La stagione, intanto, benchè non fosse ancor nevicato, incrudiva, e i tranvai correvano la mattina presto fra gli alberi e lungo le siepi dei viali biancheggianti di brina, come in mezzo a una maravigliosa vegetazione di filigrana, e sotto i fili del telefono e delle lampade voltaiche tutti bianchi, somiglianti a fasci di cordoni di lana; e cominciavano i cocchieri e i fattorini a pestare i piedi e a mandar fumo dalla bocca, mettendo mano alle provvigioni dei sagrati invernali. Fu una di queste mattine brinate che, strizzato dall'aria fredda di Via Garibaldi, non potendo più reggere sulla piattaforma, mi cacciai dentro al carrozzone, dove mi trovai davanti la studentessa di medicina e suo padre. Essa sedeva nell'angolo vicino all'uscio, bianca come la filigrana degli alberi e i baffi paterni; e il suo bel viso d'angelo imperturbato, invulnerabile dalle passioni umane, sorgeva con la grazia d'un giglio fuor dal bavero a tromba della mantellina nera che le avvolgeva il collo. Suo padre stava seduto col busto ritto e col petto sporgente come doveva stare a cavallo alla testa del suo reggimento. Non si parlavano. Gli occhi grandi e dolci di lei si volgevano qua e là, secondo il solito, guardando tutti come se non vedessero alcuno, ed io mi potei compiacere meglio dell'altre volte nell'immaginazione del suo corpo vestito di bianco e coronato di rose, disteso fra quattro ceri, con le mani incrociate sul petto virgineo, che non conobbe l'amore. Prima che s'arrivasse a metà della via, il carrozzone era pieno dentro e affollato sulla piattaforma. Molti la guardavano; ma, come sempre, pareva che essa non se n'avvedesse. Tutt'a un tratto s'animò, scosse vivamente il capo, sorridendo, come se salutasse qualcuno a traverso al vetro dell'uscio, ed io vidi una cosa strana, inaspettata, incredibile: un'onda di porpora le coperse il viso fino alle tempie e i suoi occhi raggiarono d'una luce nuova, vivissima, dolcissima, che mi fece l'effetto d'un prodigio, come se in quel momento ella si fosse trasformata da statua di marmo in donna di carne e di sangue. Suo padre pure aveva salutato con un sorriso e uno sguardo amichevole. Mi voltai prontamente a sinistra per vedere a traverso al finestrino chi avesse operato il miracolo; ma mi trovai in faccia un maledetto vetro colorato con l'annunzio della China-Migone, che intercettava la vista: vidi soltanto per aria, di là dall'uscio, un cappello a cilindro che salutava, e che scomparve subito come un'ala di falco. Ah, quel cilindro non poteva essere che d'un giovane, quel giovane non poteva essere che un amante, quell'amante non poteva essere che un fidanzato. Gli occhi di lei, che rimasero fissi, sfavillando, sulla persona invisibile, la porpora che si fece men viva, ma non disparve, e la bocca semiaperta e parlante che tradiva il palpito accelerato del cuore, mi tolsero ogni dubbio. La vergine morta innamorata! La vergine morta sposa! Era dunque possibile? E mi riprese una così smaniosa curiosità di sapere chi fosse lui, che per poco non commisi la villania d'alzarmi per guardar fuori. Ma non potei rattenermi a lungo, e per levarmi quel chiodo, tirai il campanello prima del tempo. — Chiunque sia — pensai — lo debbo riconoscere agli occhi. — Il tranvai si fermò, apersi l'uscio.... e mi trovai davanti il pittore in tuba, con un viso fiammeggiante, che diceva tutto. Fece un atto di forte sorpresa, arrossendo, e mi balbettò con un sorriso d'uomo impicciato: — Le darò poi una notizia. — Ah, non occorre! — gli risposi scendendo. — Mi darà delle spiegazioni; la notizia la so già, e me ne rallegro. — E lo lasciai lì stupefatto. Ma non quanto me. Era lei, dunque, la dea misteriosa; lei, la vergine morta! Chi se lo sarebbe sognato? Eppure, lo avrei dovuto sospettare fin dal giorno ch'egli m'aveva fatto quella curiosa difesa delle studentesse di medicina. Ma già, era uno di quegli indizi che si riconoscono a cosa scoperta. Era lei! Il colosso s'era innamorato d'uno spirito. E perchè no? Un matrimonio d'antitesi. Una bella coppia, del resto. E mi durò la maraviglia per un pezzo. La vergine morta!... Ma che vergine morta? La visione era mutata: ancora vestita di bianco e distesa come una morta; ma con le guancie di porpora e con le braccia aperte.... Oh, tutt'altra cosa. Infine, non poteva accader di meglio per il mio interesse di scrittore. E me ne tornai a casa soddisfatto.
