Il fattorino lo guardò un momento, chinò il capo come per inghiottire la pillola, e si scostò.
Allora io dissi al mio conoscente che quello era un conte, un conte autentico, e glie ne feci il nome. Credette che celiassi; gli accertai la cosa, e allora, rimasto un po' sopra pensiero, esclamò: — Ma! Non lo potevo immaginare. — L'accento di quella esclamazione mi colpì. Era spontanea, esprimeva un senso di rammarico, voleva dire, insomma: — Se l'avessi saputo, sarei stato meno duro, o non avrei detto nulla. — Curiosa! E perchè? mi domandai. Perchè quello ch'egli credette uno sgarbo, venendogli da un conte, che deve dare a ogni atto il suo peso, non l'offende di più che venendogli da una persona incolta e volgare, in cui si può supporre inconscienza della sgarbatezza? Perchè gli duole di essere stato scortese e ingiusto soltanto perchè l'offeso è un par suo, o di famiglia più signorile della sua? — Ma subito, interrogando me stesso, pensai che se fosse occorso a me un caso eguale, avrei forse fatto irriflessivamente, mosso dallo stesso sentimento ingiusto, la stessa esclamazione illogica. — E per qual ragione? — Ma per nessuna ragione! Quelle parole di rammarico sarebbero state in me, come in lui, la voce improvvisa di certe idee sepolte, ma non morte, di vecchi sentimenti ereditati, confusi, ravvolti nell'animo nostro dentro alle idee e ai sentimenti nuovi d'eguaglianza e di giustizia, rimpiattati in una parte di noi che noi stessi ignoriamo, e di cui restiamo stupefatti quando per caso e per un momento ci si discopre; la voce d'una coscienza antica, nella quale non penetra che a lampi e di rado il nostro pensiero, ma che, se la scrutassimo a fondo, ci chiarirebbe come non tutta la resistenza ostile che si oppone nel mondo alle nostre più alte aspirazioni umanitarie e civili si eserciti fuori di noi medesimi, come anche il più ardente apostolo delle nuove idee porti rannicchiato nel cuore un nemico della propria fede.... E mi confermai in questo pensiero osservando che il signore dai baffi a roncolo, quando il conte ricomparve, evitò il suo sguardo.
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25. Giornata morta. 26. Sine linea. 27. Domenica. Suor Teresa, dramma in cinque atti, rappresentazione diurna. — Dall'Arena torinese sgorga sul Corso San Maurizio un'onda umana, e salgono tre coppie matrimoniali sulla giardiniera, dove non c'è più posto che per loro. L'ultima siede davanti a me.... To'! I miei due piccoli sposi di borgo San Donato. Ho tanto pensato e penso così spesso a loro che mi pare strano che non mi conoscano, che non mi salutino come un amico. O povera donnina! E che idea le è venuta, nello stato in cui si trova, d'andare a farsi straziare il cuore dalla monaca agonizzante del Camoletti? L'ultima scena l'ha fatta singhiozzare, il suo petto ansa ancora, i suoi occhi sono ancora gonfi di lacrime; e la pallidezza del suo viso dice che la commozione è stata troppo forte, che essa è andata a un punto dallo svenire, e lo dice anche la sollecitudine ansiosa e amorosa con cui suo marito la cova con gli occhi e la riconforta. — La colpa è mia, — le dice, — non ti ci dovevo condurre. — Ma no, essa lo scusa, e incolpa sè; è lei che ebbe la prima idea, e d'altra parte, benchè abbia sofferto, non se ne pente. È la prima volta che sento la sua voce buona, umile, un po' velata, e come stanca; la quale forse tra un mese, forse tra pochi giorni, si farà anche più dolce e più carezzevole per dir mille parole d'amore al capezzale della culla che già aspetta in casa sua. Vecchio fanciullo incorreggibile! O non ho messo tanto affetto a questi due poveri giovani sconosciuti da pensare con inquietudine al giorno che essi sospirano, e che potrebbe essere un giorno di sventura? La buona donnina è così poca cosa che, a guardarla, debbo scacciar quel pensiero per non cedere al presentimento triste di non averla a riveder mai più dopo quest'oggi. E appunto, mentre il tranvai svolta sul corso Margherita, vedo allontanarsi giù per il viale del Regio Parco un piccolo carro funebre nudo, seguitato da due sole persone. Povera donnina! Il suo, forse, sarebbe seguitato da una persona sola. Ma per uno di quei bruschi mutamenti che son propri delle donne in quello stato, tutt'a un tratto essa s'asciuga gli occhi e si mette a ridere; egli tira un sospiro e sorride; e il mio presentimento svanisce. Come volentieri sporgerei il viso fra quelle due teste e direi loro: — Non lo sapete che sono un vostro amico? Mi volete per padrino del vostro bimbo? — Ed eccomi, vecchio fanciullo incorreggibile, a lavorar d'immaginazione su quella traccia. — Come continuerei? Che cosa direbbero? Che penserebbero di me? — Eppure.... un giorno o l'altro farò quel colpo; lo prevedo.
