Ma, forse a cagione della solitudine e della stanchezza, e anche del tempo uggioso, erano le persone e le scene più tristi quelle che m'apparivano più vive. Lontano, come dentro alla nebbia, passavano le coppie amoreggianti sulle giardiniere domenicali, gli erotici appiccicati alle signore, le maschere del martedì grasso, le brigate brille, le teste tinte, le passeggiere saltatrici, una confusione bizzarra di monache e d'avventuriere, di contesse e d'erbivendole, di balione fiorenti e di zitellone malinconiche, di magistrati, di carabinieri e di “sovvertitori„; passavano e svanivano. Ma vicino, immobili, e come sotto il lume del carrozzone, vedevo l'angoscia della vecchia madre singhiozzante alla visione di Abba-Garima, la disperazione cupa di Taddeo e Veneranda fulminati dalla morte della loro creatura, il carro funebre del buon veterano che attraversava la strada al tranvai, e il cadaverino sanguinoso del bimbo schiacciato, e il finto sonno miserando della vecchia meretrice trafitta dagli sguardi dell'innocenza coronata di fiori. Quanti dolori, quante miserie anche in quelle poche gabbie volanti, dove pure i dolori e le miserie maggiori non salgono! Ruppero un momento quella tristezza, passando a braccetto, il pittore e la “vergine morta„, il tipografo biondo e la sua compagna, e gli sposi di borgo San Donato, felici. E poi un'altra ondata di gente dolorosa mi passò davanti: la povera donna sformata dal cancro, la tisica schiantata dalla tosse, la mamma angosciata della corona mortuaria troppo povera, e il fattorino percosso a sangue, e tutti i suoi compagni intirizziti, fradici, rotti dalla stanchezza, che mostravan negli occhi velati il tormento del sonno e il terrore della multa, e in mezzo a loro il mio buon camerata della Scuola di Modena, nella sua uniforme di controllore, che mi faceva un cenno triste di saluto....

Mi ruppe il corso di questi pensieri una brusca fermata. Dov'eravamo? Riconobbi vagamente piazza Nizza a traverso al velo della nebbia. Alcune persone salirono. Il tranvai si rimise in moto e io mi rituffai nei ricordi.

Miserie, sventure, dolori. Ed anche quante tristizie, quante viltà, quante vergogne! Ma qui seguiva una lotta nell'animo mio. Dietro la faccia bestiale di Tempesta martirizzatore dei cavalli s'alzava il viso onesto e buono di Giors, che mi diceva sorridendo: — Hai conosciuto me solo; ma ci sono molti altri Giors, te lo assicuro. — Mi sorgeva davanti Desbottonass, abbrutito e inferocito dall'alcool, e dietro a lui una schiera d'altri briaconi suoi pari; ma subito si cacciava tra me e la sua immagine l'operaio lattoniere, che mi accennava una folla d'amici suoi, ai quali brillava sulla fronte, come a lui, una dignità nuova, il raggio della vita intellettuale, l'ardore d'un santo e infaticabile apostolato di civiltà, d'amor fraterno e di pace. Mi veniva innanzi uno stuolo di signore e di signori orgogliosi, sdegnosi del contatto del popolo e spiranti in ogni atto un disprezzo insultatore della miseria e provocatore dell'odio; ma al momento stesso lo stuolo s'apriva per lasciarmi vedere la dolce signorina bionda, intenerita e altera di sorregger con la spalla la testa grigia del vecchio muratore svenuto. Mi rivedevo di fronte il ricco egoista ed esoso, incredulo della fame, calunniatore della povertà, lesinatore arrabbiato del centesimo; ma m'appariva accanto a lui la buona famiglia borghese, impietosita dal dramma, che accarezzava il visetto nero e ficcava il gruzzolo in tasca allo spazzacamino. Mi si rizzava in faccia la persona tronfia di Tintura Migone, il negriere fallito, insolente con gli umili, prepotente coi deboli, aborritore dei bambini; ma spuntava al di sopra dei suo capo il viso ardente, copriva il suo brontolìo la santa voce di donna Chisciotta, che mi diceva: — Ci son io, e valgo io sola un esercito di costoro! — Poi da capo m'avvolgeva una folla di superbi, di sordidi, di depravati, di vili, che mi schernivano e mi dicevano: — Che cosa sogni, imbecille! Il mondo siamo noi —; e un'altra volta accorrevano donna Chisciotta e Giors e la signorina bionda e il lattoniere e gli sposi di San Donato e il tipografo dalla testa d'oro, e mi dicevano tutti insieme: — No, quelli non sono il mondo come non sono il cielo le nubi nere, se anche lo coprano intero. Spera in noi, credi in noi, confortati in noi; noi siamo le avanguardie d'un'umanità bella; noi abbiamo l'avvenire sulla fronte e la vittoria nel cuore; sarà nostro il regno del mondo.... —

