*

Due giorni dopo, sulla linea di Nizza, cascai sopra Tempesta. Ecco un soggetto che il buon falegname non convertirà mai. Era in un periodo di furor nero contro le biciclette per via d'un caso occorsogli la settimana addietro: d'un biciclista avventato che, volendo attraversare il binario al sopraggiungere del tranvai, era stato urtato dal parapetto anteriore e buttato a terra con le gambe in aria. Il danno e il malanno eran stati tutti dalla parte sua: la macchina in pezzi, la testa fessa e uno spavento maiuscolo, senza neanche la consolazione di poter gridare un — Si prutesta — come quel tale della banda di Cécina, nel sonetto del Fucini. Eppure Tempesta n'avea perso i lumi, come se avesse fatto lui il capitombolo. Da una settimana, mi disse il fattorino, non sbolliva più. La vista d'una bicicletta gli faceva erompere dalla gola dei fasci di saette. E quel giorno pareva che i biciclisti si fossero dati convegno in via Nizza per tafanarlo. Egli li vedeva spuntare in fondo alla strada a una distanza incredibile, come i gauchos vedono i nemici all'orizzonte della pampa, ne accompagnava la corsa con un monologo imprecatorio, li apostrofava al passaggio, e quando qualcuno correva per un tratto accanto alla giardiniera, squadrava con la coda dell'occhio le ruote, stringendo i denti, come se si rodesse di non poterci dare delle pedate. Lo irritavano in special modo i biciclisti attempati. — Passa via, vei balotta! — Scendi giù, vecchio deposito! — Che il diavolo ti porti te e il tuo ciarafi! — Allo sbocco di via Burdin passarono due signore, e contro queste non imprecò; ma il sorriso sardonico con cui si voltò a guardarle era da dipingere: valeva un libello di venti facciate. Poichè dovevo andare dal mio amico Licia, direttore della Torinese, mi godetti lo spettacolo fino alla barriera, dove ci venne incontro di fuori porta un nuvolo di biciclette, e Tempesta, sopraffatto dai nemici, non potendo più inveire contro ciascuno, dovette ricorrere alla maledizione collettiva, gettata intorno a ventaglio, come semente di disgrazia. E lì ebbi una sorpresa. Feci la conoscenza della sua famiglia: la moglie e due ragazzi fra i cinque e gli otto anni, che l'aspettavano col canestro della colazione. Avevo tante volte pensato alle povere vittime condannate alla sua convivenza, che, vedendole finalmente, mi feci a guardarle con pietosa curiosità. Ma ebbi un senso di sollievo. Ah, erano tipi da poterci reggere. La moglie pareva sua sorella: una tarchiatona di viso sanguigno e fiero, coi capelli per aria, con due occhi di lottatrice, capacissima di far fronte alle sue furie, e non soltanto a parole; i figliuoli, rassomiglianti a lui a un segno da far ridere, due facce strane e torve da ragazzi del Dorè, due predestinati provocatori della Società protettrice delle bestie, ai quali si capiva ch'era già familiare una gran parte dei moccoli paterni. La moglie gli porse il canestro con un gesto virile; egli lo afferrò con un grugnito e, sedutosi sul predellino, si mise a mangiare senza far parola, dando delle ganasciate da orso, sotto gli sguardi fissi dei due orsacchiotti, accigliati e silenziosi. — È il solo momento della giornata in cui si queti —, disse il fattorino, che l'osservava con me, un po' discosto. E soggiunse sorridendo, con un certo accento benevolo: — Rustica progenie.

*

Trovo qui fra gli appunti, sotto il titolo di rustica progenie, varie osservazioni fatte in quei giorni sulla cortesia degli uomini con le donne sulla carrozza di tutti, e in special modo sull'usanza di cedere a queste il posto da sedere; alla quale io non credevo che ci fossero ancora tanti ribelli, e non in una sola classe sociale. E che amena varietà c'è anche in questa maniera di villania! Il buon Valentino Carrera, che aveva in petto un libro su I villani in Italia, avrebbe raccolto sui tranvai un tesoro di documenti. Ci sono gl'incoscienti che, stando seduti dentro a tutto comodo, guardano in aria d'ammirazione la bella signora ritta sulla piattaforma a due passi da loro, senza un sospetto al mondo di premere con le natiche il Galateo, e quelli che restan seduti per pigrizia invincibile, ma che ne senton vergogna e sfuggon gli sguardi della postulante, fingendo di non accorgersi della sua presenza. Ci son quelli che s'alzano per le signore, ma non si scomodano per le donne del popolo, e quelli che cedono il posto alle giovani e lasciano sui pioli le vecchie. E c'è chi nella villania raggiunge il sublime: chi sta seduto proprio con la signora ritta davanti a lui e barcollante, costretta ad afferrarsi alle maniglie in alto per non cadere, e qualche volta con un bimbo in braccio o.... nascosto. Ma il caso più comico e più memorando fu quello che vidi in via Garibaldi il giorno stesso della mia corsa con Tempesta. Era notte, pioveva a dirotto; dentro al carrozzone chiuso, dove non c'era più posto, discorrevano con giovialità rumorosa cinque o sei omoni dell'aspetto di grassi negozianti, che alle facce vermiglie, luccicanti sotto il raggio della fiammella, parevano usciti da una ribotta; e sulla piattaforma posteriore stavano in piedi due signore, a cui il vento sbatteva la pioggia sulle spalle. Quegli allegri amiconi, seduti vicino all'uscio, non solo le vedevano, ma lanciavan loro ogni tanto delle occhiate di curiosità galante; ed esse, celiando, ci facevan su dei commenti esclamativi: — Oh che cavalieri! — E pare anche che ci canzonino! — E ci vuole una bella disinvoltura! — Ma furono per ricredersi a un tratto vedendo uno dei cavalieri alzarsi un po' dalla panca e tendere la mano verso la maniglia interna dell'uscio.... Che baie! Il cavaliere gentile non fece che chiuder meglio perchè non passasse il vento pel fessolino. E allora le due signore diedero in uno scoppio di risa cordiale, a cui fecero eco gli altri passeggieri ritti intorno a loro, mentre nel carrozzone ripigliava più allegro il cicaleccio fra i faccioni rossi e luccicanti, beati di star lì dentro, a bell'agio, al riparo dalla pioggia che immollava il bel sesso Latin sangue gentile.

*

Ed ecco un'altra volta il conte, a proposito di cortesia. Il carrozzone chiuso correva per via Cernaia, a notte fatta, sotto una pioggia minuta. C'era in mezzo a noi, sulla piattaforma affollata, il nobile fattorino che, allungando le mani bianche al disopra delle spalle dei passeggieri, pigliava i soldi e porgeva i biglietti con la sua solita garbatezza timida e premurosa di novizio zelante. Un signore con due gran baffi a roncolo, mio conoscente di saluto, gli diede un biglietto da una lira sbiadito. Quegli lo alzò di contro al fanalino e lo esaminò attentamente. Il signore se n'ebbe a male e disse forte: — Bella maniera.

Il fattorino arrossì. — Io debbo assicurarmi, — rispose.

— Ma che direbbe lei, — ribattè l'altro, — se io esaminassi il suo resto in quella maniera?

— Ma.... — rispose il fattorino timidamente — direi che è padrone di farlo.

— Già — replicò il signore — ciascuno intende la delicatezza a suo modo.