In quei giorni il freddo cominciava a mordere, gli ultimi villeggianti eran tornati, Torino aveva già preso il suo aspetto invernale d'affaccendamento gaio e frettoloso, i tranvai riboccavano, la circolazione della vita cittadina era su tutte le linee in pieno vigore. Un accidente usualissimo mi fece conoscere di questa vita friggente un momento singolare, che ancora non m'era occorso. Ero sul tranvai dei Viali, verso sera. Davanti al caffè Ligure, un grande carro tirato da tre cavalli, carico d'un mucchio enorme di legname da lavoro, s'era affondato nel terreno, smosso per un cambiamento di rotaie, a traverso al passaggio dei carrozzoni; e i carrettieri frustando e molti altri spingendo a braccia e facendo leva con spranghe e sbarre sotto le ruote, a suon di grida e d'aneliti, non riuscivano a smoverlo. In pochi minuti sopraggiunsero e rimasero fermi in tre file i tranvai di tutte le linee che s'incrociano in quel punto; quelli dei Viali, di San Salvario, di Vanchiglia, del Corso Valentino, del ponte Isabella, come se avessero affrettato la corsa, attratti dalla notizia del caso. Ed eran curiosi a vedersi tutti quei macchinoni variopinti, schierati come le case ambulanti dei saltimbanchi in una fiera, immobili gli uni dietro gli altri nella nebbia, affollati di gente seduta e ritta, che si spingeva fuori dalle piattaforme e dai finestrini a guardar l'impedimento lontano, trinciando l'aria con gesti oratorii. Era un agglomeramento di gabbioni umani pieni d'impazienza verbosa per quella sosta che ritardava convegni d'affari, ritrovi amorosi, desinari, visite, faccende d'ogni natura, provocando in altre cento persone lontane altre inquietudini, altre noie, altri dispetti; una piena d'irritazione, di furia semicomica, che metteva in mostra il lato debole della soverchia regolarità della vita civile, in cui ogni più piccolo accidente fa l'effetto d'un disordine grave. Un laudator temporis acti avrebbe sorriso, dicendo che, in un caso simile, i vecchi omnibus avrebbero fatto un giro e tirato avanti, mentre il tranvai, che li aveva vinti e scacciati, rimaneva prigioniero e impotente. Sì, sarebbe stata quella un'umiliazione dura per il mio tranvaiofilo. E possono ben far dei progressi le macchine locomotrici, ma l'uomo ch'esse portano resta sempre il medesimo, puerilmente curioso e affamato di distrazioni come uno scolaro. Ad ammirare un così comune accidente s'era da ogni parte affollata gente sulla strada, sotto i portici, davanti agli usci, alle finestre delle case intorno; e quando, per disperazione di rimover l'ingombro, si staccarono i cavalli da tutti i tranvai per fare il trasbordo, sei sciami di passeggieri accorsero di qua e di là in gran confusione, uomini e donne d'ogni età e d'ogni classe, pigliando d'assalto le piattaforme con grida, risa e spintoni, con la furia allegra di frotte di collegiali, eccitati da una avventura straordinaria, che rompa l'uniformità della loro vita quotidiana. Poi, in ogni tranvai che partiva, si vide un gesticolare concitato della gente che commentava il gran fatto. Avevo accanto il mio amico Schopenhauer, quello dei sette peccati mortali. — Come l'uomo è bambino! — gli dissi, accennandogli lo spettacolo. E lui, accennandomi i tre poveri cavalli del carro, che i carrettieri seguitavano a frustare senza pietà, mi rispose col suo sogghigno solito: — Bambino e belva. — Poi soggiunse con accento di stizza: — Tu non vedi mai l'uomo che per metà. — Strano! A quelle parole esperimentai in me un caso di doppia coscienza: l'uomo se ne compiacque, pensando: — È tanto meglio! — lo scrittore se n'ebbe per male. E, ahimè! la compiacenza cessò dopo un breve tratto; il risentimento non è morto ancora....
