malato, al rimorso ch'egli avrebbe sempre avuto di non essersi portato con lei da buon marito, all'amore che le avrebbe dimostrato di lì avanti, cangiando condotta, e perseverando sulla buona via, fina al moment de sarà i œucc. E in quell'eruzione di parole briache, che mettevan disgusto, veniva pur fuori il fondo d'una natura buona, guasta, ma non pervertita ancora, che mi faceva pensar tristamente a quante altre nature simili il vizio aveva pervertito affatto e andava pervertendo di continuo; e alle miserie e ai martirii d'innumerevoli povere donne come quella, torturate e uccise dal veleno maledetto ch'esse non bevono; e tutte quelle larve d'uomini avvelenati e di donne infelici, che mi passavan davanti per l'aria, rendevano triste ai miei occhi quella bella sera stellata e tepida di fin di giugno. Triste di questo pensiero antico, misto di rimorso e di vergogna; che non facciamo nessuno il dover nostro, che dovremmo bandire una crociata universale, ardente e infaticabile contro il mostro, non per mezzo di leggi e di prediche, ma disputandogli ad una ad una le sue vittime, con amor paziente e intrepido, col consiglio, con la preghiera, con la carità, con la comunione intellettuale, con tutte le forze che mettiamo in opera per salvar dal suicidio un fratello.

CAPITOLO SETTIMO.

Luglio.

Calori, languori, esami: soffia il terror del cinque e dello zero anche sulle giardiniere. Il tranvai è come una gazzetta vocale viaggiante che ci tiene in giorno non solo degli avvenimenti politici, ma delle passioni predominanti a volta a volta nello spirito pubblico. Da una settimana, su tutte le linee, colgo a volo da passeggieri d'ogni condizione frammenti di discorsi scolastici, espressioni di timori e di speranze, accenni a difficoltà e a pericoli, esclamazioni sospirose di mamme, che parlano di “preferenze„ e d'“ingiustizie„, di “raccomandazioni„ e di “pressioni„ come se avessero i figliuoli sotto processo. Sui tranvai che passano davanti alle scuole verso il mezzogiorno, salgono ragazzi e giovinetti coi capelli arruffati, col viso acceso e con le mani sporche d'inchiostro; i quali parlano con voce eccitata e stanca di soldati che si raccontino a vicenda i casi d'una battaglia. Si sente nella voce d'alcuni l'intenzione di farsi ascoltare e il compiacimento altero della vita intellettuale, si vede negli occhi loro un balenìo di speranze lontane di gloria, di alti uffici sociali e di ricchezze conquistate con l'ingegno. Ahimè! E io penso a quanti di loro, dopo esser passati per la trafila d'altri cento esami, e aver tentato e abbandonato, sgomentati dalla moltitudine dei concorrenti, molte altre vie maestre e traverse, parrà una fortuna di potersi rifugiare in uno di quei carrozzoni, col libretto degli scontrini in mano e il corno appeso al collo. E non vedo l'ora che sian passati questi “giorni del terrore„ dell'istruzione pubblica, poichè i discorsi che ascolto mi fanno pensare a migliaia di cervelli strapazzati, di cuori trepidanti, di amari disinganni paterni, di castighi, di scene domestiche dolorose, ed anche a suicidi miserandi d'adolescenti; e all'udir quelle allusioni alla farraggine delle materie d'esame, mi domando con tristezza quanto tempo passerà prima che s'abbia il sapiente coraggio di procedere a una semplificazione degli studi, la quale ne faccia d'un carico opprimente un nutrimento sano e gradevole, e penso con dolore che passerà un tempo anche più lungo prima che siano migliorate in modo le condizioni del lavoro meccanico, che non paia più una condanna il dovervi rimanere e quasi una degradazione il discendervi; senza di che non vi è salvezza per la società civile, che sarà uccisa dalla pletora degli spostati infelici e violenti. Ma mi rallegra un caso ameno, e non raro. Mi trovo sopra una giardiniera con un arguto professore di liceo, il quale, dicendomi che dallo strapazzo intellettuale nascerà nel venturo secolo qualche nuova malattia, una specie di tabe scolastica, che istupidirà un'intera generazione, tace tutt'a un tratto per tender l'orecchio verso due signore, che salgono dietro di noi, seguitando un discorso in cui egli ha inteso il suo nome. Ah! sono pericolosi i tranvai, in questi giorni, per i professori! Tendo l'orecchio anch'io. — Il grande scoglio è quello —, dice la signora più giovane, sospirando; e ripete il nome. — L'anno scorso si sperava d'esserne liberati, poichè n'è stufo anche il preside; ma ha delle protezioni al ministero, dicono, e restò. Basta guardarlo in faccia. Un di quei cani!

