Un altro felice; ma non con soddisfazione mia; anzi un brutto momento per me in un carrozzone caratteristico della vigilia di Natale, partito da Porta Palazzo, pieno stipato di signore e di ragazzi carichi di presepi, di Gesù bambini, di pastori, d'asini e di bovi, mezzo nascosti fra i rami di mirto e di lauro, con giocattoli fra le braccia, scatole di fichi sulle ginocchia e arance e melagrane nelle tasche e fra le mani: un misto d'Arca di Noè, di boschetto e di dispensa, da cui usciva un fremito e un trillìo confuso d'anime in festa. Davanti a me, sulla piattaforma posteriore, c'eran due carabinieri, che davan le spalle all'uscio; alla mia sinistra un gruppo di persone attempate e gravi, che discorrevano amichevolmente del voto dato dalla Camera alla lotteria per le Opere pie di Torino. Dopo aver ascoltato per un po' i loro discorsi, tornando a guardare dentro al carrozzone, incontrai lo sguardo di Guyot, seduto fra due presepi. Subito egli voltò gli occhiali e il pizzo da un'altra parte, corrugando la fronte, con l'espressione di chi torce lo sguardo da un serpente boa. Barbaro Guyot! Non era pago della vendetta atroce di due mesi avanti; m'odiava dunque a morte veramente; era proprio un nemico implacabile! E aspettai che il suo sguardo si fissasse un'altra volta nel mio, risospinto dall'odio stesso che glie lo faceva fuggire, per fargli comprendere con uno sguardo che non m'eran rimaste nelle carni, com'egli forse credeva, le sue frecce avvelenate, che godevo d'una buona salute ed ero ancora in grado di far del male alla società. Ma invano. Non si voltò più. La mia vista, pensai, è davvero per lui un supplizio insopportabile, quando non mi debba guardare per torturarmi! E pazienza. Intanto salì sulla piattaforma altra gente, forzando a cambiar di posto quelli che già c'erano, e tutti insieme si rimescolarono, urtandosi e pigiandosi, cercando ciascuno la posizione meno incomoda per tirare il respiro e per resistere ai trabalzi. Cessato appena il serra serra, parecchi discesero, fu un'altra volta visibile dalla piattaforma l'interno, e quale non fu la mia maraviglia, riguardando dentro, al veder gli occhi del mio nemico vaganti sulla mia persona con un leggero sorriso che pareva di benevolenza! Doveva esser seguito un miracolo. Pensai che, dopo il primo moto invincibile di repugnanza destatogli dal mio aspetto, ripensando alla vendetta passata, egli avesse avuto un senso di resipiscenza, un pentimento d'aver passato il segno, d'avermi offeso troppo nel vivo, e volesse farmi capire che, se non pentito, era appagato della rivalsa che s'era presa, e intendeva di desistere, cominciando da quel giorno, dalle ostilità. Eppure, il suo sorriso non diceva questo ben chiaro, era un sorriso ambiguo, c'era sotto un barlume di compiacenza maligna. E, fissandolo, m'accorsi che il suo sguardo sorridente oscillava su di me come un pendolo, oltrepassando di qua e di là la mia persona. Che cos'era mai? Mi guardai a destra e a sinistra.... Abbominevole furfante! Era seguito,
come suole avvenir per alcun caso,
che i due carabinieri, separati dal rimescolio dei passeggieri salenti e scendenti, avevan dovuto spostarsi, e dopo vari giri sopra sè stessi s'eran ritrovati l'uno alla mia sinistra, l'altro alla mia destra, ed io stavo in mezzo a loro come un arrestato. L'iniquo Guyot si deliziava della vista di quel quadro. Il quadro gli rappresentava l'adempimento d'un suo desiderio, l'attuazione d'una profezia, la mia fine meritata e inevitabile, il vero posto che spettava a me nella società. Ed io che m'ero illuso.... Ma quello che più mi irritò non fu la sua gioia di quel momento: fu il pensare che avrebbe portata quella gioia a casa, descritto il quadro in famiglia, esilarato gli amici al caffè; che quel mio ammanettamento ideale sarebbe servito in gran parte — oh, senza dubbio! — ad abbellirgli le feste di Natale. Fui tentato di scender subito; ma mi rattenne un altro poco il pensiero ch'egli avrebbe goduto anche di quella fuga, dicendo: — Eh, già, si capisce, si sentiva a disagio... — Ma poi non ci potei più reggere, tirai il campanello e lacerai il quadro saltando giù, dopo avergli lanciato un'occhiataccia, che deve avergli fatto dire: — Che sguardo! Ha rivelato la sua vera natura. E adesso? Chi sa? Quella gente lì è capace di tutto....
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Ma fu questa la sola brutta avventura ch'io ebbi in quell'ultimo mese.