Fui un'altra volta interrotto; il tranvai si fermò; riconobbi nella nebbia l'obelisco dei ribelli del 1821: eravamo in piazza San Salvario; salirono altri passeggieri; si ripartì.

Allora la stanchezza mi vinse, chiusi gli occhi, mi sentii salire il sonno al cervello, e rimasi non so quanto in uno stato come di dormiveglia febbrile, agitato da immagini vivacissime. Vedevo a traverso ai vetri del carrozzone la strada rischiarata da torrenti di luce bianca, corsa da una moltitudine fitta di carrozzoni luminosi e di enormi carri sovraccarichi, non più tratti da cavalli, di carrozze d'ogni grandezza e d'ogni forma, mosse da una forza occulta, che s'incrociavano e s'incalzavano rapidissimi, come nella previsione confusa del vecchio fabbro, amico del lattoniere; e pensando al tempo in cui le vie risonavano di schiocchi di frusta e di grida di carrettieri e di cocchieri, mi pareva che fosse un tempo remotissimo, del quale serbassi appena la memoria. Guardavo il tranvai che mi portava, ampio e elegante come una sala, e la gente che lo riempiva mi pareva anch'essa mutata. Erano diversamente vestiti; ma non più con grandi differenze, come se i signori e i poveri si fossero ravvicinati, quelli discendendo e questi salendo a una mediocrità decorosa; e non vedevo più nei modi un contrasto di volgarità e di gentilezza, ma una garbatezza uniforme, meno manierata della presente, una cortesia dignitosa e semplice, senz'alcun indizio di ostentazione o di sforzo. E alcune cose mi riuscivano strane e mi facevan pensare. Due passeggieri in faccia a me discorrevano d'amministrazione comunale, e mi stupivo che parlassero così familiarmente, vedendo che l'uno aveva le mani delicate e bianche e l'altro due grosse mani brune di lavoratore, e più sentendo che il primo diceva: — Quando apersi la seduta.... — e che l'altro gli faceva in accento di rimostranza delle osservazioni a cui egli prestava un'attenzione viva e rispettosa, come da pari a pari; e mi sembrava d'aver visto quei due visi lungo tempo addietro, come nei primi anni della mia infanzia. Così non mi riusciva nuovo il viso del conduttore in bella divisa, che ogni tanto vedevo di profilo sulla piattaforma, nell'atto d'avvertire garbatamente quei che scendevano di badarsi dalle carrozze che passavano; e mi destava una vaga reminiscenza l'aspetto d'un ragazzino seduto in un angolo, con un fascio di libri sotto il braccio, lindo e sorridente; e domandai a me stesso: — Dove ho visto costui? — vedendo un operaio che smise di leggere il giornale e s'alzò rispettosamente per cedere il posto a una vecchietta ben messa, che entrava salutando tutti con un sorriso, e che mi fece anch'essa l'impressione d'una conoscenza antica, ma dimenticata da molt'anni. Poi, a poco a poco, spuntò nella mia memoria come un raggio, che rischiarò quei visi l'un dopo l'altro. Nei due che parlavano degli affari del Comune riconobbi il sindaco di Torino e il falegname propagandista, il conduttore era Tempesta rincivilito, il ragazzo era lo spazzacamino redento, l'operaio del giornale, Desbottonass, rigenerato, e la vecchietta ultima entrata, la madre del soldato, rifatta. E quel contrasto fra le immagini antiche e quella novità degli abiti, dei modi, degli sguardi, degli accenti, che rispondeva a una mia vaga e ardente speranza del tempo passato, quando a sperar quelle cose s'andava in carcere, mi riempiva il cuore d'una dolcezza inesprimibile, d'una gioia che mi mandava agli occhi le lacrime. E avevo bisogno di sfogarmi, di far festa con gli altri, di gridare: — Non era dunque un sogno, no! Com'è bello! E come s'è potuto credere un sogno? — e stavo per fare il mio sfogo con uno sconosciuto mio vicino, quando questi mi prevenne afferrandomi una mano e sciamando: — No, non era un sogno; ed è bello, sì; e come ho potuto creder questo una follia scellerata? — Mi voltai, vidi due occhiali e una barba a pizzo: era Guyot!

