— Bambina, saluta tuo padre per me....

E il suo vivo e soave mi parve una nota di quella musica.

CAPITOLO DECIMO.

Ottobre.

Sulla soglia dell'ottobre trovo un controllore colosso, che è uno dei più bei tipi ch'io abbia intoppati nell'annata. Tocca col capo il cielo del carrozzone, con le spalle chiude gli usci e ferisce in viso i passeggieri con le punte di due baffi enormi, che paiono due S da cartellone d'arena. Fu carabiniere, ed è ancora; non ha fatto che mutar divisa; presta il nuovo servizio con gli stessi modi e con lo stesso linguaggio che usava nell'antico. Ha un aspetto terribilmente severo. Quando si pianta in faccia a un passeggiere, par che lo voglia invitare a declinar le generalità, ed esamina lo scontrino come un passaporto, e glie lo rende fissandolo in viso, come se dicesse fra sè: — Costui mi ha l'aria d'un pregiudicato. — Non attacca discorso, non sorride con nessuno. Non intesi ancora che due parole sue, e furono una frase carabinieresca: disse bruscamente a uno che stava ritto sul predellino: — È difeso! — Ho un forte sospetto che porti in tasca un par di manette. Certo, tutte le sue idee sociali e politiche sono in armonia col suo essere visibile. E io penso, guardandolo, al grande numero di quegli altri cittadini che dalla forma della professione o mestiere o stato in cui furono chiusi per caso riescono modellati moralmente in quel dato modo come quei bimbi che si facevan crescere dentro vasi di varia foggia quando fioriva l'industria dei mostricciattoli e dei balocchi umani, e vedendo all'opera con la fantasia le fabbriche innumerevoli di spiriti conservatori che la società tiene in moto, dico che hanno da lavorar molto e bene le officine avverse per far concorrenza efficace a una produzione così vasta, forte di tanti privilegi e avviata così bene. Mi apparve per la prima volta questo controllore Golia sulla linea di Vanchiglia, dove, avendogli fatto aspettare un pezzo lo scontrino che non trovavo, me lo restituì, dopo un serio esame, dandomi uno sguardo profondo, che pareva dire: — Te tegnerò d'oeucc! — Mentre si voltava, gli vidi dietro un orecchio una cicatrice: forse d'una coltellata tiratagli da qualche arrestato ribelle. Quando discese, rimase ancora un momento duro come un pilastro in mezzo alla strada, a guardare con occhio sospettoso il tranvai che s'allontanava, come avrebbe guardato in altri tempi una carrozza cellulare non ben sicura....

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Dopo questo spauracchio per vari giorni non trovai che gente contenta. L'ottobre si presentava col sorriso in fronte. Il primo fu il mio buon Giors, sulla linea di Vinzaglio, allegro e fresco come la mattinata. Gli domandai subito della moglie. Guarita! Guarita da un pezzo, salda sui trampoli, ardita come una sposa, e sana anche la frittura, tre sacchetti senza fondo, una rovina quotidiana. E, sorridendo, soggiunse in un italiano suo proprio una frase proverbiale che gli avevo inteso dire altre volte: — Tuto va bene, trane la gran miseria; — e si provò a fischiare il motivo della Carmen, ma senza riuscirvi. Poi mi diede notizie della veja, e poichè non capivo a chi volesse alludere: — Non si ricorda? La vecchia di Pozzo di Strada, quella del soldato d'Africa, che si mise a piangere a veder la battaglia stampata? Matta dalla contentezza, la povera vecchia! — Era stata nel tranvai quella mattina: un'altra faccia; pareva risuscitata; il figliuolo era vivo; le avevan mandato dal Ministero degli “affari della guerra„ per via del Comando del distretto, un pezzetto di carta sporca con quattro parole del ragazzo prigioniero, un foglio arrivato di laggiù, da ca' del diau, in un gran pacco, con molte altre lettere, che aveva raccolte e spedite quel prete mandato dal Papa. Ma proprio fuor di sè, da parere che avesse alzato il gomito, felice da allargare il cuore a vederla, povera anima tribolata! Portava il foglietto in seno, in un portamonete di pelle di pecora, e l'aveva fatto vedere a lui, e lo faceva vedere a tutti. — È venuto il foglio, va bene; ma quando verrà il figliuolo? Chi lo sa? Quando faranno la pace? Ne sa qualche cosa lei? Io non leggo la gazzetta perchè mi fan male agli occhi le parole piccole.... — E diede in una risata. C'era sulla prima panca un ostricaro con la berretta rossa e col canestro sulle ginocchia. Egli prese a stuzzicar l'ostricaro. Roba per aguzzar l'appetito, non è vero? E non c'era già abbastanza appetito per il mondo da portare in giro delle diavolerie per aguzzarlo? Che gusto avevano quelle bestie senza testa? Egli non n'aveva mai assaggiato in vita sua, e sentiva quella mattina un maledetto prurito di farne la conoscenza. E dicendo questo, fra una scossa di redini e l'altra, si voltava a guardare il canestro con un'espressione così comica di curiosità e di diffidenza, che l'ostricaro, esilarato, prese un'ostrica, l'aperse e glie la porse. Giors la sorbì, e trattenendola in bocca come per meditarne il sapore, domandò quanto costasse. — Un soldo e mezzo — rispose l'altro. — Baloss d'un lader! — gridò lui, trangugiandola con una smorfia di spaventato —, e hai la faccia di far pagare quanto un pane una porcheria compagna? — Tutti i passeggieri risero, e quel riso lo eccitò. Eppure, sì, quell'acquolina “amaricante„ stuzzicava la fame, ed egli avrebbe dovuto tribolare il doppio quella mattina per arrivare all'ora della macinatura. Ma già era destino che glie ne capitasse una ogni giorno per scavargli lo stomaco. E raccontò quella del giorno avanti. Stava discorrendo con una guardia daziaria, alla barriera, quando, al momento di partire, era salita una bella contadinotta, un fior di ragazza, che n'aveva quanto tre balie, un vero capitale, una cosa, una cosa.... insomma, una cosa magnifica. E lui, così in celia, l'aveva presa a complimentare, maravigliandosi, però, di vederle fare il viso verde invece di rosso. A un tratto quella gli aveva detto nell'orecchio, presto e secco: — Ciuto, c'a son d'tomin! — (Zitto, che sono caciole). Erano caciole di Rivoli! E qui una gran risata. Naturalmente, egli era stato zitto, non l'aveva tradita. Ma il più bello era stato poi: che, partito il tranvai, pigliando sul serio una sua facezia sul diritto a un compenso che gli dava la connivenza nel frodo, la bella ragazza s'era cavato dal seno e gli aveva dato un tomin, un po' ammaccato, ma fresco e di quei grassi, d'un odor squisito di panna, ch'egli aveva aggiunto, con gran piacere, alla sua colazione. Ah, che delizia di tomin! Mai da che era al mondo egli s'era messo nel laboratorio un boccone così saporito, gli era colato giù fino alle polpe, gli aveva fatto montare alla testa mille grilli. E seguitò un bel pezzo a scherzare così sui cento sapori di quel boccone, senza mai eccedere, con una discrezione quasi istintiva d'uomo sano di nervi e di spirito, rifuggente dalle sudicerie, spandendo intorno la schietta allegria del suo buon appetito e del suo buon cuore e sorridendo coi denti bianchi all'aria viva d'ottobre, che accarezzava la sua bella faccia di galantuomo....