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Ma non doveva finire così lietamente il mese di novembre. Finì con un triste incontro. Fu l'ultimo giorno appunto, il giorno dell'uccisione della contessa Lara. L'aria era nebbiosa, gli alberi del Corso San Maurizio tutti bianchi come d'una incrostatura di sal gemma, e il sole senza luce nel cielo grigio, come un occhio enorme di moribondo. Salendo sul tranvai che andava verso il Corso Margherita, vidi dentro, a traverso al vetro dell'uscio, il viso del signor Taddeo, e gli feci un cenno di saluto. Egli mi guardò fisso e non mi salutò. Allora soltanto, al secondo sguardo, lo vidi così miseramente mutato, che m'attraversò la mente un pensiero improvviso come un fulmine: — La bambina è morta! — Sporgendo il capo un po' a destra vidi anche il viso della signora, e lo stesso sinistro pensiero mi ribalenò: — La bambina è morta! — Erano pallidi, d'aspetto invecchiato, improntati d'una tristezza tragica, immobile, disperata, somigliante all'espressione di stupore infinito che è qualche volta sul viso dei cadaveri. Il mio primo senso fu quasi di terrore, una tentazione di discender subito per non vederli, per non sapere. Ma mi rattenne una speranza: che qualche altra disgrazia li avesse colpiti, non quella: la perdita d'ogni avere, la morte del padre o della madre, uno spavento mortale per qualche tremendo pericolo corso. La bambina poteva essere nel carrozzone, non in mezzo a loro come le altre volte, ma alla sinistra della madre, in un posto che dal difuori io non potevo vedere. Ma benchè non avessi che a fare un passo a destra per veder se c'era, non ebbi il coraggio di farlo, come se avessi temuto di vedere accanto a lei, invece della bambina, una piccola bara. Eppure, com'era possibile? Mi ricordai dell'ultima volta che l'avevo vista, poco tempo addietro, così bella e vispa, ammirata da tutti, splendente di salute e d'allegrezza in mezzo ai suoi parenti trionfanti. E questo ricordo dandomi animo, feci il passo a destra. Ah! non vidi la piccola bara; ma fu come se l'avessi vista: vidi un mazzo di fiori sopra un ginocchio della mamma. Dei fiori fra le mani, con quel viso, essa non li poteva tenere che per portarli al camposanto, e su quella fossa. Soprastetti nondimeno, sperando ancora, con viva ansietà, per vedere se si fermavano sul piazzale delle Benne per prender la via del cimitero. Chi sa mai? Se non si fermavano, poteva darsi che la bambina vivesse. Furono pochi minuti d'aspettazione; ma mi parvero così lunghi! Tenevo gli occhi fissi su di loro, e mi batteva il cuore. Il tranvai sboccò sul piazzale e svoltò verso il Corso Margherita.... — È viva! — pensai. Ma in quel punto il padre s'alzò col braccio teso, e intesi un suono di campanello che mi fece rabbrividire come un — No! — inesorabile, risposto alle mie parole. Il tranvai si fermò: i due sventurati mi passarono davanti; il padre mi guardò e mi riconobbe. Io non osai di salutarlo. Egli mi diede uno sguardo torvo e mi disse con voce aspra: — È morta, sa; — la madre passò senza guardarmi.
