—Signor ricevitore, una canzonetta!—gridò il dottore.

Tutti gli altri gli fecero eco. Il ricevitore fece una smorfia, si scusò, si fece pregare un pochino, poi sorrise, tossì, prese la chitarra e cantò due o tre versi. I commensali, ricominciando a schiamazzare, l'interruppero.—A me!—gridò allora l'ufficiale, e tutti tacquero. Prese la chitarra, l'accordò, si levò in piedi fingendo di barcollare, e cominciò.... Era pallido e gli tremavan le mani come per febbre; nulla meno cantò la sua canzoncina con una soavità e un affetto veramente incantevole.

Carmela, ai tuoi ginocchi
Placidamente assiso,
Guardandoti negli occhi
Baciandoti nel viso
Trascorrerò i miei dì....

Carmela ascoltava sempre più intenta, corrugando tratto tratto le sopracciglia come chi è assorto in un pensiero profondo.

—Bravo! Bene! Proprio benone!—dissero ad una voce tutti i commensali. E l'ufficiale ripigliò:

L'ultimo dì, sul seno
Il volto scolorito
Ti celerò, sereno
Come un fanciul sopito,
E morirò così.

Eran quelle parole, era quella musica, tutto intorno era come quella notte.—Bravo! bene!—ripeterono i commensali. L'ufficiale ricadde come spossato sulla seggiola; tutti ricominciarono a gridare; Carmela era immobile come una statua e teneva l'occhio dilatato e fisso in viso all'ufficiale; il dottore la guardava colla coda dell'occhio.

—Silenzio!—gridò il tenente. Tutti tacquero e, la finestra essendo aperta, s'intese giù nella piazza un'allegra musica di flauti e di violini e un ronzìo come di gente affollata. Erano i dieci o dodici musicanti del paese, circondati da gran parte della popolazione, la quale credeva che il distaccamento partisse davvero.

Carmela si scosse e si voltò verso la finestra. Il suo viso cominciò ad animarsi lievemente, e i suoi grand'occhi a muoversi senza posa dalla finestra al tenente, da questi ai commensali, dai commensali alla finestra, come s'ella volesse intender bene la musica e nello stesso tempo non perdere il menomo moto che si facesse da tutta quella gente.