La mattina di Natale, rallegrata dal sole, i tranvai riboccavano di signore impellicciate, di bimbe con grosse bambole dai riccioli biondi strette contro al petto, di signori che portavano a casa la ghiottoneria supplementare per il pranzo, di bottegaie in gala e d'operai con la barba fatta; tutte faccie serene e vivaci; con le quali non contrastavano che quelle rannuvolate dei cocchieri e dei fattorini, tristi o stizziti della rude giornata di lavoro che si vedevan davanti, incominciata per loro al lume delle stelle e destinata a finire fra chiassi e prepotenze d'ubbriachi, dopo quattro bocconi ingozzati alla disperata. Ah, le feste solenni, per quanta gente sono terribili! Salito in piazza Carlo Felice per andare in piazza Statuto, mi parve di ritrovarmi sullo stesso carrozzone in cui avevo fatto la stessa corsa il primo giorno dell'anno: era un continuo salire e discendere di signori e di signore, uno scambio di scappellate e d'inchini, un baratto di sorrisi e di cerimonie, come in una sala di ricevimento. Per un tratto, da piazza San Carlo a piazza Castello, il tranvai fu tutto signorile: tutto penne di struzzo, manicotti di martora, luccichìo di braccialetti e di spille, di libretti da messa e di borse di confetti, tutto eleganza, complimenti e profumi. Quanti eran là dentro che pensavano al “fanciul celeste„ nato fra un asino e un bue mille e ottocento novantasei anni avanti, e alle parole ch'egli aveva dette al mondo: quod superest date pauperibus? Ahimè! Il bambino voleva dir per l'uno il principio del carnevale, per l'altro l'apertura del Teatro Regio, per questo una festa chiassosa in famiglia, per quello una strenna splendida; e i soli altari su cui molti altri l'adorassero erano le lucide vetrine di bottega dinanzi a cui correva il tranvai rapidamente, piene di capponi, d'aragoste e di gelatine. In non uno forse di quei mille battezzati che vedevo passare si formava il proposito di mutare, cominciando da quel giorno, pensieri e consuetudini dell'animo, di esser buono, giusto, sincero, umile, di amar tutti e di perdonar sempre come il maestro sublime di cui ricorreva il dì natalizio. E studiavo appunto a uno a uno tutti quei visi che non spiravano altro che compiacenza del lusso, vaghezza di attirar gli sguardi e desiderio e aspettazione di piaceri mondani, quando, in piazza Castello, salì una coppia coniugale, che, non trovando più posto dentro, si piantò in faccia a me sulla piattaforma. Era la supposta moglie dell'impiegato postale, la nostra capitanessa, come dice il Ferravilla nel Calzolar di donn, stretta al braccio d'un placido ometto di quarant'anni, suo marito senz'alcun dubbio, che sorrideva vagamente con gli occhi socchiusi, come compiacendosi dell'abbandono di ragazza innamorata con cui gli si lasciava andare addosso la sua graziosa donnina. Il capitano era dimenticato! E se quella dolcezza amorosa di lei non derivava dalla successione d'un tenente, significava un ritorno del cuore pentito e spoetizzato della colpa al sano affetto matrimoniale, alla modesta ma salda felicità circoscritta dallo sportello delle lettere raccomandate. E me ne rallegrai, anche perchè potevo così chiudere in forma edificante nel mio libro la storia della sua avventura. Un momento essa mi guardò, e parve che mi riconoscesse, ricordandosi forse del giorno che lei e l'altro mi volevan mettere fuori del carrozzone. Vidi passare un'ombra sul suo viso.... Ma che aveva a temere? Ch'io le preparassi il tiro che le faccio per le stampe non se lo poteva sognare. Infatti, si rinfrancò subito e si strinse più forte al marito, che questa volta chiuse gli occhi affatto, con un sorriso più soave. Dormi, fanciul celeste.
