Si scambiarono un'occhiata che equivaleva a un'esclamazione a due voci: — Che testardo importuno! — Egli tormentava con la mano la dragona della sciabola; essa l'anello dell'ombrellino.

Un momento dopo egli mi diede una guardata che fu un vero e proprio spintone; ma essa corresse subito l'effetto dell'atto brutale con uno sguardo ansioso e quasi umile, che diceva: — Lei ha capito; mi faccia questo favore; non abbiamo più che un minuto; la supplico.

Impietosito, feci l'atto di alzarmi; ma in quel momento sonò il campanello e il tranvai s'arrestò: saliva una famiglia.

E allora mi fulminarono tutti e due insieme con una tale occhiata, che mi parve di sentirmi entrare a un punto nelle carni la punta dell'ombrellino e la punta della sciabola, e m'affrettai a discendere, volgendo in mente questa pagina, che mi costa un rimorso. Ma non m'ero certamente ingannato: l'amore doveva esser già malaticcio, e mi diceva il cuore che un giorno l'avrei visto trasportar dal tranvai, come da un carro funebre, morto di consunzione.

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Seguita un tempo matto, variato d'acquazzoni violenti, di rasserenamenti repentini e di scrosci di pioggia rincalzanti; durante il quale faccio una scoperta preziosa che mi apre sul tranvai un nuovo ordine di godimenti artistici squisiti. Costretto a star sempre dentro al carrozzone, scopro che riescono bellissimi, all'apparire improvviso del sole, certi prospetti della città, veduti nel vano delle due porticine che li racchiudono come in una cornice oscura, giovando all'occhio come il far canocchiale della mano davanti a certi particolari d'un quadro. Quante piccole maraviglie! Da via Garibaldi immersa nell'ombra vedo un pezzo della facciata del Palazzo Madama, con dinanzi l'alfiere marmoreo del Vela, piccolo come una figurina di scacchiera, d'una bianchezza di neve, luminoso e vivo su quel fondo cupo, come se splendesse di luce propria e avesse sentimento della sua gloria. Nella via del palazzo di Città vedo inquadrato nell'uscio, illuminato di fianco, il gruppo violento del Conte Verde e dei Saraceni, in mezzo alle statue più lontane del principe Eugenio e di Emanuel Filiberto: un quadretto un po' manierato e teatrale, ma vivissimo, della vecchia Torino austera e guerriera. Vedo in via Roma, come dentro a una finestra, l'alta figura impennacchiata del vincitore di San Quintino, che spicca in nero sulla lontana facciata ad arco della Stazione, trasparente e ridente come la porta monumentale d'un giardino maraviglioso. In via Po, come pel vano di due opposte feritoie, ammiro da una parte la Gran Madre di Dio, lumeggiata dal sole che tramonta, spiccante sul verde fosco della collina, come un blocco smisurato di marmo roseo, e dall'altra parte la faccia posteriore del Castello, rude e tetra, nell'atto che n'esce e passa sul ponte una processione di Figlie verdi coi veli bianchi: un quadretto medioevale misterioso e severo, a cui non mancano che due alabardieri corazzati ai due lati del portone, minacciante ancora una sortita d'assediati. E ricordo altri innumerevoli quadri alti e stretti, che presentano sfondi lontani e vaporosi di vie diritte e lunghissime, segnati d'un tratto nero da un camino d'officina, somigliante a un dito titanico; quadri pieni del verde dei colli e dell'azzurro e del bianco delle Alpi, su cui s'intaglia vigorosamente la spalla enorme d'un passeggiere ritto sulla piattaforma; quadri semplici e profondi, d'un sol colore turchino carico, in cui brilla uno spicchio argenteo di luna, e sopra la luna una stella. E durante una corsa sola, cangiando il tempo, tutte queste vedute s'annebbiano e tornano a rischiararsi, perdono e riprendono i colori, e mentre il quadro davanti, su cui si disegna la testa del cocchiere, si riaccende, il quadro di dietro, sul quale spicca la testa del fattorino, si rioscura, tanto che di là par mattino e di qua sera; e poi tutto quanto, davanti e di dietro, si confonde in un solo color grigio, rigato dalla pioggia obliqua, dietro alla quale spariscono le case, le colline, le Alpi, il cielo, e le due piccole porte non son più che le cornici di due paesaggi confusi, che rappresentano l'uggia e il malumore.

