In piazza San Salvario, dove facevano la battagliola dei ragazzi, gli passò a un palmo dal naso una palla di neve: egli girò sui combattenti un'occhiata sterminatrice e mise un bramito di leopardo. Poi se la pigliò con uno dei cavalli, Livorno, che zoppicava, chiamandolo assassino, ladro, ciampicone da forca, e rincalzando ogni epiteto con una frustata. Uno dei cinque passeggieri che stavano sulla piattaforma s'arrischiò a fargli un'osservazione garbata: — Ma se zoppica, che colpa ci ha? — Si voltò come un'istrice: — Sì signore, è un vizio, una malizia; zoppica soltanto quand'è con me, ha da sapere! — E sbuffò. Poi soggiunse: — Bisogna conoscer le bestie prima di parlare. — Quell'altro rispose pacatamente: — Già, è proprio vero: prima di parlare... bisogna conoscer le bestie. — Tutti risero. E allora seguì un miracolo: sorrise anche Tempesta. Ma fu come un lampo sur una rupe. Subito si rioscurò, rimenò una frustata a Livorno, trattandolo di boia infame e di Giuda porco, e ricominciò a spandere per la lunghissima strada bianca il soffio della sua rabbia implacabile.

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Seguitò a venir giù neve, senza posa, così fitta da parere che se ne potesse far delle palle cogliendola a due mani per aria, densa al punto che i tranvai apparivano come ombre dietro al velo dei fiocchi, e non si vedevano ancora quando già li annunziavan vicini lo scalpitìo faticoso dei cavalli e il gridìo continuato dei cocchieri, affacciati ai finestrini delle tende come vedette alle feritoie d'una fortezza mobile. Ma tutta quella neve non smorzava il fuoco bellicoso di Carlin, che trovai un dopo pranzo sulla linea di Vinzaglio, furibondo per l'eccidio della spedizione del Cecchi, sopra tutto contro il Ministero perchè aveva dichiarato di non aver alcun proposito di “occupazioni militari„. Il bombardamento di Gezira e la fucilazione dei cinque Somali, invece di quetarlo, l'aveva irritato, come farebbe a un affamato un minuscolo antipasto di ghiottonerie stimolanti. Come sempre, egli avrebbe voluto bruciare, sterminare, disperdere ogni cosa, cancellare il Benadir dalla faccia dell'Africa. — Insomma — fremeva — tutti ce le danno e noi non le rendiamo a nessuno! Figure da nasconder la faccia nei calzoni! — E non riusciva a capacitarsene considerando che avevamo gente a bizzeffe, milioni d'uomini senza lavoro, una sovrabbondanza di gregge umana da dover benedire ogni occasione che si presentasse di spedirne fuori una gran quantità, per alleggerire l'Italia e invader “le terre dei cani„. — Cosa ne voglion fare di tutta questa gente? Siamo in troppi. Tutti i nostri guai vengon da questo. È il multiplicamini che ci rovina... — E della nostra eccessiva fecondità mi addusse una prova singolare. Giusto tre giorni avanti, su quella stessa linea, nel numero 139, una donna era stata presa dalle doglie, e c'era mancato poco che scodellasse un “passeggiere„ lì per lì, durante la corsa: s'era dovuto fermare il tranvai, e s'era fatto appena in tempo a trasportarla in una portieria di via Roma: al ritorno del tranvai l'amico era già fuori, che cantava come un gallo. — Vede dunque! — Proprio, la nascita intempestiva di quel bacherozzolo, per lui, era l'argomento Achille In favore d'una politica belligera in Africa. — Bombardè! Bombardè! — e ripetendo questo suo “delenda„ dall'alto della piattaforma, con le braccia incrociate sul petto, fissava lo sguardo su piazza Castello bianca di neve con l'espressione di Napoleone primo nel milleottocento quattordici del Meissonnier. Ma che diversi pensieri si volgono qualche volta nell'interno del tranvai e sulla piattaforma! Appunto in quel momento c'eran dentro da un lato parecchie belle signore; nei due angoli in fondo due signori in tuba, con la cravatta bianca, che andavano a qualche pranzo di gala; in faccia alle signore una mezza dozzina di giovani e brillanti ufficiali della Scuola di guerra, fra i quali un bellissimo tenente belga; e si vedeva negli occhi di quella compagnia silenziosa la fiammella della galanteria, si indovinava nell'aria di quel salotto ambulante una vibrazione di piccola corte d'amore, l'incrociarsi delle simpatie e delle attrazioni frenate dalla convenienza, un lavorìo vivo di immaginazioni eccitate, vagheggiaci tutt'altre conquiste da quella del Benadir, tutt'altre battaglie da quelle che il povero Carlin invocava mostrando il pugno alla neve.... Un simbolo anche questo: la politica che sbraita e vuol rifare il mondo, e l'amore, padron del mondo, che le ride alle spalle. Ma non espressi questo pensiero a Carlin per non scemargli quello che era forse il maggior conforto della sua vita. E come se, comparendo per l'ultima volta nei miei appunti, egli dovesse per me sparire dal mondo quella sera, gli feci, scendendo, un saluto cordiale, ch'egli interpretò come un'approvazione generale di tutta la sua politica del 1896, e che mi valse in risposta un buon sorriso di ministro soddisfatto a deputato devoto. E muoia la sua politica e viva la sua memoria....