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Dopo il Natale passarono alcuni giorni senza ch'io vedessi più alcuno. Pareva che i miei personaggi m'avessero già tutti abbandonato e fossero scomparsi nella nebbia che tornava ad avvolgere la città, umida e densa, nascondendo ogni cosa. Solo il terzultimo giorno ne ritrovai due nel carrozzone del Martinetto, in via Garibaldi, sotto un raggio fuggitivo di sole. Stando sulla piattaforma, un po' a sinistra dell'uscio, vidi dentro, di profilo, la sposa del borgo San Donato, col capo inclinato dalla parte opposta alla mia, nell'atto della Madonna della Seggiola. Mi passò un'idea. Sporsi il capo.... Ebbene, non credevo d'aver messo tanto affetto a quei due poveri esseri. Fu una vera gioia quella che sentii. Essa teneva sur un braccio un bambino in fasce. Alla sua destra, in fondo, sedeva suo marito. Ma era lei veramente? Aveva nell'atteggiamento del capo e del busto tutta la grazia che può dare la maternità a un corpo infelice; nel viso una luce nuova, come la coscienza altera e forte d'essere una creatura necessaria e sacra a un'altra creatura, e gli occhi più grandi e più dolci, con l'intensità di sguardo di chi fissa un orizzonte, come se in quegli altri due piccoli occhi in cui fissava i suoi ella vedesse come per due spiragli un mondo misterioso e lontano. Era venuto dunque l'aspettato, la grande consolazione dell'iniquità della natura e della sorte, la cara speranza di tutti i giorni e di tutte le ore, quello che la poneva in alto come una regina e le ingrandiva la vita come il concetto d'un'impresa eroica! E proprio in quel punto parve ch'egli rispondesse: — Sì, son venuto! — con una voce acuta e imperiosa, che era segno d'un corpicino sano e gagliardo. Essa sorrise, si guardò intorno con aria timida, interrogò con lo sguardo suo marito, e con una mano in cui si vedeva la titubanza, arrossendo leggermente, fece sguisciar due bottoni dagli occhielli del petto; poi, con un atto risoluto e pudico insieme, che porgeva e nascondeva ad un tempo, appagò la boccuccia avida, che subito tacque, per bere la vita. Allora essa rialzò il viso rosato e trionfante. Ah santa maternità! In parola d'onore, era bella. E il povero giovane guardava quel visetto enfiato dallo sforzo del succhiare con un occhio fisso e amoroso, che pareva dirgli: — Bevi, bambino; piglia da lei col latte l'anima bella, l'amor del lavoro, la rassegnazione alla povertà, il coraggio, la dolcezza, la forza; succhia la vita della mia sposa, e sarai buono e onesto; bevi l'anima di tua madre, e sarai la nostra ricchezza e la nostra gloria! — E in quell'atto li lasciai, mandando un buon augurio a tutti e due, e uno al nuovo personaggio, che avevo amato io pure, di cui ero stato padrino in cuor mio prima che nascesse, e che sarebbe stato un ricordo gentile di tutta la mia vita.
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Ed eccoci all'ultimo giorno, che per me fu solenne. Uscito verso sera dalla direzione della Società Torinese e attraversata la piazza solitaria della barriera di Nizza, salii sul carrozzone della linea di piazza Castello, qualche minuto avanti che partisse. I lampioni della barriera rompevano appena la nebbia fittissima, in cui si movevano come larve fattorini, cocchieri e guardie daziarie, espandendo in risa e in facezie l'allegria bevuta dai liquoristi vicini per festeggiare la fin dell'anno. Mi parve di riconoscere tra quelle voci i grugniti di Tempesta; ma li coperse subito il canto squarciato d'una brigata di beoni, uscenti da un'osteria della piazza, di cui non appariva che la lanterna vermiglia. Quando il carrozzone partì, io ero solo dentro, in un angolo. Era l'ora in cui sono affollati tutti i tranvai che vanno ai sobborghi e quasi vuoti affatto quelli che vanno dalla cinta al centro di Torino. Avrei potuto allungarmi sui cuscini della Torinese e dormire tranquillamente; ma nonostante la stanchezza che m'aveva lasciata una notte insonne e una giornata di corse, non mi riuscì nemmeno d'assopirmi un po': mi distraeva la vista della strada nebbiosa, dove la fuga dei caffè sconosciuti e delle imboccature di strade che non riconoscevo e i larghi vani oscuri delle interruzioni del fabbricato, nei quali indovinavo la campagna dai lumi lontani, mi davano l'illusione d'entrare in una grande città straniera. Era quella l'ultima mia corsa dell'anno. Al pensarci, seguiva nella mia mente, per effetto dell'intento unico che in tutto quell'anno m'aveva guidato, una confusione di immagini singolarissima: si legavano i ricordi di tutte le corse, come se queste non fossero state interrotte dalle altre mille occupazioni della mia vita, e mi pareva d'aver fatto un viaggio continuo, a traverso alle quattro stagioni, di giorno e di notte, scendendo da un carrozzone per salire in un altro, andando avanti e indietro senza posa per tutte le vie, come se non avessi avuto altro domicilio che la carrozza di tutti. E tutte le persone, le scene, gl'incontri, gli accidenti che m'erano occorsi su quelle tavole mobili mi si affollavano alla memoria, distinti dagli altri avvenimenti della mia esistenza, come se questi avessero riguardato un altro me stesso, come se per un anno fosse stata separata nella mia esistenza e nei miei interessi l'umanità corrente sulle rotaie da quella che avevo visto e praticato fuori delle linee dei tranvai.