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E acqua e fulmini e ira del cielo. I giubilati debbon scappare ogni momento dai viali per rifugiarsi nei tranvai chiusi, dove, raggomitolandosi e tossicchiando, si lagnano dello sconvolgimento delle stagioni, del mondo mutato, dell'estate che non è più estate come al loro buon tempo. E in loro posso esaminar gli effetti lamentevoli di questi improvvisi mutamenti atmosferici che aggravano il peso degli anni, sconvolgono i nervi, inacerbiscono tutti gl'incomodi, scolorano tutt'a un tratto il mondo e la vita a innumerevoli creature umane. Vedo delle vere carrozzate d'umor nero, tranvai che paion sale d'aspetto di medici consulenti, con dei visi di vecchi atteggiati a quella serietà cupa e immobile, che tradisce la mente inquieta, intenta a osservare i movimenti irregolari della macchina interna scomposta, minacciante qualche brutta sorpresa. Quant'è mutato anche il mio buon veterano di via Garibaldi! Me lo trovo davanti, rincantucciato in un carrozzone della linea di Vinzaglio, con la fronte solcata da una ruga verticale profonda, e al mio: — Come sta? — risponde con voce rauca: — Niente, niente bene. E come si può star bene? Non c'è più stagioni! Chi ne capisce qualche cosa? È il mondo che va a soqquadro.... E poi, e poi, sono settantott'anni! — Ma non dice più quel numero in tuono di vanto: intacca a metà della parola, che par che s'allunghi e s'appesantisca sulle sue labbra cascanti. E quanto gli resta di vita negli occhi lo spende a cercare dal finestrino il suo Ciuchetto, che trotterella accanto al tranvai, tutto impillaccherato, e ad ammonirlo col dito, quando ricompare dopo uno sviamento, perchè, dice, lui sa che egli vuole che cammini sempre accosto al muro, per cansare i pericoli e perchè egli lo possa vedere. E pare che col sentimento della propria decadenza fisica cresca in lui l'affetto per la povera bestiola, il suo unico amico, il quale tra non molto, dopo tanti anni di fida compagnia, egli dovrà lasciar solo nel mondo, a morire forse d'una morte atroce, dopo molti mesi di vita randagia e famelica, esasperata da persecuzioni crudeli. Fuggono intanto di qua e di là dal tranvai, sotto la pioggia dirotta, gli alberi frondosi dei viali, fuggono le colonne snelle dei nuovi portici, appaiono e dispaiono le imboccature delle grandi strade, e sopra ogni cosa scorre a traverso ai vetri il suo sguardo velato da un'espressione di tristezza, come se egli pensasse che è quella una delle ultime volte che gode quello spettacolo e il suo spirito pigliasse comiato quel giorno dalla sua cara e bella Torino. — Ah, bella, sì, e quanto! — par ch'egli dica con quello sguardo, — bella anche con questo tempo, bella anche così grigia e malinconica, anche così immollata e infangata come il mio povero cane....

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Una bella giornata, finalmente, e una bella scena, un esempio nuovissimo della potenza del femminino eterno, quale non può darsi che sulla carrozza di tutti. Una bella ragazza bruna, esuberante di vita, con un roseto vermiglio sul cappellino, stretta in un superbo vestito nero luccicante di perline nere, che le modella come una maglia il busto svelto e opulento, siede in capo a una panca della giardiniera, tenendo una gamba sull'altra e un piedino per aria; il quale sfida il mondo, di pieno accordo col viso, scintillante di civetteria, e sorridente d'una larga bontà consolatrice. La giardiniera corre sotto il sole giù per il viale Regina Margherita, dov'è costretta a rallentare perchè è smossa la strada, e lì s'incontra con un reggimento di fanteria che vien su in quattro file, di cui la prima a sinistra passa rasente la pedana, dalla parte dov'è seduta la bella. Primi i soldati della fanfara, passando con le trombe alla bocca, volgon gli occhi a quel viso bruno che sorride sotto quel cespo di rose rosse e a quello stivaletto giallo che segna il tempo della musica sotto quel vestito imperlato. E dalla fanfara pare che la scintilla trapassi lentamente per tutta la colonna. A tre, a cinque, a otto per volta, man mano che passano, tutti i chepì si voltano, tutti gli occhi s'avvivano, tutte le bocche si arrotondano; sul viso degli uni guizza un sorriso, dalla bocca degli altri scocca una parola; molti si girano indietro, parecchi perdono il passo, e chi dà di gomito al vicino, chi si sporge un po' in fuori per veder più da presso il piedino e il roseto. A dieci passi di distanza l'effetto della scintilla è già visibile. E via via, ufficiali, soldati, caporali, sergenti, teste bionde del settentrione e teste brune del mezzogiorno, visi barbuti e imberbi di piemontesi, di napoletani, di siciliani, di sardi, per quanto la colonna è lunga, tutti si voltano dalla stessa parte, come se sfilassero davanti a un generale d'armata, ed esprimono con lo sguardo il pensiero medesimo, con una regolarità preveduta, che finisce con mettere in allegria tutti i passeggieri del tranvai, adocchianti a vicenda i soldati e la ragazza, la quale sorride amabilmente a tutto il reggimento, come una sovrana contenta. Oh eterno femminino! E pensare che la grande forza dello Stato è formata da cento colonne d'uomini come quella, ciascuna delle quali, passando davanti a quel roseto, farebbe come quella fa; che quel visetto bruno darebbe una scossa elettrica a tutto l'esercito nazionale, se tutto l'esercito le sfilasse accanto a quel modo! Che cos'è mai un grande esercito visto dall'alto d'una giardiniera, quando sporge fuor di questa lo stivaletto d'una bella ragazza!