*

Ma il luglio, con l'aprirsi dell'Arena e del Teatro torinese, posti sulla linea dei viali, mi portò un divertimento nuovo, che trovo descritto fra gli appunti, in una pagina finita. È uno spasso per me il percorrere quella linea la sera della domenica, all'ora che finiscono le rappresentazioni diurne. All'imboccatura di via Vanchiglia, e poi davanti all'Arena e al Teatro, si fanno tre infornate successive di passeggieri che portano nel tranvai tre ordini di discorsi disparatissimi di argomento, d'intonazione e di mimica, discordanti all'occhio non meno stranamente che all'orecchio. La prima è tutta d'uomini, usciti dal gioco del pallone, che continuano i commenti e le discussioni sulle partite e sulle scommesse, ripetendo cento volte le stesse parole: quindici, quaranta, fallo, dividendo, battuta, rimessa, e imitando i colpi e le mosse con gesti impetuosi e esclamazioni ammirative, in cui spira un soffio sano di forza, di lotta, d'aria viva ed aperta. Davanti all'Arena, dove si rappresenta l'operetta, salgono dei giovanotti col viso acceso di tutt'altra fiamma, i quali commentano con risate e parole grasse le maglie piene, i gesti impronti e i motti equivoci, spandendo intorno un soffio di sensualità e di licenza, che desta nei vicini dei sorrisi lubrici e delle fantasie peccaminose. Un po' più là vengon su dal Teatro bottegaie, crestaine, qualche volta una famiglia intera, tutti coi lucciconi, ancora commossi dalla chiusa del dramma, esclamando tutti insieme: — Una bella produzione! — Fa troppo pena. — Hai visto com'è morto? — Ha fatto la fine che si meritava. — Povera ragazza! E son cose che succedono! — e spira nei loro discorsi lo sdegno contro il malvagio, la pietà per l'innocente oppresso, la gioia della virtù trionfante, una commozione buona, sincera, profonda, che fa comprendere quale grande forza, disconosciuta dai più, male usata da molti, inettamente trascurata da municipi e da governi, sia il teatro popolare. E da un capo all'altro della giardiniera gioco, musica e dramma, nomi di battitori e d'attori, ritornelli, volate, pistolotti, morte, amore, totalizzatore mi si confondono all'orecchio in una sola conversazione strana, antitetica, burlesca e triste come la vita: immagine della vita anche in questo: che a ciascun gruppo pare leggiero, stupido o odioso l'argomento dei discorsi dell'altro, e che basta l'accidente più futile, come l'apparizione d'un cappellino stravagante o il barcollare d'un ubbriaco che passa, a far sì che tutti si distraggono dai loro pensieri e mettan fuori in coro un Oh prolungato di stupore, che rivela il fondo fanciullesco di tutti.

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Pioggie, uragani, il mondo sottosopra: un'estate degna dell'inverno di Abba-Garima. Ma debbo ai carrozzoni chiusi d'essermi trovato in una delle congiunture più curiose che possano occorrere a un passeggiere di tranvai. Dopo tanto tempo ritrovai sulla linea di via Garibaldi il bel capitano di fanteria e la moglie ipotetica dell'impiegato delle Poste (lettere raccomandate). Alla prima occhiata mi parve che non fossero più audaci come l'altra volta, che la passione, quetandosi un po', avesse ridato luogo in loro alla prudenza dei primi giorni. Eran sedute dentro con noi altre persone, fra cui ricordo un giovanotto che aveva nella cravatta una grossa spilla di porcellana, con su scritto ad arco in caratteri leggibilissimi: — Cerco moglie; — ma questi e gli altri discesero in Piazza Castello, e restammo noi tre soli. Vidi allora negli occhi dei due, che sedevano l'uno di fronte all'altro, balenare un raggio come di speranza. Senza dubbio, s'avevano da dire qualche cosa d'importante prima di lasciarsi, come facevan sempre, come due persone che non si conoscessero, e aspettavano che io discendessi in via Po. Ma io dovevo fare ancora un buon tratto; oltrechè mi tratteneva lì la curiosità inseparabile dalla mia professione. M'accorsi ch'erano impazienti, incontrai uno sguardo di lui che mi disse chiaramente: — Se sapesse che piacere mi farebbe a discendere!

— Pensi un po' se non lo capisco! — gli risposi dentro di me. — Ma debbo trattenermi per ragion di studio: lei ci ha il suo amore, io ci ho il mio libro.

Il tempo passava. Uno sguardo della signora mi disse: — Se ne vada dunque una volta! — ma così apertamente, che ne fui offeso. E le risposi con gli occhi: — No, non è codesta la maniera: me lo chieda con più garbo e potrà essere ch'io la contenti.