— No — risposi — non c'è monotonia nella libertà. Qui sento la mente libera. Mi par che il pensiero si dilati spaziando nelle vaste piazze e vada più lontano lanciandosi per le vie lunghissime, per la grande raggiera dei viali fuggenti da tutte le parti verso la campagna. Gli edifizi non attirano lo sguardo; ma perciò appunto non lo distraggono dalla grandezza del tutto e dalla bellezza della natura; si ritraggono anzi di qua e di là per lasciar maggiore spazio al volo dell'occhio e della mente verso le Alpi e la collina. In nessun'altra città si vede tanto verde, tanto azzurro, tanta bianchezza; in nessun'altra ha un riso così fresco e così splendido la primavera, che qui pare un ricominciamento del mondo. E poi, essendosi in tanti anni trasformata la città sotto i miei occhi, vedo ed amo sempre negli aspetti nuovi gli aspetti scomparsi, m'avvolge un nuvolo di memorie a ogni passo, sento mille voci di persone e di cose passate che mi chiamano, ribevo dei sorsi d'aria della gioventù della patria e della mia. Godo qui delle bellezze che non sono che per i miei occhi perchè le illumina e le colora un raggio che esce dal mio cuore. Vedo in fondo a ogni strada una città d'Italia e nelle rondini che volano attorno al palazzo Madama le mie speranze fuggite, che cantano e mi salutano ancora.

Il giovane scrollò il capo. — E trova in armonia con la sua — domandò ancora — anche l'indole degli abitanti? Non le riescono un po' freddi e chiusi... un po' troppo nordici, come ho inteso dire?

— Non li può giudicare uno straniero, e neanche un italiano d'altre province, se non vive qui da molti anni. La benevolenza è velata, il cuore non s'apre e non si dà tutto di primo slancio; ma tutto quello che dobbiamo conquistare ci è poi più caro quando è nostro. La cortesia discreta, la promessa guardinga prevengono disinganni e amarezze, e così nel buoni si trova sempre maggior bontà che non s'aspettasse. I loro difetti sono negativi, incavi, non punte, e per questo non feriscono. Le possono parer duri; ma per ciò lei li può afferrare e tenere, e non le sgusciano di mano. V'è nell'affetto che gli occhi esprimono e la bocca tace una dignità che ne raddoppia il valore. E chi ha dei difetti opposti a queste virtù, e n'ha coscienza, ama la gente che glie li comprime più di quella che glieli accarezza. Per questo io son legato alla città anche dalla gratitudine; legato da tanti vincoli del cuore, del pensiero e del sangue, che non potrei più vivere altrove a nessun patto, neppure a quello di diventar ricco se fossi povero, sano se fossi infermo, e di trovar cento nuovi amici se qui non mi restasse un amico; e sono ben certo e m'è un conforto il pensare che morirò qui.

Mentre dicevo quest'ultime parole, un signore, che m'era stato accanto fino allora senza che lo vedessi nel viso, girò il capo adagio adagio come una statua semovente, e mi fissò gli occhi negli occhi. Ah, l'avevo conquistato finalmente! Capii a volo dal suo sguardo che la critica di via Garibaldi e la lacerazione della Gazzetta del popolo ed anche quelle matte teorie di socialismo municipale m'erano perdonati per sempre. Il buon Bicchierino, il “controemarginato„ signor cavaliere Bicchierino, impiegato modello di non so qual regia amministrazione, il più puro e più geloso di tutti i torinesi nati e da nascere, era intenerito, era vinto, era mio. Quando discese si toccò con la mano l'ala del cilindro, e prima di perdersi nella nebbia rivolse verso il tranvai un leggerissimo sorriso benigno, che mi tolse l'ultimo dubbio: avevo un amico di più. Sia ringraziata Cuba! L'avvenimento era un buon auspicio per una lieta fine dell'anno.