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Continuò a nevicare, e anche io presi gusto quelle sere a cacciarmi nei carrozzoni, attirato dall'aspetto di intimità familiare, dall'immagine dì brigate raccolte a veglia, che offrivano i passeggieri pigiati dentro, soddisfatti d'essere al riparo dalle intemperie e particolarmente disposti, in quella comunione non ingrata di calorico animale, alle conversazioni amichevoli. Trovai in una di queste comitive fortuite, la sera della festa della Concezione, sulla linea di via Cernaia, il sindaco di Torino, rannicchiato in un angolo, e non riconosciuto da alcuno, fuorchè dal fattorino, che, stando fuori sulla piattaforma, lo guardava a traverso il vetro dell'uscio, curiosamente. Certo che l'illustre sindaco, vedendo quel povero fattorino col capo imbacuccato in un cuffione, infradiciato dalla neve, che lo guardava dal di fuori come il pezzente infreddolito guarda dalla strada il signore seduto al caldo nella trattoria, era a mille miglia dal pensare che quello fosse un conte come lui, forse di più antica famiglia della sua, certo d'un casato più famoso nella storia d'Italia. Ma di nessun pensiero malinconico dava indizio il viso del conte incognito, atteggiato all'espressione consueta di serena rassegnazione: pareva che egli si dilettasse della vivacità insolita della compagnia, composta di piccoli borghesi e d'operai puliti, fra i quali s'incrociavano conversazioni diverse. Parlavano dell'esposizione finanziaria del Luzzatti, del capitale perduto del Banco di Napoli, della proposta d'una tassa militare, con le frasi raccolte nei giornali della mattina, e con quel tono misto di sfiducia amara e d'indifferenza canzonatoria con cui in Italia si suol ragionare della cosa pubblica. A un tratto si fece silenzio; poi un passeggiere, di cui il lume rischiarava soltanto la parte inferiore del viso, adombrato dal naso in su da un grande cappello, saltò fuori con la legge sugli infortuni del lavoro. — Ahi! — dissi tra me — siamo al Senato —; e tenni d'occhio il sindaco senatore. E il Senato, che aveva per la seconda volta rinviata la legge all'Ufficio centrale, fu da quel gran cappello e da un altro dello stesso taglio, che gli s'allargava daccanto, conciato barbaramente. — “Quegli scatarroni mezzi morti„ — quei vecchi reazionari della malora... — la legge sarebbe stata in vigore da un pezzo se non fosse dovuta passare per quell'anticamera del camposanto dove tutte le riforme in pro del popolo erano ferocemente combattute... — e altre gentilezze su quest'andare. Deliziosa corsa per un Senatore! Ed ecco che un terzo, facendo un salto da Roma a Torino, vien fuori a lagnarsi del servizio di sgombero della neve, dicendo con un vocione di contrabbasso che, per questo riguardo, si facevano le cose meglio, ma molto meglio, non ricordo bene in quale piccolo comune del circondario, dove egli aveva sortito i natali! Ah, questa carrozza di tutti, che covo d'insidie per gli uomini in carica! Ma il bravo sindaco sostenne intrepidamente la seconda come la prima scarica, fissando con un vago sorriso filosofico un annunzio del Cioccolatte Talmone attaccato fra due finestrini. Il fallimento della Banca di Como, che venne dopo sul tappeto, lo liberò, e mentre la nuova conversazione s'andava accalorando, altri tranvai passavano, in cui si vedevano di sfuggita altre comitive illuminate dall'alto, sale correnti di club e di caffè, farmacie di villaggio ambulanti, piccole aule di Consigli comunali, pieni di visi gravi o ilari di politicanti, di maldicenti, di pettegoli, di sonnacchiosi, di brilli, che apparivano un momento e sparivano nel turbinìo della neve.