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Ma qui, proprio alla data del 18, trovo una pagina diretta all'amico Schopenhauer, nella quale s'oppone alla sua filosofia un argomento di fatto, domandandogli a che serva il formulare sull'anima umana dei giudizii, a cui, per fortuna, si è costretti a fare ogni momento delle eccezioni. In realtà, noi diamo sull'uomo una nuova sentenza ogni quindici giorni, e anche parecchie ogni ventiquattr'ore, e c'è da sospettare che chi ripete sempre la stessa mentisca cinque volte su dieci per cornaggine. L'argomento di fatto lo trovai la sera del 18 sul tranvai di Corso Vinzaglio. Erano occupati dentro tutti i posti, meno due: signore, signorine, due ragazze del popolo, un paino, un vecchio paglietta che conoscevo di vista. All'angolo del Corso Vittorio salì una donna.... che avrebbe fatto meglio a non salire. Non so se il regolamento ponga quelle infelici creature fra quelle che non si debbono lasciar entrare nei carrozzoni. Se sì, non fu vista dal fattorino. Era una donna sui cinquanta, mal vestita, senza cappellino, che si teneva con una mano davanti al viso una mezza maschera nera. Al viso? La disgraziata non aveva più viso: le era stato divorato tutto, tra il sommo del naso e la bocca, dal cancro, e pareva da una belva che l'avesse dilaniata e rosa fino all'osso; e sopra la piaga orrenda, che la maschera non nascondeva a chi la guardava di fianco, si movevano due piccoli occhi grigi, in cui era espressa tutta l'infelicità che può sopportare un'anima umana. Io stavo fuori: quand'essa entrò e sedette, vidi in tutti i passeggieri un movimento d'orrore. Non la volevan guardare, ma non potevano, e la tornavano a guardare, torcendo il capo in là dopo ogni sguardo. Ma la resistenza fu breve. S'alzarono prima le due signore che le stavano accanto e uscirono sulla piattaforma a lagnarsi col fattorino che l'avesse lasciata salire; poi uscì una terza, e le altre si raggrupparono dall'altra parte del carrozzone; ne rimase una sola in fondo, separata dall'infelice dal solo spazio d'un posto: una signora piccolina e bruna, con due grandi occhi neri e i capelli un po' arruffati. E anche questa, dopo un momento, s'alzò; ma non per fuggire: diede un'occhiata al posto da cui s'era alzata, come se si fosse accorta che la panca non era pulita, fece un passo a sinistra e sedette accanto alla donna. Ah, mi parve di sentire il mio amico: egli avrebbe chiamata quella una “donchisciottata„ della pietà, e gli sarebbe parso appioppato bene il soprannome della signora. Eppure no; egli non avrebbe detto quella parola se avesse visto la dignità tranquilla, la semplicità gentile, inesprimibile di quell'atto. Sedutasi, essa non guardò punto le signore fuggite, come una vanitosa avrebbe fatto, in aria di vanteria e di rimprovero; non rivolse punto la parola alla disgraziata per farle comprendere l'intenzione pietosa dell'atto suo: se ne stette lì immobile, senza parlare, non per altro che perchè l'infelice non rimanesse sola in quel vuoto sepolcrale che le si era fatto intorno come a un cadavere, come a una cosa immonda che avventasse dei miasmi di morie, perchè vedesse che c'era ancora qualche creatura umana a cui non metteva orrore, che essa non era ancora reietta affatto dal mondo. E quella capì, perchè si voltò a guardarla, e non un sorriso, no, perchè nè il suo viso nè l'anima sua non potevan più sorridere, ma un baleno passò nei suoi occhi, che disse: — Ho capito e ti ringrazio. — Eh, che m'importa che ci sia nell'umanità tanto egoismo e tanta vigliaccheria! Uno solo di questi atti la lava ai miei occhi da mille sozzure, una sola di quest'anime ne illumina mille, e mi spezza l'odio nel cuore, e mi fa riaprir le braccia ai fratelli. O buona e brava Chisciottina! E dire che soltanto dopo, ripensandovi, compresi ch'essa aveva finto di trovar non pulito il suo posto per togliere alla sua mossa l'apparenza d'un atto di compassione!