CAPITOLO DODICESIMO.
Dicembre.
Col nuovo mese fui preso da un nuovo ardore di correre su tutte le linee alla caccia dei personaggi e delle avventure, illuso da questa ingenua speranza d'almanaccone superstizioso: che perchè avevo un libro da finire m'avrebbe aiutato la fortuna, presentandomi casi e scene singolari, adatti a dare alla Carrozza di tutti una chiusa di romanzo; e già covavo sotto a quella speranza la tentazione di far tutto di fantasia l'ultimo capitolo, se la fortuna mi fosse fallita. Incurabile malato di romanticismo, tormentato dal bisogno di cucinar la natura in salsa piccante e di servirla in forme architettoniche come i bodini nei pranzi di gala! Proprio all'ultimo mi ridava fuori il malanno ereditario, dopo che m'ero attenuto fino allora all'intento di ritrarre la vita libera e sparsa come me la vedevo correre intorno, risoluto di fare un'opera informe, ma sincera. Ma l'illusione durò pochi giorni, l'ardore di correre fu spento fin dal primo da una di quelle solenni nevicate torinesi che fanno rientrare in petto i propositi di vagabondaggio poetico come i nasi nei baveri e le mani nelle tasche, e con quell'ardore pericoloso mi fuggì ogni tentazione di chiusa romanzesca. E fu tanto meglio, credo, per il mio scartafaccio.
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Nevicava fitto, a fiocchi larghi come scontrini di tranvai, la lunghissima via Nizza era tutta coperta d'un tappeto bianco, che smorzava il rumore dei carrozzoni nevosi, correnti sulle rotaie invisibili, e in mezzo a tutta quella bianchezza alpina nereggiava come un orso Tempesta, imberrettato e incappucciato, con tanto di guantoni e di zoccoli, non mostrando del viso che il naso a pera e i baffi a spazzola, agitati dal soffio d'un sagrato perpetuo. Se la pigliava coi fiocchi che gli entravano in bocca, con gli spalatori che ingombravano la strada, coi passeggieri che, salendo, gli scotevan sui piedi l'ombrello fradicio, e dava ogni tanto una stratta furiosa alla tenda immollata, che pareva si ritirasse per dispetto, lasciandolo scoperto all'intemperie.
— Brutto tempo, eh? — gli domandai con buon garbo. Mi rispose brusco: — A me lo dice? Una bella notizia! — Ne avremo forse per un pezzo, — soggiunsi. — Non lo so, — grugnì.
Ah povero Tempesta! Mi ricordai d'un matto della Villa Cristina che disegnava con la matita le varie parti del corpo che gli dolevano, schizzando in ciascuna una bestia feroce, la quale, secondo lui, rodendogli le carni, era causa del suo dolore; e mi domandai se proprio egli non avesse in corpo qualche animalaccio rabbioso, se non un serraglio intero, che lo dilaniasse. Ma già, non ce n'abbiamo uno tutti, non fosse che un bruco o un tarlo piccolissimo che ci dà delle giornatacce scellerate? Eppure, quanto più lo studiavo, tanto più mi pareva che, a casa sua se non altro, non dovess'esser un cattiv'uomo, perchè, insomma, egli sputava tanto tossico in servizio da non comprendersi come ne potesse ancor serbare per la famiglia dopo una giornata di dodici ore. A momenti ero tentato di battergli una mano sulla spalla e di dirgli amorevolmente: — O me lo vorresti dire, benedetto porcospino, da che parte si potrebbe toccarti per non pungersi? — Ci si punse in quel momento una vecchia signora, che avendogli detto timidamente, perchè fermasse: — faccia grazia.... — n'ebbe per risposta una spallata, con questo complimento: — Che faccia grazia!... Si dice fermi, si dice. — La cortesia gl'irritava i nervi come la musica fa andar del corpo certe bestie.