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Trovai un'altra anima contenta sulla linea di Vanchiglia. Bastò il suo cerea a rivelarmi l'uomo mutato. Una vera trasfigurazione. Era il povero fattorino stato ferito da una bastonata e rimasto malato di terror cronico. Al primo vedere la sua nuova faccia pensai che fosse stato accomodato l'affare della querela, e glie ne domandai. Gli passò un'ombra sulla fronte. No, non ancora; la cagione della sua contentezza era un'altra, e, raccontandola, tornò a rischiararsi. Gli era caduta sul capo una di quelle carte da visita della fortuna, che fanno data nella vita dei poveri diavoli come le vittorie in quella dei generali. Tre giorni avanti, arrivando col carrozzone vuoto alla barriera di Casale, raccattò sotto una panca un portafogli di bulgaro rinvoltato in un pezzo di giornale, se lo ficcò in tasca senz'aprirlo e, secondo la regola, lo rimise nella corsa di ritorno al controllore, perchè lo portasse alla direzione. Rivenendo verso la barriera, arrivato in piazza Vittorio Emanuele, vede correre incontro al tranvai, col viso spaventato, un signore grasso; il quale salta sulla piattaforma e gli domanda con voce di moribondo: — Avete trovato...? — e al sentirsi rispondere: — Sì, è stato trovato.... — si lascia cascar di picchio sulla panca, con le braccia aperte e gli occhi in su, ansando come un mantice. Atto finale: comparsa del signore alla direzione, interrogatorio e riscontro, restituzione del portafogli, tanto per cento secondo l'uso: cento lire al fattorino. — Cento lire, m'intende; un biglietto rosso nuovo fiammante, coi due occhi di civetta, che pareva stampato il giorno prima! Ah, benedetto Iddio, son venute a tempo! — Dopo quella disgrazia che l'aveva tenuto tre mesi a mezza paga non gli era più riuscito di riassestarsi; la famiglia menava una vita d'angustie; si dovevan misurare il pane per pagare i debiti, e non vedevan la fine di quel purgatorio.... — Ed ecco tutt'a un tratto.... Ah, bisogna dire che c'è un Dio! — Splendeva una tal contentezza sul suo viso pallido, e abitualmente spaurito, che metteva pietà; metteva pietà il pensare che cento lire possano operare un tal rivolgimento nell'anima d'un uomo da guarirlo anche dal terrore abituale d'essere ammazzato. E ragionava sulla sua fortuna per gustarla meglio. Su tante linee, si sa, tutti i giorni si trova qualche cosa: fazzoletti, spille, chiavi, scatole di sigarette, perfin delle lettere amorose; ma dei portamonete con migliaia di lire, bazzica, è un caso raro. E proprio doveva toccare al figliuolo di sua madre! Si chiamava nascer fortunati. E mi descrisse la scena della sera, quando, rientrando in casa, aveva sventolato il biglietto, come una bandiera, sul viso di sua moglie e sulla testa dei bimbi addormentati: la povera donna s'era messa a piangere, i bimbi s'erano svegliati e buttati giù dal letto, e poi tutti a ridere e a ballonzolare insieme da parer quattro villeggianti della Villa Cristina. — E che sarà allora — gli domandai — quando piglierete mille lire d'indennità a causa guadagnata? — A quella domauda si rioscurò, e parve ripreso dalla paura solita. — No —, rispose a voce bassa — quelle.... preferisco di non averle. — E rimase un po' pensieroso. — Ma! — esclamò poi rianimandosi. — Se non mi capitano altre disgrazie! — E soggiunse umilmente: — Io non faccio del male a nessuno, non voglio male a nessuno; nessuno dovrebbe volerne a me, non è vero? Perchè mi dovrebbero far del male? — Poi, dopo una pausa, guardandosi intorno, disse con un accento d'inquietudine, che mi fece pena: — Come si son già accorciate le giornate! — Non era ancora guarito, pover'uomo.

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