*

Svanì la nebbia e splendette il sole, che ci parve di rivedere dopo una notte di sette giorni. I tranvai ricominciavano a correre liberamente per la città chiara e come ritinta di colori più vivi, dorata in ogni parte da larghi sprazzi di luce, e fattorini e cocchieri, usciti da una settimana di ansie e di fatiche penose, salutavano con un'allegrezza di liberati dal carcere l'aria limpida in cui si drizzavano le Alpi bianche nitidissime, che pareva si fossero avvicinate durante i giorni dì cattivo tempo. A Porta Palazzo, dove aspettavo il tranvai della barriera di Lanzo, verso l'ora della colazione, era una festa; da tutti i carrozzoni che arrivavano da tutte le barriere saltavano giù cocchieri e fattorini e, seduti sui montatoi, dentro al casotto dei biglietti, sulle ceste rovesciate della verdura, facevano il loro pasto, alternando con le bocconate fameliche apostrofi chiassose alle erbivendole e ai colleghi arrivanti e partenti; e così incappottati com'erano, con quei cuffioni e quei guanti enormi, in mezzo alla neve della vasta piazza, dove qua e là ardevano dei fuochi, sarebbero parsi una banda di cosacchi bivaccanti tra i carri della provianda durante una fermata in mezzo alla steppa; se non avessero fatto una macchia italianissima in quel quadretto russo i mucchi d'arance siciliane che brillavano sui banchi in mezzo all'erba montanina e ai rami di alloro annunciatori del Natale....

Salito sul mio tranvai, mi trovai daccanto sulla piattaforma il giovane tipografo biondissimo, lo sposo novello, fresco e gaio come l'aria. M'abbordò con Antonio Maceo, domandandomi se credevo che gl'insorti cubani avrebbero proseguito la lotta non ostante la sua morte; ma io m'accorsi bene che aveva qualcos'altro da dirmi, e indovinai ch'era una lieta notizia, e ch'egli cercava un'entratura garbata per darmela. Dopo qualche preambolo, infatti, smettendo a un tratto la serietà politica, m'annunziò con una gioia visibilissima che forse... fra qualche mese... se tutto andava bene... la causa socialista avrebbe avuto un soldato di più. Restava soltanto a sapersi se sarebbe stato un compagno o una compagna. Mi congratulai. E allora diede la stura a un'allegrezza infantile. Fatti certi calcoli, egli s'era messo in capo che dovesse nascere in Aprile, verso la metà, forse il giorno stesso della nascita di Ferdinando Lassalle: data di buon augurio. In ogni modo aveva già fissato, se era un maschio, di mettergli i tre nomi: Ferdinando (Lassalle), Federico (Engels) e Carlo (Marx). E si diede una fregatina alle mani. Poi tessè l'elogio della sua sposa. Oh, sempre, sempre più contento. Forte ancora al lavoro, nonostante il suo stato, buona e amorosa con la mamma di lui, e non punto mutata d'idee, come tante altre, dopo il matrimonio. Era lei stessa che gli diceva: — Ernesto, ricordati di non mancare alla riunione della tal sera.... Non dimenticare di rinnovar l'abbonamento al giornale.... Mettiamo qualche cosa anche noi per la Cassa elettorale.... — E appunto quella mattina era lei che l'aveva sollecitato a portare i denari d'una piccola colletta a un compagno disoccupato e malato, che abitava in borgo San Salvario. Passavano la serata assieme a leggere dei volumi presi alla biblioteca dell'Associazione dei lavoratori del libro; ma preferivano gli opuscoli di propaganda, che compravano del proprio. Essa si