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Varie lunghe corse in mezzo agli alberi gialli e spogliati a mezzo, sotto il cielo grigio, dentro a una nebbia somigliante a una sottilissima polvere diffusa, in cui volteggiano le foglie inaridite; e nessun passeggiere di mia conoscenza; ma, in compenso, parecchie conoscenze nuove, e nuove osservazioni sulla carrozza di tutti, come palcoscenico dell'ambizione e vetrina della vanità. Uomini noti o smaniosi di notorietà, donne belle e Apolli in soprabito amano tutti il tranvai dove possono offrirsi per mezz'ora all'ammirazione di una decina di concittadini, costretti a guardarli, anche se non vogliano, e a portarsi via nel cervello la “negativa„ della loro effigie. Ci sarebbe da scriver qualche pagina sull'arte di figurare in tranvai. C'è chi, per mettersi in mostra, attraversa il carrozzone, come un salotto, da una piattaforma all'altra; chi, fattolo fermare, lo raggiunge a passo lento per dar tempo ai passeggieri d'ammirare la grazia o la maestà del suo incesso; chi nell'atto di rizzarsi per tirar la correggia del campanello cerca degli “effetti„ di slancio e d'impostatura, come gli attori e le attrici nel saltar su dalla poltrona per accennar la porta a un insolente. E ci son fra questi degli originali che vanno in tranvai per mettere in mostra la loro rassomiglianza con uomini celebri. Avevo già visto su parecchie linee un falso Vittorio Emanuele, un facsimile del d'Azeglio, una brutta copia del Cialdini; ma non m'era passato mai per la mente che si potesse ostentare con compiacenza anche la rassomiglianza con un brigante. Rinvenni il tipo una sera, rincantucciato in un carrozzone della linea del Martinetto, sul quale c'era Carlin. Una signora era scappata fuori e lo guardava impaurita dalla piattaforma di dietro. Altre tre, rimaste dentro, s'erano rannicchiate nell'angolo opposto, e l'osservavano con diffidenza. E c'era di che: una grinta da farsi arrestare non per altro che per i connotati. Era ravvolto in un gran mantello alla spagnola, ricacciato dietro una spalla, sotto al quale pareva che nascondesse un trombone; aveva un largo cappello alla calabrese calcato sopra un orecchio, e di sotto alla tesa rotava due occhioni di gufo e metteva avanti un naso criminoso e due grossi baffi provocatori. L'ombra del cappellaccio e il lume che lo rischiarava dall'alto davano alla sua faccia dei rilievi accesi e delle infossature nere di testa satanica. Girava la testa lentamente, come un automa, e fissava gli occhi, dilatandoli, ora sull'uno, or sull'altro dei suoi osservatori, che abbassavano tutti lo sguardo. Chi poteva essere quell'originale? Non certo un povero diavolo perchè quanto si vedeva del suo vestiario era fine e pulito. Le supposizioni, fra i passeggieri della piattaforma, erano diverse. Chi pensava che fosse un evaso dalle patrie galere, chi un brigante delle Calabrie di passaggio per Torino; un giovanotto espresse il dubbio che potesse essere Jack lo sventratore. — Ma a delle faccie così, — disse un vecchietto con tutta serietà — dovrebbe esser proibito d'entrare, per regolamento! — (Oh se si lasciassero legiferare gli spauriti, che orrenda tirannia! E si vedrà). Tutti aspettavano che scendesse, per vederlo meglio. Fummo soddisfatti in piazza Castello. S'alzò. Non era molto alto: la lunghezza del busto ci aveva illusi. Quando comparve sulla piattaforma, tutti gli fecero largo. E in quel momento un sorriso che gli guizzò sulle labbra mi svelò il segreto. Era semplicemente un capo ameno, un buon diavolaccio forse, che si serviva della sua figura di spauracchio a scopo di vanità, armonizzando con la propria faccia il vestiario e gli atteggiamenti, per il gusto strambo di spandere il terrore sui tranvai notturni; e quei piccoli trionfi teatrali d'ogni sera eran forse per lui l'alimento principale, se non unico, de l'orgueil qui nous fait vivre, come dice lo Zola; poichè di tutte le passioni umane è l'orgoglio quella che si pasce di cose le più disparate, dall'eroismo al delitto. Appena fu disceso, si ripresero i commenti a voce alta. — Dev'essere un pazzo — disse Carlin. — Una donna esclamò: — Ma è un parente del diavolo! — E una graziosa signora, ancora un po' spaventata, mi disse sorridendo: — È un socialista, di sicuro.