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Un altro par di teste, fra le quali non avrei voluto sporger la mia, lo vidi due sere dopo, a notte chiusa, in una giardiniera di via Garibaldi; una coppia in tutt'altra condizione psicologica da quella dei miei due sposi. Quantunque, stando ritto sulla piattaforma davanti, li vedessi in faccia a tre panche di distanza, non li riconobbi subito, perchè l'uomo era sotto “mentite spoglie.„ Solo in un punto che mi si presentarono tutti e due di profilo, voltandosi l'un verso l'altro per barattare una parola, ravvisai il bel capitano, in abito borghese, elegante come un figurino, e la moglina ipotetica dell'impiegato delle Poste (lettere raccomandate). Ahimè! Tutto finisce. Alla prima occhiata vidi sui loro visi l'annunzio nero della felicità defunta. Dovevano essersi scambiati, durante la corsa, delle frasi di un sapore “di forte agrume.„ Essa aveva l'aria afflitta e pareva ancora agitata; il viso di lui non esprimeva che una noia compressa, la quale cercava delle vie di fuga in rapidi sguardi lanciati a destra e a sinistra sui caffè illuminati, sugli ufficiali “liberi„ che passavano sui marciapiedi, sulle signore chiaro vestite che si scansavano al passaggio della giardiniera; e lo sguardo di lei, ogni tanto, accompagnava il suo, come per vedere dove s'andasse a posare. A un certo punto, senza voltarsi, essa gli disse una parola, uno di quei monosillabi, m'immagino, che sono come lo scoppio improvviso d'un lungo soliloquio muto, ed egli le voltò un poco la spalla, rovesciando il viso indietro e alzando gli occhi al cielo della giardiniera, come per invocare il soccorso d'un Santo protettore. Non rifiatarono più. Ma v'è nell'atteggiamento di certe persone sedute l'una accanto all'altra qualche cosa d'indefinibile, da cui si capisce che i loro spiriti sono divisi. Essi mi davano l'immagine d'un tronco spezzato in due parti, le quali si toccano ancora, ma mostran la linea della spaccatura. Il tranvai era stato il carro di trionfo, ed era allora il carro funebre dei loro amori. Chi sa quante coppie consimili, quanti altri amori morti o moribondi portavano in giro quell'altre giardiniere affollate e illuminate, che correvano davanti, accanto e di dietro; amori che, come quello, eran nati sulla carrozza di tutti, e ci s'eran dati i primi ritrovi e ci avevan provato i primi terrori d'essere spiati e inseguiti e pagato dieci centesimi le loro prime dolcezze! Chi sa quanti altri amori avevano preso quella sera l'ultimo scontrino! Quando, uscendo da questi pensieri, tornai a voltar lo sguardo alla panca, Marte era volato via, e Venere, tutta sola, guardava lontano davanti a sè, con gli occhi torbidi e fissi, che parevan dire l'ultima parola dell'annunzio funebre apparsomi alla prima occhiata sul loro viso; — Una prece.