appassionava in special modo per la storia delle socialiste celebri: Eleonora Aveling, Annie Besant, Severina. E in questi discorsi duravano fino a tardi, fin che la mamma s'addormentava con la calza in mano. Poi, all'improvviso, parendogli d'avermi parlato con troppa familiarità dei fatti suoi, fece di nuovo il viso serio per domandarmi se credevo alla voce corsa dello scioglimento prossimo di tutti i circoli socialisti e di tutte le Camere di lavoro della Liguria; ma, vedendomi sorridere, e insistendo io perchè mi riparlasse della sua famiglia, che m'avrebbe fatto molto piacere, m'afferrò il braccio in segno di gratitudine e ricominciò con maggior effusione. Sì, era felice, gli era toccata la più buona e brava ragazza che potesse desiderare. Era una così bella cosa andar d'accordo, essere uniti in quell'idea, avere quella speranza comune. Qualche volta, quando sentivano insieme una buona musica, senza bisogno di parlarsi, essi si commovevano tutti e due fin quasi a piangere, pensando ai compagni degli altri paesi, all'opera di tutti, all'avvenire, al loro bambino che avrebbe visto un mondo migliore. Ed io alla mia volta, guardando quel bel giovane, quel “nemico della famiglia„ così innamorato e felice, pensavo quanto la famiglia lo nobilitava e gli dava forza, quanto era sano e fecondo l'amore in lui, in quella prima giovinezza in cui il matrimonio appare ancora alla più parte dei giovani della borghesia una cosa lontana, una fine da farsi dopo molti anni d'amori vagabondi, dì seduzioni, d'adulteri, un buon contratto per arrotondare il patrimonio o una buona alleanza per affrettar la carriera; e mi confermavo nella fede che fosse davvero un mutamento sociale benefico e santo quello per cui si sarebbe diffuso nella gioventù un tale amore, data la famiglia a tutti in quell'età, che ora non la vuole o non può averla per dure ragioni d'interesse o per ignobili ragioni di convenienza. Mentre io facevo queste riflessioni ed egli si disponeva a discendere, lo vidi mettere alla lesta non so che cosa nella tasca d'un signore che ci stava ritto davanti. Maravigliato, gli domandai spiegazione dell'atto. Egli sorrise: era un opuscoletto di sesto minimo, intitolato I calunniatori del socialismo, a cinque centesimi; egli soleva ficcarne così delle copie nelle tasche dei borghesi, sui tranvai, senza farsi scorgere; oh, non per convertirli, ci voleva altro; solamente per “chiarire le loro idee„, per distruggere le leggende assurde che s'andavano formando intorno al socialismo nella mente di molti, i quali finivano con crederlo tutt'altra cosa da quello che è. — Arrivati a casa — disse — leggono per curiosità, e forse si ricredono di qualche pregiudizio: è sempre quel po' di guadagnato. — E mi raccontò che altri usavano quel modo, di far entrar l'idea per la via delle tasche non potendo per la via degli orecchi, e che n'aveva avuto il primo pensiero il falegname di mia conoscenza, il quale seminava opuscoli in tutti i soprabiti, senza grande spesa, essendoci su ogni centinaio il ribasso del quaranta per cento. E accennandomi con una strizzata d'occhio il signore, soggiunse: — Ne ho già serviti tre questa mattina, — e contento e trionfante, come se avesse fatto tre conversioni, saltò giù in piazza San Carlo, dove vidi allontanarsi e perdersi fra la gente la sua bella testa bionda dorata dal sole.