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Dopo la neve venne la nebbia, quella nebbia invernale di Torino, densa e fredda, d'un sapore irritante quasi di bruciaticcio, che invade ogni vuoto e copre la città come un immensa nuvola di cenere immobile, quasi palpabile, e nasconde case, alberi, gente, carrozze, lampioni, circoscrivendo in un raggio di cinque passi lo spazio visibile a ogni persona; che intercetta come un muro grigio la vista delle piazze e dei corsi e riempie i portici come un fumo uscente da migliaia di cantine incendiate, e dà a ogni tratto l'illusione che quartieri interi siano scomparsi, inghiottiti dalla terra, fra i vapori d'un cratere enorme. Si correva come dentro a un'oscurità bianca, a traverso a una sequela infinita di veli umidi, che il tranvai lacerava, non vedendo gli altri carrozzoni che all'ultimo momento, come se sorgessero per incanto dal suolo, e non altri passanti fuor che larve che scappavano spaventate al sopraggiungere dei cavalli; e quel continuo succedersi e incrociarsi affrettato di fischi e di squilli in quell'aria opaca dava l'idea d'una città agitata da un grave affanno, oppressa dalla minaccia di qualche grande pericolo misterioso.

Stavo sulla piattaforma, pigiato da tutte le parti, in compagnia d'un giovane poeta cubano, nuovo a Torino e a quello spettacolo, il quale accresceva la sua naturale malinconia. Venuto per la prima volta in Europa, e arrivato il giorno avanti dalla Francia, non si poteva persuadere d'essere in Italia, dove s'era immaginato che anche le città settentrionali avessero un inverno mite e sereno come quello della sua isola nativa. Guardava intorno quasi spaurito e mi diceva di tratto in tratto in un suo italiano transatlantico: — Ma questa è Siberia! Questo è lo Spitzberg! E come piace a lei quest'orrore?

— Sì — gli risposi — ho dei gusti di Eschimese. La nebbia m'eccita l'immaginazione. Non vedo nulla, non riconosco i crocicchi, non so molte volte in che punto mi trovi; la città mi pare ingigantita; suppongo d'essere a Londra, a Pietroburgo o a Nuova York. Mi piace qualche volta di sentire l'umanità senza vederla. La nebbia mi rompe la monotonia della vita, mi dà mille sorprese e sensazioni insolite. Questa risonanza strana, smorzata di tutti i rumori, mi alletta come un linguaggio nuovo delle cose. Mi fa più piacere che alla luce del sole rincontrare l'amico in questa oscurità livida, come nell'ombra d'una foresta vergine, vedermi davanti tutt'a un tratto il viso d'una bella donna come se m'apparisse nello squarcio d'una nube, sentir voci conosciute di conoscenti invisibili e risa di ragazze misteriose, che si perdon nell'aria come voci di folletti. E poi, che vuole? La sera, in special modo, la città piena di gente e di lumi, che lavora e si diverte, mi sembra una espressione più potente della civiltà umana sotto questo gran mantello lugubre che la natura le getta addosso senza riuscire a soffocarne la vita e l'allegria.

Il cubano non pareva persuaso. Se avesse dovuto vivere in Italia, non avrebbe piantato le tende a Torino. E mi domandò se la città mi paresse confacente al lavoro artistico, abbastanza italiana d'aspetto da dare all'ispirazione d'un poeta tutti gli aiuti esteriori che dovevan dare Venezia, Napoli, Firenze, Roma; se non ci sentissi la monotonia.