— Verrò da te con la bimba, — rispose.
E discese. Sentii una grande contentezza; ma fu breve, chè subito vi succedette un sentimento amaro di commiserazione per me stesso. O Dio buono! E c'eran voluti tanti anni per fare una cosa così semplice, così ragionevole, così buona per tutti e due!
Ma mi distrasse Giors, al quale mi trovai daccanto, essendo scesi tutti gli altri in via Garibaldi. Era allegro; gli piaceva la nebbia, che secondo non so quale sua teoria fisiologica “rinforza l'uomo„ e lo stuzzicava la vista dei buoni bocconi esposti nelle vetrine illuminate dei salumai. Mi parlò con molte esclamazioni ammirative d'un tacchino in gelatina che aveva visto in via Roma. Ah, sacrista! che bel bestione! che maraviglia! una rotondità di mappamondo di cavalla, una bianchezza di latte dentro a quell'oro, tre chilogrammi di ben di dio, una tentazione che non se la poteva levar dalla mente, che gli ballava davanti agli occhi per la strada, e la bocca gli faceva acqua come una fontana. E rideva, dicendo questo, e faceva la gobba come se quel ben di dio l'aspettasse alla barriera di Francia, sul piccolo desco dei lupicini; al quale nemmen quella sera, pover'uomo, non si sarebbe potuto sedere. Ma troncò quel discorso per fare i suoi complimenti a una giovine bambinaia che salì sulla piattaforma, con una bellezza di bimba in braccio, d'un anno al più, bionda come il sole, colorita come una pesca, vestita d'una cappottina azzurra elegantissima, tutta guernita di pelo bianco sopraffino, che le faceva come una corona di gelsomini intorno al viso incappucciato. Giors si voltò indietro per aprir l'uscio; ma la ragazza gli accennò di no, che non s'incomodasse: la bimba era capricciosa, non voleva star dentro ai carrozzoni; guai a portarcela; le piaceva star sul davanti a veder correre i cavalli; non era ancor di sei mesi, che già aveva manifestato risolutamente quella volontà. E detto questo, rimase accanto a lui, tenendo la bimba su, col capo all'altezza del suo, tanto accosto che quasi si toccavano. La vicinanza di quella bimba eccitò Giors fuor di modo. Diede in una risata enorme. — Ah, la bella totina! Lei vuol star fuori, vuol stare; vuol star qui accanto a Giors; non ha mica paura dei suoi grossi baffi da spaventapasseri. Ah, che amore di creatura! È l'amica dei cocchieri, lei. Ecco una signorina che sa stare al mondo! — E chinando il viso verso di lei, godeva a far scorrere la guancia sulla guarnizione bianca e morbida del suo cappuccio, e rideva, esclamava, la guardava negli occhi con la dolcezza d'un padre e l'allegria d'un fanciullo.
Non m'era mai parso tanto buono come mi parve in quel momento, mai tanto retto e sano il suo sentimento della vita; mai non avevo compreso così chiaramente da quali pure e profonde sorgenti di bontà innata derivasse la sua allegrezza, il suo coraggio, la sua energia al lavoro, l'amabile e forte serenità della sua anima onesta.
— Ah, la mia bella totina! — continuò a esclamare. — Guardate che begli occhietti azzurri e che botton di rosa d'una bocca! Che pan di burro! Ecco una ragazza che troverà marito anche senza dote! Parola d'onore, se non n'avessi già tre, ne vorrei aver una compagna....
Ed eravamo già in piazza Statuto, tutta grigia di nebbia, ch'egli seguitava a fare le sue dichiarazioni d'amore. Lo pregai di fermare; fermò, e mi disse con la sua voce cordiale: — Buon anno, monsù!
— Buon anno, Giors! — gli risposi.
Egli parve colpito dall'accento con cui gli feci quel saluto. Mi guardò, e poi mi rispose la parola che da molto tempo ripeto sempre, e che mi pare la più dolce e la più sapiente delle parole umane: — Speriamo!
Sì, mio buon Giors: speriamo!
Fine.