*

Ed ecco un altro sorriso sulla fronte del mio anno morente, un'altra pagina lieta per l'ultimo capitolo, un altro uomo felice: il giovane pittore che mi salta accanto sulla piattaforma, in via Garibaldi, con una stella di montagna all'occhiello e con un viso rosato, che è un annunzio di matrimonio in sembianza umana. Prevenni la sua parola raccontandogli come l'annunzio mi fosse stato dato il mese avanti da un'ondata di porpora che avevo visto salire alle guance d'una bella signorina, l'ultimo giorno che c'eravamo incontrati. S'imporporò un poco anche lui, e gli feci le mie congratulazioni: una creatura angelica, che avevo mille volte ammirata, pensando sempre che sarebbe stato fortunato il cittadino d'Italia su cui ella avesse racchiuso le sue ali. Folgorò dagli occhi; ma si mantenne serio e mi fece un discorso molto pacato. Si, era tutto fissato per il gennaio. Egli era contento. Buona indole, carattere sodo, giudizio, istruzione, molto affezionata a suo padre, un ex colonnello di fanteria, decorato di due medaglie al valore: sarebbe stata certo un'ottima madre di famiglia e sarebbero vissuti insieme di buon accordo. Ma io capii che quella pacatezza di psicologo ragionatore era una delle solite imposture d'innamorato; sotto a quelle parole compassate sentivo divampar l'anima, ed ero ben certo che se anche ella non avesse avuto la “buona indole„ e il “carattere sodo„ e “il padre decorato„ e tutte le belle doti d'“un'ottima madre di famiglia„ egli l'avrebbe amata furiosamente ad un modo e chiesta e voluta a tutti i costi. — Sa che è studentessa di medicina? — mi domandò. Finsi di non saperlo, e gli chiesi celiando s'egli le avrebbe lasciato continuar gli studi. — Ah, neppur per sogno! — rispose con slancio, non ricordandosi l'apologia delle studentesse che m'aveva fatto un giorno; ed io sentii nel suo accento una vampata di gelosia otelliana, che abbracciava nelle sue spire tutta quanta la Facoltà medica, e tutta la studentesca insieme, e tutta la clientela possibile, non esclusi i malati di dentizione. Mi restava la curiosità di sapere se proprio l'avesse conosciuta sul tranvai, come mi aveva detto, e gli domandai anche questo. Ne rise di cuore: era stato così, veramente, sulla linea di Ponte Isabella, gli ultimi giorni di maggio. — Non si ricorda — mi disse — del fatto raccontato dai giornali in quei giorni, d'un carrozzone della Belga che, sboccando sul corso Valentino, urtò e rovesciò una vettura postale, gettando a terra il cocchiere, che si ferì gravemente? — Non mi ricordavo. Ebbene, egli s'era trovato con lei per la prima volta su quel carrozzone, e gli aveva “fatto senso„ il veder lei, lei sola, mentre le altre signore strillavano o svenivano, discendere ardita e tranquilla e accorrere in soccorso del caduto e sollevargli da terra il capo insanguinato e posarselo sulle ginocchia per asciugargli la ferita col fazzoletto. — Ecco una ragazza di polso e di cuore! — aveva detto. Ed era rimasto ferito anche lui, ma d'una ferita per cui il fazzoletto non serviva. Poi... l'aveva rivista. E a poco a poco.... Ma sorvolò alle prime manifestazioni non corrisposte, al periodo, che doveva esser stato abbastanza lungo, quando egli inveiva contro le ragazze torinesi, figlie di Borea, fredde come le Alpi, calcate tutte l'una sull'altra come figurine di carta, e saltò subito a dire della conquista immediata, fulminea ch'ella aveva fatto di suo padre, la prima volta che gliel'aveva indicata in tranvai. — Già, fu proprio così — concluse — sulla linea di Ponte Isabella, in un carrozzone chiuso della Società belga, che portava il numero 125. — E non accorgendosi ch'io ridevo a sentirgli rammentare anche il numero, tirò fuori il portafogli, e come avrebbe fatto della reliquia d'un santo, ne cavò fuori con riguardo e mi mostrò lo scontrino bianco di quella corsa memorabile, ancora intatto, come se fosse del giorno stesso. — Così — disse col suo sorriso ingenuo — se un giorno mi farà disperare, io le mostrerò lo scontrino, e le dirò: Ah, come ho speso male i miei dieci centesimi! — Ma l'amore, la felicità che scintillava sul suo buon viso di fanciullone erculeo smentivano l'apparente sincerità di quella supposizione. E ripose accuratamente nel portafogli il suo biglietto di partenza per il paradiso terrestre. Era felice, sì, proprio. E me lo confermò lo sguardo e l'accento involontario di pietà col quale, per cambiar discorso, mi domandò se procedeva il mio lavoro, come domanderebbe un milionario a un parente povero se è bene avviata una sua lite per un'eredità di qualche centinaia di lire; felice al punto che, nel domandarmi ancora se nel mio libro ci sarebbe stato anche lui, mi lasciò quasi comprendere che non gli sarebbe spiaciuto di entrarci. Ma quando discesi mi salutò con un sorriso che mostrava già il pensiero assai lontano da me: il buona sera era per me; il sorriso era già per la signorina del numero 125. Ma io avevo un mezzo permesso di incastrare il suo romanzetto nella mia Carrozza, e me n'andai soddisfatto della mia corsa.

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