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Un soggetto di quadro per Giacomo Grosso, il giorno dopo, in via dell'Accademia Albertina: un carrozzone chiuso in cui troneggia una signora splendida in mezzo a un gruppo di povera gente, come una castellana che dà udienza ai suoi servi. Al contrasto che facevan con lei i suoi compagni di corsa accresceva forza la lordura del tavolato, imbrattato di mota e sparso di pezzetti di carta, di bucce di arancia e di castagne, su cui si posava il suo vestito di principessa. La guardavan tutti attentamente, in silenzio, come avrebbero guardato un'opera d'arte in una vetrina. Non dava più di vent'anni; era bella e bianchissima; uno di quei visi di signore torinesi, d'un carattere mal determinato tra franco e italico, in cui nessun tratto ha una bellezza singolare, ma tutti insieme una grazia squisita; una sposa recente, pareva; vestita d'un panno nero ricamato, con un superbo mantello di lontra, coronata di grandi penne di struzzo e di rose incarnatine, e lampeggiante di diamanti ai polsi e agli orecchi. Aveva tanto indosso quanto per ciascuno di quelli che la guardavano sarebbe stato un capitale, un rivolgimento della sorte, un sogno luminoso avverato. Eppure il suo viso, di un contorno ancora un poco infantile, aveva un'aria d'ingenuità così schietta e così amabile, il leggiero rossore che davano alle sue guance la suggezione e la compiacenza insieme d'esser fissata a quel modo, così a lungo e da vicino, da tutti quegli occhi, esprimeva una modestia e una semplicità d'animo così graziosa, e pareva ella stessa così ad agio in mezzo a quella gente, senza un pensiero al mondo che la potessero insudiciare la cesta della vecchia erbivendola seduta accanto a lei e i piedi del bambino tenuto sulle ginocchia dalla donna di rimpetto, che tutti la guardavano con un'espressione manifesta di rispetto e di simpatia. E questo mi fece dubitare se quel che si dice del lusso, che offende e irrita il povero, non si debba attribuir piuttosto al modo vanitoso col quale si ostenta, all'aria abituale di — Fatti in là — di chi lo sfoggia, che non proprio al lusso per sè medesimo, che è bellezza e splendore, di cui s'alletta anche l'occhio di chi n'è privo. Ma il quadretto era attraente in special modo per le riflessioni diverse che si leggevano, sotto alla simpatia e al rispetto, negli occhi di quegli ammiratori, chiarissime per me come se le vedessi scritte sulla loro fronte. La vecchia mostrava di fare uno studio comparato dei prezzi del velluto e della lontra con le entrate ed uscite del suo bilancio domestico. La madre del bimbo, che pareva la moglie d'un operaio, dall'aspetto affaticato, la guardava più che altro nel viso, con l'aria di pensare alla vita beata che quella signora menava, levandosi la mattina alle dieci per oziare dolcemente tutta la giornata, senza l'ombra d'un sopraccapo. C'era una ragazza del popolo che lasciava gli occhi addosso agli orecchini, come affascinata, e diceva con gli occhi che per portare un'ora al giorno quelle due stelle appese al capo avrebbe acconsentito allegramente a campar di pan duro e di mele verdi. Un giovine operaio la covava con uno sguardo fiso e luccicante da cui traspariva l'immaginazione delle voluttà sovrumane che doveva dar l'amore di quella semidea, così bianca, così fine, fasciata e coperta di tanta roba odorosa e preziosa. E c'era in un angolo un vecchio mal messo, dal viso di ritontito, che la osservava con un'espressione attonita come se meditasse in lei, senza comprenderlo, il gran mistero della legge sociale che interpone una così enorme distanza tra l'una e l'altra creatura umana. Ma quello che la mangiava con gli occhi più avidamente era il fattorino marchese, ritto accanto a me sulla piattaforma. Aveva però un bell'arricciarsi i baffetti biondi con le dita agitate e pigliar delle impostature di tenore e levarsi il berretto per passarsi la mano sulla fronte accesa: egli non riusciva ad attirar lo sguardo della bella signora, la quale guardava soltanto i suoi ammiratori di dentro, a uno a uno, coi suoi begli occhi lenti e sereni, in cui brillava il riflesso della simpatia che vedevan negli altri. Ma che bussolotto da gioco è mai il cuore umano! All'angolo di via Mazzini, essa fece fermare e discese; tutti, di dentro, mossi da quella curiosità che cerca l'andatura d'una persona come un indizio dell'animo, misero il viso ai finestrini per vederla camminare.... Era zoppa! Ebbene, in quasi tutti quei visi passò un sorriso leggiero di soddisfazione, anche su quello della ragazza, che esclamò: — Che peccato! — E non era una malignità. O buon Dio! Era una piccola consolazione di dannati. Aveva avuti tanti doni dalla natura, era tanto più fortunata, tanto più felice di loro.... che almeno la sua felicità avesse una tacca! Questa non pareggiava le partite, di certo; ma almeno d'un piccolissimo che faceva parer loro meno enorme, meno umiliante la disuguaglianza. Tutti si rimisero a sedere con questo pensiero negli occhi, e il marchese, alzato il naso come un can da caccia, si consolò come potè del suo insuccesso: aspirando il profumo ch'essa aveva lasciato nel suo marchesato.