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Era quella una serata limpida e fresca, come di primavera. Non ricordo d'aver mai goduto come in quell'ora lo spettacolo mirabile che presenta una città grande, vista così dal tranvai, in una bella notte d'estate. Sotto le lunghe ghirlande di lampade voltaiche sospese in alto sul mezzo delle strade, corrono i fanali delle altre carrozze, somiglianti a grandi occhi rossi, verdi, bianchi, azzurri di grandi teste invisibili, che ci vengano incontro di lontano; i mille lampioni delle piazze e dei viali, fiammeggianti da ogni parte tra il fogliame degli alberi, danno alla città l'apparenza d'una vastità infinita, e quella moltitudine di gente che si vede di sfuggita, affollata davanti ai caffè, a crocchi sugli usci, a gruppi sui terrazzi, a processioni sui marciapiedi, quei visi innumerevoli che ci passano accanto, ora imbiancati dalla luce elettrica, ora velati dall'ombra, ora dorati dal gas, ora neri nell'oscurità, ora mezzo accesi dai fasci di luce che erompono dalle botteghe, paiono d'un popolo fantastico, vivente in una vicenda continua di giorno e di notte, sotto un cielo in cui danzi senza legge una pleiade di lune. E qua e là appaiono altri contrasti lontani di chiarori diffusi e di oscurità fitte, di masse brune di vegetazione, che offrono aspetto di boschi stelleggiati dai fuochi d'un bivacco, e di ampi spazi aperti in cui s'inseguono e s'incrociano stelle multicolori, di file di case confuse in una sola enorme muraglia nera e di schiere di palazzi su cui par che batta la luce dell'alba. E a fuggir così fra quei mille giochi di luce, in mezzo a quel brulichìo di gente riposata e svagata, in quell'aria profumata dall'erbe e dai fiori dei giardini, nella quale si succedono e si confondono note di cantanti di caffè, suoni d'orchestre di birrerie, ritornelli di canzonette popolari e musiche erranti di mandolini e di fisarmoniche, sembra d'attraversare una città maravigliosa, dove rida una festa perpetua e siano sconosciuti gli affanni, le fatiche e la miseria. Ma si rompe l'incanto se osservate il fattorino e il cocchiere. Ah, i loro visi stanchi, in cui gli occhi si chiudono, le loro povere gambe, ritte dalle quattro della mattina, che irresistibilmente si piegano, e la loro voce fioca e sonnolenta vi richiamano al pensiero la moltitudine di tutti quegli altri che, mentre una parte degli abitanti corre ai piaceri, posano le ossa affrante sopra un povero letto, per ridestarsi prima dell'alba a una rude vita di lavoro e di stenti.
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Era una serata, l'ultima di settembre, limpida e fresca come quella, quando sulla giardiniera di corso Vinzaglio, salendo all'angolo di via Cernaia, trovai un buon amico mio, cav. avv. prof., e giornalista pieno d'arguzia, con due ragazzine; delle quali riconobbi subito la più grande, figliola sua; la sola ch'io sapevo che avesse. Era disceso allora alla stazione di Porta Susa, venendo da una sua villa dei dintorni d'Ivrea a ricondurre a casa la figliuola d'un suo parente, ch'egli aveva ospitata per una settimana. — Lei lo deve conoscere, — mi disse. Era la figliuola di Siapure! Stava seduta davanti a me, in modo che la sua treccia bruna cadente toccava quasi le mie mani appoggiate sulla canna; si voltò in quel momento, e la riconobbi. Era cresciuta assai nei tre mesi da che non l'avevo più vista, e dai suoi begli occhi neri, che si fissavano nei miei, compresi che anche la sua intelligenza doveva aver fatto un gran passo. Tirai il discorso a un altro argomento; ma per tutta la corsa non potei più staccare il pensiero da quella bimba; la quale, voltatasi di fianco per ascoltare la nostra conversazione, continuava a fissarmi in viso i suoi occhi intelligenti e buoni, come se comprendesse che, pure parlando d'altro, io pensavo a lei e a suo padre. Mi guardava, col capo un po' inclinato dalla mia parte, come se volesse dirmi: — Oh, tu parlerai questa volta; tu mi dirai di salutarlo; sarò io che porterò la parola della riconciliazione; dilla dunque una volta quella buona parola. — E anche questa volta la buona parola mi venne alle labbra dieci volte, e dieci volte la rattenni. Mi dicevo: — Quando il tranvai sarà all'angolo di Corso Oporto, la dirò. — E poi: — Quando sboccherà sul Corso Vittorio Emanuele. — E poi: — Quando saremo vicini al monumento. — Ma al buon punto la parola restava dentro, e ne pativo, e quella treccia che ogni tanto mi sfiorava la mano mi dava il senso della punta d'un dito che mi stimolasse, e quegli occhi fissi pareva che mi dicessero sempre più dolcemente: — Ma parla; non hai che da dire: — Saluta il babbo, — e tutto sarà finito, e tornerete buoni amici come prima, perchè vi siete sempre stimati e voluti bene. — Ah svergognato! S'era passato già il Corso Umberto e non avevo parlato ancora; l'amico doveva scendere in piazza Carlo Felice; non mi restavano che tre minuti, avevo sdegno di me, e pure sentivo che non avrei fiatato. Ma da che può dipendere il fare o non fare una buona azione! Quando fummo vicini alla piazza, dall'orchestra all'aria aperta del Caffè Mogna mi venne all'orecchio il motivo della sinfonia dei Vespri, quel motivo largo e dolce, che è uno dei primi ch'io ritenni da ragazzo, e che sempre mi ridesta mille ricordi della fanciullezza, le prime commozioni del teatro, mia madre giovane affacciata al palchetto, la scena riveduta in sogno, un misto d'immagini liete e tristi, confuse, lontane, come d'un'altra vita. O musica benedetta, nobile amica, misteriosa e benefica ispiratrice di bontà e di gentilezza!