Ma la mia esclamazione di maraviglia e il sogno con essa furono rotti da un alt vigoroso, che risonò nel tranvai, e che mi svegliò come un pugno. Apersi gli occhi e riconobbi nella nebbia il corso Vittorio Emanuele, dove avevo da scendere per andar a pigliare il tranvai di corso Vinzaglio, che m'avrebbe portato in piazza Statuto. Trovai a stento un po' di posto sulla piattaforma davanti affollata, dove salirono ancora, all'imboccatura di via Roma, altri due; uno dei quali rimase sul predellino, in barba al regolamento, con una gamba spenzoloni, come un acrobata sopra un trapezio.

Eran tutti cappottoni di buon panno, tube lustre, “risotti„ freschi, baffi arricciati, caramelle luccicanti, tutta gente per bene, eccitata dal pensiero allegro della cena di mezzanotte, e anche dal solo pensiero della fin dell'anno; chi sa perchè? e ridevano di quel pigia pigia, cacciandosi a vicenda dei nuvoli di fumo nel naso, negli orecchi e nella nuca, e domandandosi scusa l'un con l'altro delle fiancate e delle pestate di calli, con una familiarità da veglione. Di tratto in tratto il tranvai si fermava per lasciar discendere o salire una signora; e allora raddoppiava il buon umore e il chiasso, dovendo saltar giù quattro o cinque per aprirle il passaggio, e sforzandosi gli altri per far rientrare i petti e le pancie; non tanto però da non sentire il contatto morbido dei mantelli e dei manicotti e i profumi delicati delle capigliature, che facevano scintillare gli occhi e dilatare le nari. E così si percorse il primo tratto di via Roma, si passò accanto a Emanuele Filiberto grandeggiante nella nebbia e s'infilò la strada tra piazza San Carlo e Piazza Castello. Qui, per lasciar passare un grosso signore che scendeva, girai sui talloni e mi trovai davanti, quasi a naso contro naso, nella piena luce d'una lampada elettrica, Siapure; il quale aperse gli occhi e la bocca con quella particolare espressione di brusco stupore che suol provocare l'apparizione inaspettata d'un nemico, e che io sentii riflessa nello stesso punto sul mio viso. Fu un momento solo, che mi bastò a dir tra me: — Tocca a lui, poichè lo mandai a salutare dalla figliuola, — e un impulso brutale dell'orgoglio mi fece girar di nuovo su me stesso, voltandogli le spalle; pentito dell'atto, peraltro, avanti che fosse compiuto. — Ah, impostore! Non era dunque sincero il saluto alla bimba se non hai osato di ripeterlo al padre! — Ma era troppo tardi, dopo quell'atto. — È finita, dunque, — pensai — fuggita quest'occasione, non se ne offrirà un'altra mai più; resteremo nemici per sempre! O miseria dell'anima mia!

— Edmondo, — sentii dire in quel punto da quella voce, che da tanti anni non avevo più intesa.

E allora mi voltai di scatto, gli misi un braccio intorno al collo e lo baciai sul viso; egli fece l'atto stesso, e mi rese il bacio. E restammo un momento così, col respiro oppresso, senza poter parlare. C'era lì sulla piattaforma il controllore colosso, l'ex carabiniere, che ci lanciò un'occhiata severa, non parendogli forse regolare una scena simile sopra un tranvai in servizio. Ma Siapure non se ne accorse; aveva gli occhi umidi, il mio buon Siapure. Mi strinse ancora una mano fra le sue; poi diè uno strappo alla correggia del campanello, dovendo scendere.

— Voglio rivederti domani, — gli dissi.