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Gli effetti d'un dramma in tranvai: fu uno degli ultimi e dei più piacevoli episodi del mio novembre. La sera della domenica, ch'era già notte, il tranvai del Martinetto s'arrestò in via Po davanti al teatro Rossini, donde usciva la folla dopo la rappresentazione diurna della Compagnia piemontese. Un signore mise sulla piattaforma un piccolo spazzacamino e salì con la moglie e con due signorine. Siccome al Rossini s'era rappresentato quel dopopranzo Gli spazzacamini, il vecchio dramma risuscitato del Sabbatini, che faceva singhiozzar Torino da quindici giorni, io pensai che il piccolo spaciafornel fosse l'attorino Eugenio Testa, protagonista minuscolo del dramma e principalissimo distillatore del pianto pubblico, e che i suoi parenti lo riportassero a casa così, col vestito del palcoscenico, per un capriccio. Ma no: era uno spazzacaminuccio autentico, raccattato alla porta del teatro, nell'impeto della commozione, da una buona famiglia borghese ancora lacrimante, che lo portava per suo conto e piacere al borgo San Donato, dov'egli aveva detto di star di casa col proprio padrone. Sedutisi tutti dentro, il signor padre si mise il ragazzino sulle ginocchia, con una certa ostentazione provocante di carità cristiana e di tenerezza poetica, e prese a carezzarlo paternamente, adocchiando gli altri passeggieri, mentre le sue donne lo guardavano con gli occhi umidi, rivolgendogli molte domande. Il padre e la madre avevan l'aspetto di due bottegai danarosi, ma d'origine povera, ai quali le figliuole, istruite e ingentilite dalla scuola, avessero rifatto una specie d'educazione letteraria e sentimentale: queste, benchè pure commosse, serbavano una compostezza dignitosa; quelli avevano l'espansione dell'affetto un po' volgaruccia; ma sincera. Strana potenza del teatro! Essi vedevano veramente in quel bimbo il protagonista del dramma, che corre per il palcoscenico per scansar le pedate del padrone bestiale, il povero montanarino che è venduto nel primo atto, martirizzato nel secondo, e restituito alla famiglia nel terzo, dopo esser stato creduto morto d'asfissia in una gola di camino, e riversavano sopra di lui tutta la pietà affettuosa che avevano insaccata in galleria. Ed egli accoglieva tutte quelle tenerezze senza mostrare sul visetto nero alcuna maraviglia, tra indifferente e triste, come se pensasse che quella sua avventura non era che la fortuna d'un momento, che tutta quella bontà non gli toglieva di doversi levare la mattina dopo avanti luce per rigirar la ruota della dura vita d'ogni giorno. Dentro, alcuni guardavano la scenetta con simpatia, altri con un sorriso un po' canzonatorio per quella effusione di sentimento, che pareva loro un po' teatrale, e forse non meritata. Un signore rotondo, che era accanto a me, mi tradusse in parole quel sorriso. — Eh, son furbacchioni che vanno apposta all'uscita del teatro per sfruttare la commozione del pubblico e scroccar qualche soldo! — Furbacchioni! Oh diamine! Gli avrei voluto domandare se, quando egli aveva qualche favore da chiedere a un suo superiore, giudicava una furberia disonesta l'andarglielo a chiedere in un momento in cui gli paresse meglio disposto a concederglielo. Che raffinate delicatezze pretendono da chi non mangia abbastanza i delicati ben pasciuti! Continuavano intanto le interrogazioni e le carezze al ragazzo, e non cessarono che in piazza dello Statuto, dove la famiglia fece fermare per discendere. Il padre lo baciò, le signore gli passarono la mano sotto il mento senza timore d'insudiciarsi. — Ciao, pover cit. — Ricordati dove stiamo di casa. — Bada a non lasciarteli prendere. — Alludevano ai soldi che gli avevano messi in tasca. Infatti, appena furon discesi, il ragazzo si cacciò una mano nel petto, tirò fuori il gruzzolo e contò quanto c'era. — Ah, vede! — disse trionfando il mio vicino, — vede il furfantello! Sono i soldi che gli stanno a cuore, non le carezze. — È proprio vero, — gli risposi. — Ah ingordo quattrinaio! Esoso Shylock! Vile adoratore dell'oro! — Il curioso fu che, pur comprendendo l'esagerazione scherzosa, egli mi credette sincero in fondo, e sorrise di soddisfazione. Razza d'un cane! Era il rappresentante d'una legione, lui, e credette della sua legione me pure. E quando scesi, mi disse col tono d'un confratello: — Buona sera! — Ma a me non venne alle labbra che il saluto pisano: — Tremoti a chi t'affetta il pane.
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